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Porto Sant'Elpidio: “Questa città vuole la pace”, assemblea pubblica di Nativa a favore del popolo palestinese

2' di lettura
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di Marina Mannucci
fermo@vivere.it

 


Ospite nella sede della Croce Verde, il collettivo di Nativa si è riunito per parlare dell'iniziativa Cessate il fuoco!, un'assemblea interreligiosa in cui si susseguiranno interventi a favore della pace.

Mosse dalla voglia di andare avanti e dire un forte no all'indifferenza, le associazioni che fanno parte del collettivo Nativa si uniscono domenica 21 aprile a Porto Sant'Elpidio in Piazza Garibaldi.

Cos'è Nativa? Nativa nasce nell'agosto 2021, dopo aver preso coscienza della situazione delle donne a Kabul, Rosa Saltarin ha deciso di riunire le donne con le quali anni prima aveva fatto politica e con loro ha fondato Nativa. “Non è un'associazione né un gruppo di donne ma un coordinamento di associazioni” tiene a precisare Saltarin, “associazioni che hanno dato spazio alla narrazione di donne”. Ad oggi sono più di venti le associazioni coinvolte che hanno deciso di donare tempo a una serie di iniziative che hanno coinvolto le scuole e le istituzioni, con argomentazioni incentrate su migrazioni, donne e guerra.

“La guerra è il fatto più negativo del pianeta” asserisce Rosa Saltarin, “e a vedere quante persone sono coinvolte in questa città posso dire con sicurezza che Porto Sant'Elpidio vuole la pace”. In un periodo in cui l'Europa parla sempre di pace e libertà, non è possibile convivere con tragedie immani come le guerre. “Ci vogliono utopia e sogno, che sono realizzabili se siamo in tanti a volerlo fare”. Nativa decide di inviare un suggerimento all'amministrazione comunale di Porto Sant'Elpidio, ovvero che si riappenda la bandiera della pace in Comune, affinché l'idea pacifista si concretizzi e arrivi nei cuori delle persone.

L'intento della manifestazione di domenica è quello di far sapere che ci sono molte iniziative positive che possano stimolare la collettività all'inclusione e alla solidarietà. “Nativa si è sempre mossa grazie a iniziative di collaborazione che diano un senso di solidarietà – sostiene la docente Monica Quintabà – infatti lavoriamo con il SAI, l'Aloe, il tavolo della pace, Res, tra le altre”.

Una chiara voglia di dire no alla guerra: è questo il messaggio. Se ogni quattordici minuti muore un bambino, non si può restare indifferenti. “Non è possibile pensare di vincere qualcosa se a morire sono i bambini e se la riuscita di una guerra si conta in base ai morti”.

“La parola guerra deve morire, e deve nascere una parola nuova che è diplomazia”. E come diceva Joyce Lussu, se non sappiamo cosa fare per migliorare la società, intanto possiamo cominciare a fare qualcosa.




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Questo è un articolo pubblicato il 18-04-2024 alle 16:54 sul giornale del 19 aprile 2024 - 832 letture






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