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Cammino la Terra di Marca. Le città degli Sforza

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di Adolfo Leoni

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Un “cammino” in auto per le Marche sud sulle tracce di Francesco e Alessandro Sforza. Con una doverosa premessa: quella degli Sforza nelle Marche non fu solo occupazione militare con conseguente sistema tirannico. Francesco, oltre ad essere il venturiero più importante del Quattrocento, era uomo colto, e ancor di più lo era il fratello Alessandro. L'intento degli Sforza mirava a dar vita ad un vero Principato con tanto di corte raffinata ed eleganti abitazioni. E allora, partiamo dal Girfalco di Fermo dove Alessandro chiamò la Compagnia dei pittori umbri ad affrescare le stanze della Rocca in vista dell'arrivo della cognata Bianca Maria Visconti, milanese. In quelle sale, rese leggiadre si svolsero ricevimenti, balli e si intrecciarono liaison. Nel Duomo della città fu battezzato Galeazzo Maria Sforza, futuro duca di Milano.

Ed ora, veloci ci rechiamo a Monterubbiano. Qui il condottiero, figlio di Muzio Attendolo – il cognome Sforza gli venne concesso successivamente per quel suo intercalare: sforzarsi, sforzo, sforzandosi – rinforzò le mura che abbiamo di fronte. Le ampliò e le fornì di torri e merlature più efficaci rispetto alle precedenti volute in funzione antisaracena da papa Onorio III. Dato che ci siamo, val la pena compiere il giro delle mura sino alla parte alta del paese: il Coccaro ora parco San Rocco.

Scendiamo e percorriamo un pezzo di Adriatica ed eccoci a Cupramarittima alta, l'antica Marano. In pieno centro, si staglia un palazzo dall'origine dibattuta: c'è chi lo assegna ai Brancadoro e chi a Francesco Sforza. Ci piace la seconda ipotesi.

Vicinissima è Grottammare. Ci rechiamo nel borgo antico. Incantevole. Nel suo Castello nacque uno dei figli di Francesco: Sforza Secondo Sforza. Secondo perché il primo era morto prematuro.

Ed ora Ascoli Piceno, altra città sforzesca. A governarla era stato posto Giovanni Sforza, fratello di Francesco. Città stupenda e dal sapore medievale in ogni strada, vicolo e piazza.

Torniamo indietro sino a Corridonia. La città fedele al Papa, che a Francesco non s'era arresa, per cui subì un terribile saccheggio da parte. Francesco ne fece la sua piazza d'armi. Ma, più tardi, fu anche sede di un'epica battaglia. Le fortune degli Sforza nelle Marche declinavano. Papa Eugenio aveva creato una Lega contro Francesco, tra cui il re di Napoli. A Montolmo lo scontro decisivo. E fu qui che il venturiero, con forze un poco minori rispetto agli avversari, diede prova del suo valore di stratega. E vinse.

Immaginiamo la scena: i due eserciti si fronteggiano in campo aperto. Quelli del papa sono guidati da Francesco Piccinino, figlio di Nicolò, e dal cardinale fermano Domenico Capranica. Si osservano, si studiano, sono pronti allo scontro. All'improvviso, alle spalle dello Sforza, «sulle alture – come scrive Giacinto Pagnani – comparvero file di soldati che s'infittivano sempre di più e sembravano in procinto di scendere in aiuto dello Sforza». Non ci voleva, pensarono gli altri. I papalini rimasero disorientati, si sbandarono e subirono una cocente sconfitta. Era il settembre del 1443. Il Piccinio venne ritrovato nascosto in un acquitrinio. Il cardinal Capranica fuggì a gambe levate perdendo rocchetto e cappello. I soldati apparsi all'improviso erano inermi servi e contadini bardati per incutere timore. Poi la buona stella degli Sforza sfavillò di meno nelle Marche.

«Il 9 agosto del 1447, - scrive ancora il Pagnani - cavalcando con la moglie Bianca Maria Visconti alla testa dell sue truppe, Francesco uscì da Pesaro e voltò per sempre le spalle alle Marche». Ad attenderli era di Milano.














Questo è un articolo pubblicato il 08-03-2024 alle 08:35 sul giornale del 09 marzo 2024 - 238 letture


adolfo leoni




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