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Le gemme di Francavilla d’Ete: un paese che è un esempio

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di Adolfo Leoni

fermo@vivere.it


Arriviamo in una sera di vento e pioggia. Ma non ci arrendiamo. Francavilla d'Ete è tutta nostra. Nessuno in giro. Di rumore, solo i nostri passi sull'acciottolato. Poco o nulla l'asfalto, che di solito invece, negli altri centri, soffoca le antiche strade. Una prima buona impressione. Entriamo dalla porta alta del paese, quella del nord, quella da bora. Probabilmente, l'unica secoli fa e, ancor più probabilmente, munita di ponte levatoio. Ora è piazza dove far spettacolo d'estate, prima era l'interno di un castello che conobbe anche periodi di battaglie e sangue. Come quando Carlo Malatesta nel 1413 la presa d'assedio e la colpì con proiettili lanciati da grandi bombarde. Era appetibile questo luogo: per terra fertile e capace artigianato.

Un'altra porta, molto più recente, ci consente di scendere verso un balcone che guarda l'est e il sud, che scorge il declinare dei nostri colli e il risalire dei comuni-castelli un tempo. Aborriamo oggi il termine borghi, pur avendoli usati decenni fa. Quando il linguaggio si fa moda, muore d'inedia il suo significato. Alcune scalini ci portano ad un piccolo gioiello: il teatro comunale, accolgiente e ben attrezzato.

Un'altra sorpresa è la chiesa di San Rocco dal rosone suggestivo dai suoi bracci tanti quanti gli apostoli dei vangeli. È chiesa tardo medievale, immessa in un grande convento sino allo scorso anno abitato dai francescani del TOR: il Terzo Ordine Regolare. Oggi anche il piccolo tempio è muto e guarda i visitatori che chiedono alle pietre di parlar loro. E allora ne scaturisce la storia. Che è quella della peste. San Rocco – la peste – i penitenti – le chiese come atto di impetrazione. Sì, il morbo arrivava terrificante. La Marca lo conosceva bene. Già a metà Trecento ne era stata devastata. Ed ora tornava un secolo e mezzo più tardi. Occorreva pregare, per scongiurarla. Ed ecco, san Rocco, il protettore degli appestati. Popolo e nobili, poveri e ricchi, si composero in una processione implorante. Se la comunità fosse restata indenne, si sarebbe celebrato il santo con una casa a lui dedicata. Non era ricatto, era affidarsi. Così fu: la peste se ne andò, e il popolo costruì. Anno 1499: i primi mattoni. Qualche decennio dopo, le pitture, tra le quali un'Adorazione dei pastori di Vincenzo Pagani. Ma non l'unica. Tre secoli più tardi (1899), un'altra chiesa, più capiente, venne inaugurata. Era la notte di Natale. La chiesa di San Pietro Apostolo, progettata da Giuseppe Sacconi, sorge al confine nord con ordinati giardinetti davanti, a due passi dalla sede della gloriosa Radio Aut.

Scendendo di nuovo e rasentando il grande convento, sulla sinistra ha sede la Fondazione Giuseppe Didari dal nome del benefattore che lasciò i suoi beni per un luogo ospitale dove dare assistenza a vecchi ed infermi. Oggi è struttura d'avanguardia.

Girando ancora per questo comune/castello franco dove non c'era servitù della gleba ma liberi cittadini, notiamo grande pulizia e suggestiva illuminazione. Ancora un elemento di buona amministrazione pubblica. La notte è ancora giovane.








Questo è un articolo pubblicato il 27-02-2024 alle 09:32 sul giornale del 28 febbraio 2024 - 286 letture


adolfo leoni




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