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Porto San Giorgio: nei social, a teatro e nella vita “siamo tutti di là” [commento]

3' di lettura
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di Marina Mannucci
fermo@vivere.it

 


Collettivo Altrove produce “Siamo tutti di là”, spettacolo sull'incomunicabilità reale tra persone in tempi governati dai social network, firmato da Rodolfo Ripa.

Sul palco del Teatro Comunale di Porto San Giorgio Carina Holhos, Rachele Morelli, Simone Rossetti e Gian Paolo Valentini giocano i ruoli di quattro personaggi con personalità agli antipodi, che si interfacciano più spesso con lo schermo dello smartphone che con i propri interlocutori reali.

Gli amici sono schiacciati dal forte impatto che ha la tecnologia nelle loro vite e in particolare dall'uso smodato dei social network, che al posto di avvicinare, isolano gli uni dagli altri.

Come spesso accade quando si è distratti, i discorsi non hanno ritmo. Nessuno si interessa realmente dell'altro, concentrandosi invece solo su se stesso.

Nessuno scappa all'uso massiccio della tecnologia, nemmeno il più intellettuale, nemmeno la sognante viaggiatrice, perché a tutti piacciono i video di gattini carini o di divertenti procioni che mangiano. Nessuno si ascolta veramente.

Il pubblico, in questo caso, è in grado di essere più che mai onnisciente: attraverso il maxi-schermo può spiare gli schermi dei telefoni cellulari di ognuno di loro, scoprendo piccole e grandi bugie che i personaggi si nascondono l'un l'altro.

Ciò che accade ai protagonisti di questa tragi-commedia è facilmente riscontrabile nei rapporti reali di ogni persona: distrazioni da smartphone durante i dialoghi, focus su se stessi. Se da un lato non si può scappare allo zeitgeist, lo spirito del tempo, dall'altro ci si chiede se davvero ci sia la necessità di pubblicare ossessivamente foto di luoghi visitati, cibi mangiati e persone con cui si condivide un momento, piuttosto che viverlo appieno. Se lo chiede anche Francesca, che non riesce a capire se sia più verde la foglia d'erba che ha fotografato per condividerla o quella che ha visto nel prato della sua città. Parafrasando, si chiede quali siano le verità di ognuno e se davvero, come invece sostiene Anna, “per conoscere qualcuno basta vedere cosa pubblica online”. L'espediente narrativo del suicidio di Francesca a seguito di uno stato di incomunicabilità tra il virtuale e il reale appare però una scelta eccessiva e probabilmente superflua ai fini registici, se non poco delicata nei confronti di scelte estreme, alle quali non è dato il risalto psicologico che meriterebbero. Lo spettacolo avrebbe raggiunto ugualmente la sua conclusione anche togliendo il dramma estremo della morte.

La singolarità dell'idea alla base della regia sta nell'aver creato dei veri falsi profili dei personaggi in scena, attivi sui principali canali social sin da mesi prima dello spettacolo, creando così interazioni reali di persone immaginarie. In questo modo la relazione tra persona e personaggio si spinge al limite della realtà, stimolando lo spettatore (e anche il socializzatore virtuale) a chiedersi quanto ci sia di reale nella comunità online. Un ottimo gioco che avvicina il teatro al mondo esterno, varcando i confini della scena fino ad arrivare nel mondo reale (o virtuale) e spostando “tutti di là”.


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Questo è un articolo pubblicato il 07-02-2024 alle 10:34 sul giornale del 08 febbraio 2024 - 198 letture






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