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“Il mio Giuseppe Pende”. Il ritratto che ne dà Alessandro Malaspina

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di Adolfo Leoni

fermo@vivere.it


Alessandro Malaspina è nato a Moregnano di Petritoli il 12/6/1945 e lì ha vissuto il tempo dell’infanzia. Ha poi frequentato l’Istituto d’arte di Fermo e il Magistero d’arte a Firenze. Dopo un periodo di lavoro in Sud Africa e poi a San Benedetto del Tronto, è approdato nel mondo della scuola per l’insegnamento della Geometria descrittiva e così fino alla pensione nel 2005. Da anni, forte di una solida conoscenza delle tecniche pittoriche e del disegno acquisite alla scuola formativa di Giuseppe Pende e di altri maestri, esegue attività pittorica con colori ad olio, acrilici, acquerelli, pastelli, matite ecc.

I suoi soggetti sono vari e spaziano dal ritratto al paesaggio, dal tromp l’oeil a soggetti di arte sacra per edifici di culto. I paesaggi, marchigiani e non, sono oggetto di uno studio particolare della luce, sia essa luce cristallina del pieno mattino che quella dorata del pomeriggio.

Ma sono anche i ritratti, di bambini o di adulti, a rivelare tramite la luce le caratteristiche della loro personalità. A questi risultati nella ritrattistica Malaspina è giunto mediante i preziosi consigli di un maestro come Pietro Annigoni di Firenze, la cui collaborazione fu purtroppo interrotta dalla sua morte nel 1988.

Oggi, in pensione, non tralascia i pennelli e la tavolozza che gli sono sempre pronti e accanto. Il 5 dicembre scorso è stato chiamato sul palco del Teatro dell'Aquila per raccontare il suo rapporto con il maestro Giuseppe Pende.

Di Pende, professore di Disegno dal vero ha voluto parlare, «del suo metodo unico e inimitabile di insegnare quella materia. Tutti noi, ex allievi diventati professionisti del disegno, scenografi, artisti, insegnanti, gli siamo debitori».

Ma cosa ha trasmesso il maestro? «Pende ci ha trasmesso con il suo modo di fare appassionato, con la sua espressiva gestualità oltre che con la sua mano impareggiabile, gli strumenti necessari per accedere al mondo del disegno e a quello della pittura. Pende era sempre lì, in mezzo ai suoi ragazzi per indicare il modo giusto di fare, per apportare correzioni e migliorie al disegno; frequenti erano infatti i suoi interventi a favore del singolo o di tutta la classe. Nell’esporre un concetto, nel dimostrare alla lavagna certe sue ipotesi visive usando magistralmente il gessetto, Pende arricchiva la sua materia con agganci interdisciplinari estemporanei quanto opportuni, a volte apparentemente avulsi dall’argomento ma da lui collegati in maniera organica e didatticamente convincente, conseguendo il risultato di lasciare quei concetti impressi in modo indelebile nelle nostre menti».

Gli esempi non mancano. «Nelle sue mani il gessetto bianco, usato di corpo e di punta, diventava uno strumento formidabile per l’esecuzione di stupefacenti disegni in chiaroscuro di volti, di figure in contesti prospettici, di animali, di oggetti, e altro ancora. Insomma una vera festa per gli occhi che percepivano chiaramente l’aspetto materico e realistico del disegno, eseguito con un’abilità tale da lasciare attoniti, senza parole».

Pende aveva un modo di far scuola totalmente suo. «Quel suo metodo di fare scuola, inimitabile per quella sua partecipazione totale con il cuore e con la mente, continuava anche in orario extrascolastico a scuola o a casa sua per ascoltare musica classica da dischi talvolta graffiati, con un giradischi assai modesto. Ma certe audizioni guidate da lui che aveva studiato pianoforte chi le può dimenticare? Pende ci parlava anche di pittura, in particolare dei suoi amati impressionisti, con quel sapere di cui non era geloso e che anzi, cercava di trasmettere generosamente spiegando, ad esempio, la teoria dei colori complementari usando i pastelli».

La natura gli era cara. «Ricordo anche certe passeggiate dentro e fuori la città di Fermo durante le quali Pende raccoglieva in terra tutto quanto attirava la sua attenzione: carte e vetri colorati piume di uccelli, oggetti rugginosi, fiori, foglie ed altro ancora. Materiali buoni da disegnare che lui teneva negli armadi a vetri dell’aula assieme a sassi, conchiglie, castagne d’acqua, raccolti al mare e che mostrava a tutti come fossero un vero tesoro. Anche gli alunni potevano portare da casa gli oggetti che volevano disegnare, poi bastava mettere un cartoncino colorato dietro e il gioco era fatto».

Ma cosa disegnavano i suoi allievi? «Agli inizi, nei primi anni sessanta, si facevano studi chiaroscurali soltanto a matita o penna biro di calchi in gesso, di piccole nature morte, di visi e figure dei compagni di classe. Poi, man mano fu introdotto lo studio e l’uso del colore steso quasi sempre con pastelli di modesto valore commerciale. I disegni di quegli oggetti poveri Pende li valorizzava mostrandoli agli alunni ed esaltandone qualche aspetto interessante che l’autore aveva colto magari inconsciamente. In tal modo anche gli alunni meno dotati erano motivati a realizzare qualcosa di apprezzabile a tutto vantaggio della propria autostima. L’aula di disegno dal vero era sempre aperta , quasi a suggerire a chi passava di lì di entrare per vedere qualcosa di interessante o per ascoltare musica mentre il prof, si aggirava tra i banchi o anche per placare qualche ansia adolescenziale o per distrarsi da qualche problema. Si entrava nell’aula perché lì c’era Pende. Siccome non guardava agli orari, Pende aveva offerto anche tanto tempo per i lavori materiali da fare nell’edificio scolastico in restauro assieme ad altri colleghi più giovani che l’architetto Preziotti, donatore dell’edificio, chiamava a lavorare sodo anche manualmente».

Ma Pende aveva fatto e dato anche qualcosa di più. «Aveva realizzato la statua lignea policroma raffigurante Santa Lucia, lavoro che si trova a Montefiore dell’Aso, i proventi del quale sarebbero serviti a finanziare il costo delle opere murarie e degli arredi. Al fine di poter lavorare il più a lungo possibile, vista l’urgenza della consegna, Pende arrivò persino a dormire nella stanza laboratorio dentro la scuola».

Pende aveva un gran senso della giustizia. «Lui si bschierava sempre a favore dei più deboli fossero essi allievi o colleghi. Quando veniva a conoscenza di un’ingiustizia scendeva sempre in campo per opporre una fiera e appassionata difesa dei soggetti offesi senza timori reverenziali verso chicchessia, presidi compresi. Anche in questi casi Pende spendeva generosamente tempo ed energie per cercare di comporre le controversie o per appurare la verità».

Maestro di professione e maestro di vita!







Questo è un articolo pubblicato il 06-02-2024 alle 19:10 sul giornale del 07 febbraio 2024 - 352 letture


adolfo leoni




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