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Dal canto dell’Akathistos alla Sacra Icona. Un viaggio sino a Costantinopoli

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di Adolfo Leoni

fermo@vivere.it


Il poeta-scrittore Davide Rondoni ha realizzato per la RAI: Sacritalia, un viaggio alla scoperta del sacro che resiste in tante regioni italiane. Mentre rivediamo le superbe immagini proposte da Rai Play, la mente spazia nelle terre del Fermano. Nei giorni scorsi, il Duomo di Fermo ha accolto l'antica preghiera detta Akathistos, che in greco significa Non Seduti. Condotti dall'arcivescovo Rocco Pennacchio, i fedeli si sono alzati, hanno fatto due cori, e hanno salmodiato cercando di essere popolo e non individui. L'Akathistos è un inno alla Vergine Maria intesa come protettrice di tutti, come Colei che va incontro ai bisogni d'ognuno.

Recitando la preghiera che racconta la vita della Madonna, gli occhi di molti hanno virato verso la navata di destra, dove è stata collocata la Sacra Icona bizantina. È un capolavoro attribuito, per convenzione leggendaria ma non reale, a san Luca. L'icona, dicono gli Ortodossi, non è un quadro, non è un dipinto, non è un'immagine. È invece proprio Lei presente: la Vergine, che spalanca una finestra sull'Infinito. Quella di Fermo è una Madonna a mezzo busto, che non tiene in braccia il bambino. Ma ha una particolarità: porta la mano destra sul cuore e il dito indice appena alzato indica colui che non 'è ma è comunque presente.

Cosa c'entra l'Akatistos con l'icona? L'inno fu composto ricordando la vittoria miracolosa dell'imperatore d'Oriente Eraclio sugli Sciti e i Persiani che stavano per espugnare Costantinopoli. Era il 626. Quel giorno, un terribile uragano disperse la flotta degli invasori. Le navi si infransero vicino alla chiesa della Vergine delle Blacherne a poca distanza dalla riva del Corno d'Oro. Nel tempio si veneravano le sacre icone.

Ed è di questi mesi un romanzo che si sofferma invece sulla distruzione di Costantinopoli nel 1453 da parte dei Turchi Ottomani. Quando gli Ottomani sfondarono, furono tre giorni di inaudite violenze. «Tre giorni di saccheggio – scrive l'autore – erano stati garantiti agli invasori. Non c'era più scampo... Non c'era più tempo neppure per cantare l'Akatistos, per l'ultima implorazione».

Ecco, ciò che racconta quell'icona nel Duomo di Fermo. Nella Quaresima del 1459 il marchigiano san Giacomo della Marca la consegnò ai Priori fermani come patto ulteriore di pace tra Fermo ed Ascoli Piceno.







Questo è un articolo pubblicato il 24-01-2024 alle 11:19 sul giornale del 25 gennaio 2024 - 42 letture


adolfo leoni




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