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Fermo: 45 giorni prigioniera in Iran, Alessia Piperno si racconta alla social radio “Mamma esco a fare due passi”

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da Silvia Cotechini


“Mamma esco a fare due passi” non ne sbaglia una. La social radio affiancata dal Comune di Fermo, dall’Associazione GTC e dall’Ambito Territoriale Sociale XIX ha regalato alla Biblioca Spezioli di Fermo una serata piena di emozioni e di riflessione.

Alessia Piperno arriva a Fermo, entra nella biblioteca e dice: “Wow”. Ha l’aspetto di una ragazza qualunque, una giovane ragazza che entra in un luogo storico e si sorprende. A darle il benvenuto ci sono Paolo Nanni, coordinatore della social radio, e il Sindaco Paolo Calcinaro. I complimenti di Calcinaro vanno al team della social radio che sa come coinvolgere i giovani proponendo storie così d’impatto: “Testimonianze come queste sono utili per affrontare questioni che ci sembrano lontane e che invece è importante conoscere”. “Vedere la sala così piena di giovani mi riempie d’orgoglio” dice la direttrice della Biblioteca, Maria Chiara Leonori, e a loro si rivolge con un incoraggiamento: vivete la biblioteca!

Prima di iniziare, Lucia Gratani, nuova leva della social radio, presenta il team di “Mamma esco a fare due passi”: Gaia Vallucci, Andrea Turtù, Lucilla Formentini e due ragazze del servizio civile, Greta Rastelli e Roberta Barbieri. Mancano all’appello Andrea Marsili, presidente dell’Associazione GTC e Giuseppe Iadonato, fondatore della social radio. La vocazione della social radio è quella della promozione sociale, ma ancora prima del viaggio, ed è per questo che Alessia è stata fortemente voluto da “Mamma esco a fare due passi”.

Per raccontare l’esperienza di Alessia Piperno non basta un articolo di giornale, forse nemmeno un libro, anche se Alessia l’ha scritto. Si chiama “Azadi”, che significa libertà in lingua Farsi.

Ma chi è Alessia? Alessia è una viaggiatrice, non una travel blogger, quello è nato dopo, per la voglia di raccontare quello che vive. “Sono solo Alessia – dice – sono una viaggiatrice e non un’attivista, la mia è più una missione: voglio condividere quello che ho visto, non solo quello che ho vissuto in prima persona. Voglio mettere luce su un argomento non abbastanza conosciuto, perché siamo davvero fortunati ad essere nati in questo posto nel mondo”. Alessia ha iniziato a viaggiare da sola a 24 anni perché aveva tanti sogni da realizzare. Crescere nel mondo del lavoro non le bastava più, quello che voleva era “scoprire”. Scoprire nuovi mondi, nuove culture e soprattutto stare a contatto con la natura. E per fare questo ha visitato ben 50 nazioni.

Ma arriviamo al suo viaggio in Iran e a quel settembre 2022. In quel periodo in tutte le città dell’Iran si levarono proteste dopo la morte di Mahsa Amini, massacrata dal regime iraniano solo perché aveva una ciocca di capelli che usciva dall’hijab. Le ribellioni nacquero subito dopo, ma senza alcun tipo di violenza, eppure le forze dell’ordine lanciavano lacrimogeni e sparavano. “Se qualcuno andava a protestare aveva il 50% di possibilità di rientrare in casa, ma i manifestanti mi dicevano: se noi continuiamo ad avere paura non vedremo mai la nostra nazione libera” racconta. Alessia non era una di loro: “Ammetto che non ho avuto il coraggio, avevo paura”, eppure è stata arrestata lo stesso. Racconta che è successo tutto all’improvviso, mentre stava festeggiando il suo trentesimo compleanno: “Hanno preso me e i miei amici, ci hanno bendato all’improvviso. Quando ho tolto la benda ero nel carcere, sono rimasta in una cella da sola per tutta la notte. Ci hanno chiesto di scrivere su un foglio il codice di sblocco del telefono e le password dei social media”. All’inizio, infatti, le guardie dissero ad Alessia che sarebbe rimasta solo per poche ore, il tempo di un controllo. E invece poi cominciarono a passare i giorni. Inizialmente l’accusa era quella di aver preso parte alle proteste, ma Alessia è convinta che “siamo stati arrestati perché eravamo una minaccia, l’Iran non vuole che si venga a sapere cosa succede nel Paese”.

Il racconto diventa sempre più difficile da ascoltare. “Sono stati 45 giorni di delirio”, dice Alessia, ma anche di puro coraggio e pura forza. Alessia era prigioniera nel reparto 209 del carcere di Evin, a Teheran, riservato agli artisti e ai pensatori. Non erano criminali, ma persone che avevano l’unica colpa di aver espresso un pensiero sulla libertà. A loro veniva riservato il trattamento peggiore in prigione, perché spaventano il regime iraniano più degli assassini. Per Alessia sono stati 45 giorni di mura bianche, di scarsa igiene, di aria viziata. Ma quello che più tormentava Alessia era il rumore delle grida che 24 ore su 24 riecheggiavano per le celle. “Cercavano di nasconderle col rumore di una radio non sincronizzata, ma non era sufficiente per coprire quelle urla strazianti” e poi gli interrogatori, che duravano anche 12 ore di seguito con una benda sugli occhi. Addirittura, a un certo punto, le guardie comunicarono ad Alessia che era stata condannata a 10 anni di reclusione tramite un processo al quale non era nemmeno presente.

Intanto la notizia aveva fatto il giro dell’Italia e il suo volto era su tutti i giornali e sui social. Per fortuna, come sappiamo, questa storia ha un lieto fine: “Una mattina mi vennero a chiamare da una cella e mi portarono in un bunker, poi mi hanno trascinato in macchina. Non avevo capito che mi avrebbero riportato a casa, perché non credevo a una parola di quello che mi dicevano”. Dopo diverse ore di volo, Alessia è atterrata in stato confusionale e ha sentito una voce italiana chiamare il suo nome e chiederle un selfie. Era in Italia, soprattutto grazie ai suoi genitori, che come lei non hanno mai smesso di lottare. Nei mesi successivi Alessia ha combattuto contro gli attacchi di panico e le crisi di astinenza dalle droghe che era costretta ad assumere in carcere.

Dopo tutto questo, Alessia non odia l’Iran: “Ad oggi sento di appartenere tanto a quel Paese, ma non posso tornarci perché ora sono davvero un’oppositrice politica a causa di questo libro”. Il suo pensiero è sempre rivolto alle donne con cui ha condiviso la prigionia, che non sono state così fortunate: “Scrivere questo libro è come rimanere accanto a loro”. Lo stesso pensiero va al suo amico francese, che è stato arrestato insieme a lei e che si trova ancora adesso, dopo più di un anno, nel carcere.

Una frase conclusiva che racchiude l’essenza di Alessia: “Per fortuna, a un anno di distanza, non ho più gli incubi, sto bene. È vero, quando ne parlo ancora mi trema un po’ la voce… ma io continuo a viaggiare!”.


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Questo è un articolo pubblicato il 03-12-2023 alle 16:45 sul giornale del 04 dicembre 2023 - 650 letture






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