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Falerio Picenus: le scoperte di Bonvicini e quelle di google earth

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di Adolfo Leoni

fermo@vivere.it


Bisognerebbe andare di notte. Quando è cessato il via vai delle auto. Quando a regnare è solo il silenzio. Bisognerebbe partire dal teatro romano, quello protetto dalle querce: gli alberi sacri a Giove e ai Druidi, quei sacerdoti macellati in Gallia dai Romani. Bisognerebbe prendere per la campagna, lungo i filari delle viti. E lì, spostandoci verso la collina, ma restando sul piano, incontreremo la parte più nobile di Falerio Picenus, oggi Piane di Falerone. È stato emozionante, martedì 12 settembre, vedere gli scavi di una piccola porzione dell'antica città augustea. Alla luce è tornato l'abside di un tempio che sarebbe lungo circa 12 metri, e un lastricato che ci dice: qui esisteva una strada importante, con marmi pregiati dai colori ancora più pregiati, alcuni giunti dalla Namibia.

Gran lavoro quello del prof. Paolo Storchi dell'Università di Bologna, e dei suoi collaboratori. Storchi s'è avvalso di Google earth. Il computer ha individuato il quartiere romano, e le zappe degli archeologi hanno fatto il resto.

I ritrovamenti ora sono accucciati da materiali che li proteggeranno. E la terra è tornata a coprire un'orma importante della grande città capoluogo della centuriazione.

Non è comodo il viaggio di notte, ma suggestivo sì, specie quando si arriva alla grande cisterna chiamata Bagni della Regina e agli ultimi mozziconi dell'anfiteatro sommersi da abitazioni civili

che furono sciaguratamente consentite in quei luoghi. Ma i tempi erano quelli che tendevano a scordare o, addirittura, a cancellare il passato. Una anzitempo cancel culture. Siamo spesso autolesionisti.

Ma, nel nostro tour notturno, bisognerebbe portare in mano un lungimirante libro di un lungimirante studioso. Lui era Pompilio Bonvicini; il volume: Falerone; l'editore: Andrea Livi.

Uomo di ricerca, frequentatore di archivi e biblioteche, insegnante, scrittore. Con la zappetta gli fu concesso qualche sondaggio dall'allora Sovrintendenza. Era la fine degli anni Cinquanta. Bonvicini trovò molto. Ne scrisse altrettanto. E continuò a sfogliare documenti e a leggere Vitruvio, l'architetto che spiegava due millenni fa l'impianto urbano delle città romane.

Riportava Bonvicini di Falerio Picenus: «... il Decumano termina a levante con un magnifico Teatro e a ponente con un grande Anfiteatro», ed ancora «Tra Teatro e Anfiteatro stavano le sedi delle corporazioni artigiane, la Basilica, le Terme maschili...». E tutto questo prima della super-tecnologia.

Onore al merito a Bonvicini.






Questo è un articolo pubblicato il 30-09-2023 alle 13:04 sul giornale del 01 ottobre 2023 - 632 letture


adolfo leoni




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