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Luca Ward si racconta. Intervista esclusiva al re del doppiaggio italiano

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di Lorenzo Cortellucci


Esordi, sacrifici, passione viscerale per la recitazione, la famiglia e quell’infinito talento per il doppiaggio. Annunciato come ospite di punta del prossimo Tedx Fermo, sarà protagonista il 15 aprile al Teatro dell’Aquila. Luca Ward si è raccontato in un’intervista fiume a VivereFermo.

Professionalità, simpatia, disponibilità, fantasia, versatilità e talento senza confini. Queste sono solo alcune delle tante qualità di Luca Ward, attore e artista tra i più apprezzati del panorama italiano. Il re del doppiaggio, il prossimo 15 aprile, sarà ospite del TEDx Fermo, precisamente al Teatro dell’Aquila. La fortunata kermesse mondiale, di matrice artistico-culturale, creata dall’organizzazione no-profit TED, rinnoverà il suo appuntamento annuale con al Città di Fermo. L’obbiettivo principe è uno solo, dare spazio a storie e idee che siano fonte d’ispirazione per tutti. Il cast dell’edizione 2023 è di assoluto spessore.Tra performer e speaker, oltre a Luca Ward, durante la rassegna saranno presenti anche Maurizio Solieri, Greta Galli, Rosita Celentano e Cesare Catà.

I temi principali delle TEDx, quest’anno, sono i concetti di spazio e tempo, visti sia come ‘dimensioni’ entro cui l’essere umano si muove, sia come confini che limitano o direzionano le azioni. C’è chi cerca di superarli, chi vuole annullarli, o chi, semplicemente ci convive, provando ad accorciare le distanze che lo separano dall’altro. Da qui è partita la nostra chiacchierata con Luca Ward. Che dite? Una breve presentazione? Va bene, eccovi accontentati. Stiamo parlando di uno degli attori più amati in Italia, autentico maestro del doppiaggio (a mio avviso il migliore di sempre) e voce di personaggi come Samuel L. Jackson in Pulp Fiction, Pierce Brosnan in James Bond, Russell Crowe nel Gladiatore o Hugh Grant e mille altri. È stato protagonista di sceneggiati Rai, fiction televisive e serie tv Netflix, oltre ad essere una formidabile ‘macchina da sold out’ in centinai di teatri italiani. Insomma, Luca Ward è un artista eclettico, versatile, camaleontico e chi più ne ha più ne metta.

Riallacciandoci al tema centrale del TedxFermo, ovvero i concetti di spazio e tempo, c’è stato un momento in cui ti sei sentito di poterli oltrepassare, magari dopo un grande successo o dopo un lavoro andato particolarmente bene? Oppure quando le cose non vanno nel verso giusto, ti senti schiacciato dallo spazio che ti circonda? “Il punto focale è uno solo, nel nostro lavoro non è affatto semplice sentirsi sempre adeguati o perfetti, anzi è quasi impossibile. La professione dell’attore dipende dai giudizi e dalle valutazioni altrui, è un mestiere soggettivo. Tempo fa, Mastroianni mi disse ‘non puoi piacere a tutti’. Aveva ragione, questa condizione va accettata. Allo stesso tempo, quando le cose vanno male, l’importante è non lasciarsi schiacciare dai problemi. Ognuno ha i suoi tempi per metabolizzare e reagisce in modo diversi, ma in un modo o nell’altro si deve andare avanti”.

E riguardo al tempo, Luca ha paura degli anni che passano? “Paura no. Il tempo che passa mi fa proprio incazzare – ribatte in dialetto romano – che gli anni scorrono lo sappiamo, ma a me ‘sta cosa fa lo stesso incazzare. Non mi va proprio giù il tempo che passa. Il giorno che ho compiuto 60 anni, a me giravano le scatole, non posso farci niente. Vorrei avere più tempo per lavorare in sala, per recitare, per stare in radio e per trascorrere le giornate con la mia famiglia”.

Rimanendo in tema famiglia, la tua era ricca di artisti, da tuo padre, tuo nonno, i tuoi stessi fratelli, erano tutti attori. Ripensando a quegli anni come li ricordi? “Era tosta, mio padre era morto giovane e mia madre non lavorava. Non ce la passavamo bene. Era una vita complessa, ma era bella da vivere, perché la nostra era un’epoca straordinaria – racconta Ward – Gli anni 60 e 70 sono irripetibili, erano ricchi di fermento, fantasia, voglia di rimboccarsi le maniche e crescere come società. Ad ognuno di noi, inconsciamente, era stato affidato uno ‘spazio-tempo’ in cui, se avevi le capacità, potevi affermarti”.

Nell’epoca di oggi regna l’incertezza e il ‘non saper fare’: “In quegli anni, la mia generazione aveva punti di riferimento autentici, grandi uomini politici, sportivi di livello, artisti validi e gruppi musicali di spessore. Per i giovani di oggi, invece, è tutto più difficile, perché vivono in un’epoca piena di incertezze, dove si pensa solo allo sviluppo tecnologico, ma quando la tecnologia supera certi limiti, crea solo danni, perché ne diventi schiavo, ti imprigiona. Negli anni settanta, tra mille difficoltà, magari non avevamo niente, ma a noi sembrava di possedere il mondo, basti pensare che la mia prima bicicletta l’ho costruita da solo, utilizzando gli scarti di vecchie bici. Per me era la più bella”.

In quegli anni hai costruito la tua carriera. Era difficile emergere? “Nella mia epoca non era difficile emergere a priori, ma era difficile emergere nella misura in cui dovevi essere capace per farlo. In altre parole, dovevi essere veramente bravo per diventare qualcuno. Il doppiaggio era un ambiente dove la capacità era fondamentale. Per intenderci, negli anni ’70, gli attori americani venivano doppiati perché in originale erano inascoltabili e venivano salvati dai grandi doppiatori italiani – racconta Luca – per me il doppiaggio è stato prioritario perché servivano le qualità. Non c’erano compromessi o raccomandazioni, eri bravo allora lavoravi. Mio padre faceva doppiaggio, stessa cosa mio nonno che era la voce di Jerry Lewis, eppure in quell’ambiente mi sono sentito dire spesso ‘Luchè, lascia perde, non è per te’. All’inizio non ero per niente bravo, però non mi sono mai arreso e ci ho sempre creduto”.

E quand’è stato il momento in cui ha capito che con quella voce potevi costruirti una carriera? “Dopo essermi allenato tanto, lì ho compreso che con la voce potevo ‘campacce’. Nei primi anni di spettacolo, fin quando facevo il ruolo del bambino negli sceneggiati Rai andavo bene, poi però in sala per me era un casino. Mi dicevano ‘non sei come papà’. I colleghi della mia stessa età erano davvero bravi e mi chiedevo ‘perché non devo riuscirci’. Così ho iniziato ad allenarmi nella mia cameretta, leggendo centinaia di testi e registrando la mia voce. Da lì mi è scattato qualcosa dentro ed ho capito il segreto del doppiaggio. Per questo ai giovani ripeto, non vi arrendete e credeteci sempre. L’importante è la passione nel lavoro e la gioia di farlo, se hai queste due cose ce devi ‘provà’ in tutti i modi”.

Il doppiaggio, un settore dove conta ‘il saper fare’: “Spesso sento dire che quella dei doppiatori è una casta. Niente di più sbagliato. I ruoli che facciamo non dipendono da noi, ma veniamo scelti dalle case cinematografiche straniere, da Spielberg o Ridley Scott. Se c’è qualcuno più bravo di me, viene scelto lui, semplice – sottolinea Luca - Ho un figlio di 15 anni che vuole fare il doppiatore e per lui saranno cavoli. Porta un nome importante, se non è più bravo di me è un casino. Non è che perché ti chiami Ward vieni scelto, tutt’altro”.

In famiglia, quindi, arte e recitazione fanno parte del vostro Dna. Anche i tuoi fratelli fanno doppiaggio. Tra voi c’è mai stata invidia? Competizione? “Tra noi c’era collaborazione familiare. Il nostro unico scopo era portare i soldi a casa. Quello era il risultato da raggiungere e lo abbiamo fatto tutti e tre, sempre – afferma Luca – Per aiutare la famiglie ho svolto mille altri lavori. Ho fatto il bagnino, il barista, ho venduto le bibite all’autodromo di Vallelunga. Ho fatto qualsiasi cosa sempre onestamente e soprattutto con grande impegno ed efficacia. I valori che mi avevano insegnato in famiglia erano questi, dovevi essere capace di fare le cose bene. Mio padre mi diceva sempre ‘qualunque cosa tu faccia, fallo sempre con grande amore”.

Quindi per fare doppiaggio basta avere passione e grande impegno o serve anche la giusta voce? “A mio avviso tutte le voci vanno bene. Altre sono più impostate, altre meno e altre ancora hanno caratteristiche uniche. L’importane è saperla usare ed allenarla”.

E cosa ne pensa Luca dei doppiaggi ironici e scanzonati sui social? “Mi divertono tantissimo, molti ragazzi sono veramente bravi. Il gladiatore ‘ridoppiato’ in dialetto abruzzese, è fantastico. Possono anche essere un buon veicolo di sponsor per il mondo del doppiaggio in generale”.

Chiudiamo, riallacciandoci al tematica iniziale, lo ‘spazio-tempo’. Qual è il luogo o il momento in cui Luca si sente davvero libero? “Io mi descrivo sempre come un marinaio, è nel mare che mi sento davvero libero, è il che mi sento il più forte – conclude Ward – la mia passione per la barca è qualcosa di viscerale, me l’hanno trasmessa mio padre e mio nonno. Si può dire che sono nato su una barca, perché la prima volta che mi ci hanno portato avevo solo 7 giorni. Il mare è il mio spazio ideale, li mi sento me stesso e sto in pace con tutto. In quel luogo trovo pace e serenità. Il mare per me è libertà, intesa in tutte le sue forme. Libertà di azione, di pensiero di scelta e di errore. In una società dove siamo ipercontrollati, per me il mare è il luogo dove lo spazio perde i vincoli dei confini e dove il tempo si ferma”.



Questo è un articolo pubblicato il 07-02-2023 alle 17:48 sul giornale del 08 febbraio 2023 - 1384 letture






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