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Fermo: "Vi racconto il mio amico Pier Paolo Pasolini", Dacia Maraini al Teatro dell’Aquila

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da Silvia Cotechini


Ieri pomeriggio Eclissi Eventi ha invitato Dacia Maraini a presentare il libro “Caro Pier Paolo”, in cui l’autrice racconta alcuni aneddoti della sua vita con Pasolini e le verità di un uomo che sapeva “vedere” il mondo.

“Voglio raccontare il vero Pasolini, l’amico gentile” dice Dacia Maraini davanti a un teatro pieno per introdurre il suo memoir “Caro Pier Paolo”, edito da Neri Pozza. Si tratta di una raccolta di lettere che la scrittrice indirizza al suo amico, parlandogli direttamente come se fosse ancora accanto a lei.

La voce della Maraini è leggermente commossa, la postura è elegante e il tono sereno, ammette subito davanti al suo pubblico: “Pier Paolo mi manca, ma manca di più al nostro paese”.

Ha sentito il bisogno di raccontare di questo legame profondo dopo aver dialogato con Pasolini in sogno. L’ha sognato per tre volte, la Maraini, erano nella loro casa in Sabaudia e lui era lì, sembrava reale. Nel sogno lei tenta di informarlo sulla sua stessa morte e Pasolini risponde: “Lo so che ero morto. Ora sono vivo". L’autrice ha una visione particolare della morte, influenzata dal pensiero filosofico del Giappone, dove ha vissuto per otto anni. Spiega che in oriente i morti sono considerati come presenze benigne, l’aldilà non è qualcosa di spaventoso come lo è per noi. D’altronde, il rapporto coi morti è importante per i vivi, perché bisogna mantenere la memoria del passato per costruire il futuro.

“Dopo che ho scritto il libro non mi è più apparso in sogno – racconta la scrittrice – la gente ricorda Pasolini per essere un polemista violento, ma nella realtà era un uomo mite e affettuoso. Voglio far conoscere l'altro Pasolini. Le sue reazioni aggressive erano provocate dal rifiuto da parte della società”. L’omosessualità l’ha scoperta sin da bambino, è per lo scrittore un’etichetta indelebile, indicata anche come “causa” – o forse conseguenza – della sua morte. Ma Dacia Maraini nutre dei dubbi: “Ho capito subito che non era stato Pelosi. Ho visto le sue foto mentre andava a costituirsi per l’omicidio di Pier Paolo, era composto e non aveva nemmeno una macchia di sangue addosso”. Invece le condizioni di Pier Paolo, si sa, erano disastrose: era ricoperto di sangue a causa delle bastonate. Infatti, successivamente alla scarcerazione, Pelosi negherà qualsiasi suo coinvolgimento con l'omicidio di Pasolini. Secondo la Maraini, lo scopo di Pelosi era chiaramente quello di screditare Pier Paolo e di accusarlo di violenza sessuale. “Ma sono sempre più convinta che si sia trattato di omicidio politico. Pier Paolo aveva informazioni sulla morte di Mattei, sulla bomba di Milano e molto altro. Era un personaggio troppo scomodo”. D’altronde, racconta Maraini, il suo amico era una persona molto attenta alla realtà. Una persona in grado di “vedere” e non solo guardare.

Il cinema, la poesia… tutto era strettamente legato alla sua voglia di conoscere e di esplorare. Ed è per questo motivo che amava così tanto viaggiare. In “Caro Pier Paolo” non possono mancare i ricordi dei viaggi dei due amici, che hanno organizzato anche insieme ad altri personaggi ben noti, come Alberto Moravia e Maria Callas. Di quest’ultima Pier Paolo era “sinceramente innamorato”, afferma la Maraini, un amore ovviamente platonico ma ugualmente profondo. La diva si è unita ai loro viaggi “all’avventura”, fatti di cibo in scatola, notti in sacco a pelo, immersioni nella cultura locale. Pasolini amava particolarmente l’Africa perché rappresentava per lui un rifugio di “purezza”. In quei luoghi i due amici hanno vissuto momenti indimenticabili, profondi e anche simpatici, tutti raccontati minuziosamente da Maraini nel suo memoir.

Vista la vicinanza con la Giornata della Memoria, nel corso della presentazione l’autrice si sofferma più volte sulla sua esperienza in un campo di concentramento. Accadde quando l’Italia spezzò i suoi legami con l’Asse, nel 1943, e la scrittrice si trovava in Giappone. La famiglia Maraini venne internata in un campo di concentramento dalle autorità giapponesi. “Quello che più mi spaventa se penso all’olocausto è l’estrema organizzazione. Conoscere la cura dei dettagli di quel posto – come, ad esempio, il sistema delle docce e il trattamento dei cadaveri – ci aiuta a capire il sistema meticoloso di distruzione di un popolo”.

È con queste parole che l’autrice saluta il Teatro dell’Aquila: “Noi italiani ci lamentiamo di continuo, ma dobbiamo ringraziare la democrazia del nostro paese”. Poi si gode il meritato applauso e l’omaggio floreale del Comune di Fermo.


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Questo è un articolo pubblicato il 29-01-2023 alle 03:07 sul giornale del 30 gennaio 2023 - 462 letture






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