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Il riconoscimento della Lingua dei Segni in Italia: un anno dopo

4' di lettura
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di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it


Intervista a Enrico Dolza

Dottore di ricerca in Pedagogia Speciale presso l'Università di Torino, Enrico Dolza è anche educatore professionale. Lavora dal 1997 presso l'Istituto dei Sordi di Torino, di cui è oggi Direttore. Professore a contratto di Pedagogia Speciale e nei corsi di specializzazione per gli insegnanti di sostegno. Formatore nei corsi per Assistenti alla Comunicazione e per interpreti di Lingua dei Segni. Autore di numerosi articoli e testi divulgativi sulla sordità e sul linguaggio.

Le lingue dei segni sono sempre esistite? Com’è nata l’idea di dedicare un articolo a questo tema?
L’idea di questo articolo è nata per festeggiare il primo compleanno del riconoscimento della Lingua dei Segni in Italia, un evento atteso da almeno 30 anni. La domanda non è causale però, perché tra i detrattori della Lingua dei Segni vi sono anche alcuni che la credono un’invenzione recente, confondendo la riscoperta e la descrizione scientifica con un atto creativo. Così, quando dalla direzione cagliaritana di IntendiMe, nota start-up tecnologica a supporto dell’accessibilità, mi hanno chiesto di scrivere un pezzo divulgativo su questo tema, ho pensato che l’occasione fosse davvero ghiotta per provare a sintetizzare qualche informazione necessaria a combattere antichi pregiudizi sulle lingue segnate.

Per leggere l'articolo: https://www.intendime.com/intendimegazine/lingua/la-lingua-dei-segni-e-sempre-esistita/

Quale futuro per la LIS nell’era dell’impianto cocleare?
Lingua dei Segni e impianto cocleare non sono teoricamente in concorrenza, come d’altronde è provato sia dalle teorie sul bilinguismo, sia dalla pratica in alcuni Paesi europei, in cui le due cose convivono nello stesso bambino. Tuttavia, nella realtà quotidiana dei progetti educativi e riabilitativi, nei fatti, molte famiglie che scelgono l’impianto, preferiscono evitare l’uso della LIS per i loro bimbi.

Questa situazione ha portato a un riposizionamento della LIS, che l’ha fatta transitare da una collocazione prevalentemente tra gli accomodamenti e strategie per persone con disabilità, verso una funzione quasi esclusiva di lingua elettiva, cioè di una lingua naturale liberamente scelta dai suoi parlanti, ormai anche idealmente sganciata dal dato audiologico. Per questo si parla sempre più spesso di sign language users, e non di sordi segnanti, perché ormai la lingua dei segni è una lingua non necessariamente dei Sordi, ma anche di molti udenti che la individuano, per vari motivi, come loro forma di comunicazione privilegiata.

Quello che intravedo già ora per le lingue segnate è, pertanto, un futuro con numerose spinte alla variazione: da un lato una variazione socio-linguistica, perché cambiano i suoi utilizzatori; una variazione quantitativa, perché la base numerica dei segnanti (soprattutto segnanti nativi), si è ridotta nel tempo; una variazione qualitativa, perché la lingua dei segni, ormai lingua vera e propria sia dal punto di visto linguistico, sia legale, si è molto arricchita e consolidata, appropriandosi anche di nuovi domini d’uso (pensiamo all’arte, alla ricerca, alla politica, alla sanità, ecc.) e inoltre ha utilizzatori mediamente più consapevoli del passato e pronti a diffonderla con orgoglio, difenderla e tutelarla.

Cosa è cambiato a un anno dal riconoscimento della LIS in termini di accessibilità e inclusione?
Direi che non è cambiato praticamente nulla, e c’era da aspettarselo, anche perché l’Italia prevedeva già il diritto all’uso della Lingua dei Segni in numerosissimi ambiti. Il riconoscimento, pertanto, benché importantissimo e attesissimo, è più formale che sostanziale, direi simbolico, ma con un notevole impatto promozionale e di diffusione della consapevolezza.

L’unica vera novità concreta figlia del riconoscimento è il primo passo fatto verso una formazione univoca e riconosciuta della professione dell’interprete.

Che ruolo pensi possano avere le università italiane nella formazione dei futuri interpreti LIS e degli Assistenti alla Comunicazione?
Devono avere un ruolo centrale, ed è anche quanto disposto dalle recenti regolamentazioni. È giusto che sia così, sono le università a doversi occupare della formazione di questo tipo di professionisti. All’estero, in molti Paesi, è già così da tempo e gli interpreti sono formati all’interno degli atenei, anche se con modalità scarsamente standardizzate, anche all’interno delle stesse nazioni. L’Italia ha scelto la strada della laurea triennale professionalizzante, è un ottimo punto di partenza rispetto alla giungla sregolata preesistente. Ora bisognerà affrontare varie criticità, tra le quali il reclutamento dei docenti, i criteri di accesso degli studenti, i contenuti disciplinari.

Quanto agli assistenti alla comunicazione, la strada è più lunga. Siccome svolgono fondamentalmente una funzione educativa, potrebbe diventare una specializzazione degli educatori professionali. È già così in varie regioni italiane. Ma per ora sul banco vi sono questioni ancora più ampie, legate al futuro stesso della professione.

Come ritieni si possa arrivare a una certificazione linguistica della LIS? Come del resto avviene già per le lingue vocali.
Direi che “come del resto avviene già per le lingue vocali” sia la risposta corretta. Andrebbe creato un sistema di certificazione analogo a quello delle lingue orali, non c’è bisogno di inventarsi nulla.



Questo è un articolo pubblicato il 05-06-2022 alle 22:04 sul giornale del 06 giugno 2022 - 983 letture






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