Lingua e cultura giapponese: unicità e diversità

6' di lettura 19/05/2022 - È soprattutto sui kanji che si misura la forza di volontà di chi studia giapponese.

Giorgio Amitrano, nato a Jesi (AN), nel 1957, insegna lingua e letteratura giapponese all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Ha tradotto in italiano numerosi scrittori giapponesi, fra i quali Kawabata Yasunari, Miyazawa Kenji, Nakajima Atsushi, Inoue Yasushi, Murakami Haruki e Yoshimoto Banana. Ha curato l’edizione delle opere di Kawabata per i Meridiani (2003), e su questo autore ha scritto una monografia, pubblicata in Giappone da Misuzu shobō nel 2007. Fra i riconoscimenti ottenuti, il 12th Noma Translation Award 2001, il Premio Grinzane-Cavour 2008 e, nel 2020, l’onorificenza del governo giapponese “Ordine del Sol Levante, Raggi in oro con nastro”. Dal 2013 è stato per quattro anni direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo. È autore del volume Iroiro. Il Giappone tra pop e sublime (DeAgostini 2018).

Com’è nato il suo interesse per la lingua e la letteratura giapponese?

Da ragazzo ero stato colpito dai film di Kurosawa e dalla lettura di Kawabata, ma non avevo un interesse specifico per il Giappone, e la decisione di studiare giapponese non è stata premeditata. Anzi, è nata da un’ispirazione improvvisa. Ero andato all’Orientale, l’università dove oggi insegno, con l’intenzione di iscrivermi a inglese, ma nel leggere la lista degli insegnamenti lì impartiti, che spaziavano dal sanscrito all’arabo, dal cinese al giapponese alle lingue africane, mi è sorto il desiderio di lanciarmi in un’esperienza per me del tutto nuova e di studiare lingue orientali. Poiché ero interessato al buddismo, optai per il giapponese e tibetano. Pensavo che questa scelta mi avrebbe permesso uno studio comparato del buddismo in queste due culture. Studiai entrambe le lingue per quattro anni, ma col tempo la mia attenzione si è concentrata sempre più sul giapponese, e sull’aspetto letterario più che su quello filosofico-religioso.

Qual è stato l’argomento oggetto della sua tesi di laurea?

L’opera dello scrittore Nakajima Atsushi, che è anche il primo autore giapponese che io abbia tradotto. Il libro di racconti di Nakajima che ho pubblicato per Marsilio, mio esordio come traduttore, è il compimento di un cammino iniziato proprio con la tesi di laurea.

Chi sono stati i suoi maestri?
Ho avuto la fortuna di averne diversi. Nel campo degli studi giapponesi i miei professori dell’Orientale: Maria Teresa Orsi, Luigi Polese Remaggi, Sakamoto Tetsuo, e la scrittrice-traduttrice Suga Atsuko, conosciuta a Tokyo qualche anno più tardi. Maestri sono stati per me, in campi diversi, anche Namkhai Norbu Rinpoche, professore di lingua e letteratura tibetana all’Orientale, il calligrafo giapponese Tanaka Shingai, e Cesare Garboli, il grande critico letterario.

Come mai ha optato per la carriera universitaria?
Anche questa non è stata una scelta premeditata. Non avevo nessuna ambizione in questo senso, e infatti a lungo sono stato un traduttore e scrittore free-lance, ed ero intenzionato a continuare su quella strada. Ma quando si studia, si traduce e si scrive, a un certo punto ci si trova quasi naturalmente orientati nella direzione dell’inserimento accademico. Nel mio caso la scelta non è stata dettata dalla ricerca di una maggiore stabilità economica, ma dal desiderio di dare ai miei interessi una dimensione più adeguata. Per esempio, se venivo invitato a un convegno, gli organizzatori non sapevano mai come collocarmi, se volevo visitare una biblioteca universitaria in Giappone o all’estero, la mancanza di una qualificazione accademica rendeva più difficile ottenere il permesso.

Su cosa vertono i suoi interessi di ricerca?
Letteratura moderna e contemporanea, che per me non sono mai separabili da campi contigui come il cinema e, in generale, le arti visive. E poi ci sono degli autori che mi interessano da sempre e che credo continuerò ad amare e a studiare, in alcuni casi anche a tradurre, per il resto della mia vita: Kawabata, Miyazawa, Mishima, Tanizaki, e tra quelli più vicini a noi Murakami e Yoshimoto.

Che insegnante pensa di essere?
Non saprei rispondere. Mi è difficile immaginare quello che rappresento per gli studenti. A me basterebbe sapere che le mie lezioni li stimolano e alimentano il loro interesse per la cultura giapponese e la sua straordinaria ricchezza.

Quali sono le maggiori difficoltà dei suoi allievi alle prese con lo studio del giapponese?

Il più grande scoglio da superare è l’apprendimento della scrittura. I due alfabeti sillabici sono abbastanza facili da imparare, ma il problema sono i kanji, i cosiddetti “ideogrammi”. È soprattutto sui kanji che si misura la forza di volontà di chi studia giapponese. Chi è interessato superficialmente al Giappone, dopo un certo numero di esercizi di kanji, o dopo un esame scritto andato male, abbandona e passa a lingue più facili. Gli studenti davvero motivati resistono, e magari sviluppano una passione per i kanji.

Che cosa la affascina di più della cultura giapponese?

Mi affascina la diversa modalità di esprimere le cose. Ogni cultura è diversa dall’altra, ma in quella giapponese io percepisco una unicità che non mi stanco mai di indagare. C’è un divario tra il modo di esprimersi dei giapponesi e il nostro che nessun processo di globalizzazione potrà riempire. Detto questo, la cosa che mi fa amare la cultura giapponese è che, nonostante questa sua irriducibile diversità, io la sento molto vicina e congeniale a me.

A cosa serve la letteratura?

Ad allargare lo sguardo; ad arricchire la propria esperienza entrando, attraverso la lettura, in quella degli altri; a vivere più vite; a divertirsi; a provare quel piacere straordinario che solo la letteratura può procurare.

Qual è il libro che rileggerebbe volentieri?

Potrei leggere e rileggere per tutta la vita La storia di Genji, un capolavoro di oltre mille anni fa.

È vero che non si può tradurre senza tradire?

No, non è vero. Usare delle strategie per rendere al meglio nella lingua d’arrivo un testo scritto in un’altra lingua non è tradire, anzi significa rispettare profondamente il testo originale, e fare di tutto per restituirlo nel modo più valido.

Qual è il viaggio che più le è rimasto nel cuore?

Quando sono stato a Hanamaki, la piccola città nel nord dello Honshū dove è nato Miyazawa Kenji, uno degli scrittori che più amo. Visitare i luoghi in cui aveva vissuto, conoscere suo fratello e i suoi nipoti è stato davvero emozionante.

C’è un episodio che vorrebbe condividere con i lettori?

Molti anni fa, insieme a una traduttrice francese e a un collega giapponese sono andato a visitare la casa di Kawabata a Kamakura. Non avevamo un appuntamento e la nostra intenzione era solo quella di vederla dall’esterno. Ma l’amica francese, molto più intraprendente di me, ha provato a bussare. C’era solo la cameriera, la quale ci ha spiegato di non poterci fare entrare senza l’autorizzazione dei proprietari, ma ci ha permesso di entrare nella veranda, e di guardare da lì l’interno. Ci ha mostrato lo studio di Kawabata, il suo tavolo di lavoro, rimasto intatto come ai tempi in cui lui era vivo. Vedere la stanza in cui aveva scritto molte delle sue opere così da vicino, ma quasi clandestinamente, era una situazione così kawabatiana che ho pensato non potesse esserci modo di migliorare di far visita alla sua casa.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 19-05-2022 alle 22:27 sul giornale del 20 maggio 2022 - 143 letture

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