Porto San Giorgio: Mario Moretti, le Brigate Rosse e il conto con la storia

6' di lettura 16/01/2022 - Nasce a Porto San Giorgio il 16 Gennaio 1946 Mario Moretti, componente storico delle Brigate Rosse nonché principale attore nel sequestro Aldo Moro.

“Campagna, mare, castello, in un posto così un'infanzia non è triste. La ricordo come un periodo felice, i miei erano poveri, a casa si mangiava soprattutto pane e mortadella, ma ci andava benissimo così”. Parla così Mario Moretti rispondendo alle domande delle due giornaliste Rossana Rossanda e Carla Mosca nel libro-intervista del 1993 e riferendosi alla città di Porto San Giorgio, che gli ha dato i natali 76 anni fa, un luogo tranquillo ma non dedito alla politica, vero grande motore di quello che sarà poi il suo vissuto di brigatista e personaggio chiave degli anni di piombo. Moretti si diploma presso l'allora Istituto tecnico Industriale di Fermo, sostenuto finanziariamente negli studi dalla Marchesa Anna Fallarino Casati Stampa di Milano permettendogli di diplomarsi come perito in telecomunicazioni nel 1966; da qui il trasferimento nella città meneghina e il primo lavoro come operaio presso una società di impianti telefonici.

Anni delicati quelli della fine degli Anni Sessanta: le lotte studentesche, i sindacati presso i reparti produttivi delle fabbriche, le prime assemblee e riunioni degli operai e poi il '69, l'anno che per Moretti è decisivo, con il contratto nazionale dei metalmeccanici, che gli fa porre l'attenzione sul conflitto di classe e su azioni collettive tanto da portarlo ad abitare in una comune, che lui stesso definirà “un'avventura esistenziale”. Nemico comune per Moretti, e per le prime brigate, è la controparte aziendale, il capitale, lo stato. È proprio così che nascono le Brigate Rosse: combattere l'azienda e, attraverso di essa, “il padrone, le istituzioni, i partiti e sindacati”. Dall'incendiare le auto dei dirigenti come segno di sfida nei confronti dell'universale ai primi sequestri dei primi anni Settanta, come quello dell'ingegnere della Siemens Macchiarini, il primo dei quali con l'uso esplicito di armi, Moretti vede intanto finito il suo matrimonio e l'abbandono di suo figlio per entrare in clandestinità per tutta la decade dei Settanta, fino alla sua cattura avvenuta nel 1981.

Sono infatti gli anni Settanta che vedono l'escalation dei primi crimini commessi dalle Br come organizzazione di propaganda armata, che rivendica il suo operato non più per la mera salvaguardia dell'operaio della fabbrica, ma per la sua conquista di nuovi spazi. Tanti cominciano ad essere i nuclei, tante le colonne, le basi delle Br, sparse nelle varie fabbriche del nord e centro Italia (Milano, Torino, Genova, Roma), ma una in particolare riveste la chiave di svolta dell'operato delle brigate rosse, l'appartamento di Via Montalcini, Roma, n. 8, interno 1, dove l'allora presidente del consiglio Aldo Moro (DC) fu sequestrato ed ucciso dopo 55 giorni di prigionia, dal 16 Marzo al 9 Maggio del 1978. Un appartamento acquistato con parte del riscatto ottenuto (un miliardo delle vecchie lire) dal sequestro dell'armatore Costa l'anno precedente e che vede protagonisti indiscussi della faccenda il sequestratore incappucciato Moretti e il condannato a morte, consapevole, Moro, tenuto imprigionato in una intercapedine appositamente costruita di una stanza dell'appartamento per quasi due mesi. “Un cunicolo alto, lungo e molto stretto. Gli oggetti che servono ci stanno tutti […] un letto, una specie di piccolissimo comodino dove Moro appoggia i fogli che scrive. Un wc chimico, una conduttura per l'aria condizionata ed un microfono” così descrive Moretti la piccola stanza, affermando di aver dato a Moro del tu, senza tante formalità, vista la situazione assolutamente informale.

Moretti parla con Moro, lo interroga, processa l'uomo che lui descrive essere una persona sostanzialmente frugale, che chiede poco ma scrive molto. Moro, durante la prigionia, scrive numerosissime lettere, indirizzate ai personaggi più influenti della politica di allora, come Cossiga, Andreotti; si rivolge al suo segretario Zaccagnini, ma anche ai suoi familiari, precisamente alla moglie. Il fulcro del sequestro Moro è la trattativa: si libera Moro se si ottengono in cambio liberazioni di detenuti brigatisti e si arrivi ad una svolta politica che colpisca le viscere della democrazia cristiana e che arresti quella crisi profonda che aveva colpito il partito comunista. Ma la trattativa non ci sarà mai: a livello politico il fronte della compattezza e della fermezza di non voler assolutamente cedere ai ricatti delle Br ha la meglio, così come ha la meglio la decisione di freddare Moro in un'auto di una affiliata, la famosa Renault rossa poi trovata in Via Caetani il 9 Maggio 1978. Moretti, infatti, nel corso dell'intervista delle due giornaliste, dichiarerà di essere uno degli esecutori materiali dell'assassinio del politico democristiano.

L'uccisione di Moro avrà un risvolto tale nel pensiero di Moretti e soprattutto nella storia delle Br da farle indebolire. Se nella res publica si concretizza infatti quello che è stato definito il compromesso storico tra il PCI e la DC, seppure per breve tempo e mai del tutto rispettato in virtù di un governo di larghe intese, nella storia delle Br tutto cambia. Moretti si accorge che è “finita quella spinta a cambiare tutto, dentro la quale sta l'atto di nascita delle Br”, questo perché non si otterrà più “con una azione di guerriglia un obiettivo sulla scena politica, perché la scena politica si è ridotta a pura difesa dello stato”. Cadono i dibattiti, la visione di insieme muta così come i tempi, le prerogative sociali e le stesse file dei brigatisti, ormai lontani dalle prime rivendicazioni del decennio precedente a cui lo stesso Moretti vi aveva preso parte.

Moretti, dopo oltre 10 anni da ricercato clandestino, verrà arrestato il 4 aprile 1981 presso la stazione centrale di Milano, grazie alla confessione di un infiltrato delle Br. Tanti saranno i processi nei quali Moretti non si difende né accusa, così come tanti saranno i 6 ergastoli che lo porteranno alla condizione di fine pena mai. Ricevuta nel carcere di Cuneo una coltellata da un altro detenuto, nel 1997 Moretti ottiene la libertà vigilata che gli permetterà di lavorare fuori dalla struttura carceraria ed attualmente risiede a Milano, dove nei primi anni 2000 ha modo di partecipare a dei corsi di giornalismo con alcuni studenti.

“Sentivo una rassegnazione; - dalle parole di Moretti sul processo Moro - Ci abbiamo provato fino in fondo, ci siamo presi il diritto della lotta armata, di compiere atti duri e complicati, era giusto che l'epilogo fosse altrettanto duro e travagliato. […] Quel che avremmo dovuto fare era rivendicare un'identità, e su quello morire come esperienza politica. Non ci siamo riusciti. Era troppo fragile la nostra generazione”.






Questo è un articolo pubblicato il 16-01-2022 alle 11:40 sul giornale del 17 gennaio 2022 - 1234 letture

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