Violenza di genere: la messa in sicurezza di lei può non bastare

3' di lettura 24/11/2021 - Fatti di cronaca lo dimostrano: valutare prontamente lo stato di salute di chi commette violenza significa tutelare le donne e, parimenti, salvaguardare la comunità.

Il crescente numero di femminicidi, dovrebbero orientarci verso una riflessione, necessaria quanto urgente, sui fenomeni di violenza domestica in primis, nonché su tutte le forme di violenza di genere, siano esse a carattere fisico, psicologico, morale, sessuale ed economico.
Diviene impensabile che una società avanzata e “garantista” come la nostra, non riesca ad arginare fattivamente il verificarsi di episodi drammatici come quelli che si stanno verificando e ai quali assistiamo quasi quotidianamente, episodi che in molti casi sono già annunciati.
Sistema politico e istituzioni hanno il dovere “morale” di intervenire affinché siano adottate misure più efficaci in grado di salvaguardare la salute e la vita delle donne, ma anche quelle dei loro significativi, ovvero delle persone che ruotano intorno alla figura femminile oggetto di violenza.
Quando infatti il processo di “messa in sicurezza” funziona e riesce a garantire protezione e tutela nei confronti della donna vittima di abusi, le persone che restano e che fanno parte del suo mondo significativo, devono parimenti essere salvaguardate, tutta la comunità deve poterlo essere in egual misura.
Se c’è una vittima di violenza non dobbiamo dimenticarci che necessariamente c’è un soggetto che quella violenza l’ ha esercitata, un soggetto che esplicita atti di sopraffazione a danno di una donna, ma potenzialmente anche contro quanti “gravitano” intorno alla vita della vittima che è riuscita a sfuggire al “controllo” di colui che quella violenza compie.
Misure dunque più tempestive ed efficaci a favore delle donne, maggiore presenza reale da parte delle istituzioni locali affinché determinati protocolli vengano tecnicamente attuati con rigore ma, al tempo stesso, siano affinati da spirito umanitario ed empatico.
Sarebbe opportuna e auspicabile anche una nuova e più mirata attenzione nei confronti dei soggetti che pongono in essere l’agito violento, poiché, una condizione di disagio, o una patologia, possono spiegare comportamenti devianti reiterati.
Si tratta di persone nei cui confronti sarebbe “appropriato” agire affinché ne sia accertata, da parte del sistema, la condizione psico-fisica e ambientale, allo scopo di fornire loro un aiuto adeguato in grado di interrompere il perpetrarsi del ciclo di violenza, prima che situazioni irreparabili si verifichino.
Dunque, valutare prontamente il loro stato di salute – nel senso più ampio del termine – vorrebbe dire al tempo stesso, tutelare le donne e, parimenti, salvaguardare la comunità.
Forse, con una maggiore prevenzione intesa in questo senso, molti eventi tragici, o almeno buona parte di essi, potrebbero essere evitati per le donne e per la collettività tutta. Nondimeno – a mio parere – ciò potrebbe trasmettere e alimentare una maggiore serenità e fiducia nelle donne che oggi, frenate dalla paura e dal timore di ritorsioni o attentati alla propria esistenza, scelgono di non denunciare.


di Tamara Merizzi
Sociologa, criminologa clinica e investigativa



Tamara Merizzi Sociologa, criminologa clinica e investigativa


Questo è un articolo pubblicato il 24-11-2021 alle 16:48 sul giornale del 25 novembre 2021 - 612 letture

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