Italiani in Francia

12' di lettura 28/08/2021 - Intervista a Gerri Ferrara

Gerri Ferrara è nato a Bisceglie, in provincia di Bari, e insegna italiano come seconda e terza lingua straniera in Francia. Dopo aver insegnato in una scuola media nel sud della Francia, à Fayence, è ritornato nella periferia parigina dove ha insegnato per 5 anni in 4 licei differenti prima di stabilizzarsi in Seine-et-Marne - non lontano da Disneyland - in posto fisso ripartito su due scuole, ovvero il liceo Descartes di Champs-sur-Marne e il liceo Emily Brontë di Lognes. Per due anni è stato docente “vacataire” (a contratto) di lingua italiana presso l'Università Gustave Eiffel-Paris Est (ex U.P.E.M.). Da tre anni è tutor di colleghi al primo anno di insegnamento e formatore accademico per le nuove tecnologie.


Quando sei arrivato in Francia e perché?

Sono arrivato in Francia nel 2004 nell’ambito del mio dottorato che prevedeva un periodo di sei mesi di studi all’estero. Lavorando su una tesi che riguardava gli aspetti costituzionali del Direttorio, sono venuto in Francia per spulciare gli Archivi nazionali e i documenti della Biblioteca nazionale di Francia. Durante questo periodo ho conosciuto colei che sarebbe poi diventata mia moglie. Dopo 5 anni di relazione a distanza e numerosi altri viaggi di breve durata a Parigi, mi sono trasferito in pianta stabile a Parigi nel mese di settembre del 2008.


Quali studi hai compiuto in Italia?

Dopo la maturità classica ho proseguito gli studi con una laurea in Scienze politiche a Bari con indirizzo politico-amministrativo, un dottorato di ricerca presso l’Università di Macerata in Storia e teoria delle costituzioni moderne e contemporanee e un assegno di ricerca ancora a Bari in Diritto Pubblico comparato.

Che rapporto hai con le tue origini?

Sono molto legato all’Italia e alla mia Puglia in particolare. Di solito chi va all’estero è immediatamente affascinato dall’efficienza dei paesi del centro-nord Europa, specialmente se paragonata alla lentezza burocratica italiana e alle storture che attanagliano la vita quotidiana in Italia. Paradossalmente però, dopo questa prima fase di colpo di fulmine, segue sempre una fase di riscoperta e innamoramento a scoppio ritardato della propria terra. Anche perché insegnando lingua e cultura italiana si finisce per sviluppare quasi inevitabilmente una forma di orgoglio per il paese natio. Io in Puglia ci torno almeno una volta all’anno (Covid permettendo) per le vacanze estive, dato che tutta la mia famiglia vive e lavora là. E ogni volta che torno in Puglia la sensazione è ambivalente: un salto nel passato, ma anche un ritorno sempre piacevole alle origini e alle ragioni (e regioni) del cuore.


Come sei diventato docente in Francia?

Facendo il concorso nazionale (CAPES), che qui c'è tutti gli anni. Per prepararlo ho dovuto fare un anno di studi presso l’IUFM (oggi INSPE) di Parigi che mi ha permesso di conseguire un ulteriore master. Anno di formazione indispensabile sopratutto per apprendere gli elementi della didattica, perché il metodo di insegnamento qui è completamente diverso. Alla fine, la conoscenza della lingua italiana è solo una delle tante competenze che contano. Conta molto il saper costruire delle sequenze con delle lezioni ben articolate, con obiettivi intermedi e finali precisi e valutabili numericamente.


Che insegnante pensi di essere?

Un insegnante molto diverso dai colleghi francesi. Aperto, socievole, dalla battuta pronta e amante delle nuove tecnologie. Raramente devo far ricorso alla disciplina, di solito con una battuta riesco a smontare anche lo studente più ribelle. Spesso mi capita di far lezione anche a degli studenti che non hanno l’italiano nel loro cursus, ma che vengono ad assistere a una o due lezioni durante il loro tempo libero (previe autorizzazioni varie). Mi è capitato il caso di una studentessa che ha frequentato due trimestri con me, semplicemente perché le piaceva, pur sapendo che la mia materia non sarebbe comparsa sulla sua pagella. Diciamo che alla base del mio insegnamento è centrale il concetto di benessere: degli studenti, soprattutto perché come terza lingua straniera l’italiano è una materia facoltativa, che insomma devono scegliere di loro spontanea volontà. Ma allo stesso tempo del docente: sono una persona molto attiva, dinamica, quasi iperattiva, mi annoio facilmente e devo divertirmi quando lavoro, soprattutto tenendo in considerazione il fatto che passo più tempo a scuola con i miei studenti che a casa con i miei figli! Alle mie lezioni i ragazzi vengono volentieri e ripartono col sorriso sulle labbra (e io con loro).



Quali sono gli errori più frequenti che commettono i tuoi alunni?

Ne fanno così tanti che non saprei da dove iniziare. I miei alunni fanno italiano come terza lingua straniera facoltativa in aggiunta all'inglese e allo spagnolo (più raramente al tedesco) quindi non arrivano a chissà quale livello linguistico: diciamo che l'obiettivo è capire e farsi capire. In generale parlano un esperanto fatto di italiano, spagnolo e francese. Gli errori più comuni sono l’inversione di nome e cognome, gli accordi maschile/femminile o singolare/plurale, gli articoli, i possessivi. Poi ci sono i barbarismi, le italianizzazioni maccheroniche tipo “il coscione” per “le cochon” (maiale), “la giupa” per “la jupe” (la gonna), la melanzana che diventa una mela a causa dello spagnolo “manzana”, etc.


Cosa ti piace del sistema scolastico francese e cosa invece cambieresti?

In linea di massima le scuole francesi sono migliori di quelle italiane dal punto di vista delle strutture e delle dotazioni tecnologiche. Quest’ultimo aspetto per me è fondamentale visto che uso manuali interattivi, video e audio a ogni lezione, giochini per rivedere il lessico delle lezioni precedenti (kahoot, quizinière, cruciverba fatti ad hoc), realtà aumentata, escape games, giochi di ruolo. Per quanto riguarda la didattica, il sistema scolastico francese rispetto a quello italiano è indubbiamente più concreto e improntato a fornire competenze più facilmente spendibili sul mercato del lavoro: da questo deriva però il loro difetto più grave in assoluto, una mancanza di cultura generale costernante per un italiano. Per esempio ricordo una volta, durante una lezione in una scuola media di Bobigny, mentre facevo un excursus sulla Campagna d’Italia di Napoleone Bonaparte, uno studente alzò la mano e stupito mi chiese: “Ma come? E Giulio Cesare l’ha lasciato fare senza intervenire?” Altro difetto della scuola francese, alienante per uno straniero, è il gergo tecnico: tutto è detto per acronimi. CPE, CDI, PAI, LVA, LVB, LVC senza contare gli indirizzi di studio (che oggi non esistono quasi più dopo la riforma Blanquer) L, S, ES, STMG, STI2D, STD2A,ST2S, STL …. Per non parlare dei complicatissimi studi post-maturità: , L1, L2, L3 M1, M2, CPGE, IUT, BTS ... Un’altra grande differenza è che qui esiste tutto un apparato per gestire la disciplina che parte dai “surveillants” e arriva fino al CPE (conseiller principal d’éducation): loro si occupano di assenze, ritardi, punizioni, relazioni con i genitori, sorveglianza all'ingresso, a ricreazione, a mensa, ma nonostante tutto ciò trovo gli studenti più indisciplinati e irrispettosi di quelli italiani (almeno di quelli della mia epoca). Un ultimo difetto legato alla forma mentis d’Oltralpe: i colleghi francesi mi sembrano sempre troppo stressati e rigidi con i loro schemi, le loro sequenze pedagogighe cronometrate (nelle quali qualsiasi imprevisto genera un effetto entropico angosciante, per loro non per me), obiettivi intermedi e finali da raggiungere e valutare costantemente.


Di cosa ti occupi in quanto formatore accademico per le nuove tecnologie?

Essendo un appassionato delle nuove tecnologie, che uso senza soluzione di continuità nelle mie lezioni, cerco di invogliare i colleghi a utilizzarle più di frequente, dando loro indicazioni concrete su quali utilizzare e come farlo. Si parte dalle cose più semplici, per esempio come dividere in due parti un file in pdf o come unire due pdf, per arrivare a cose più complicate come creare giochi interattivi, quiz per fare attività di revisione lessicale o addirittura compiti in classe totalmente dematerializzati, sino al livello “estremo”: realtà aumentata, per esempio per fare le previsioni meteo (che è una forma diversa per mettere un voto all’orale). Quest’anno con un collega e amico, Carlo Stefanile, abbiamo creato un progetto su due scuole differenti, due livelli differenti (seconda lingua straniera in una media e terza lingua straniera nel mio liceo) di due province diverse che si è concluso con l’elaborazione di alcuni annunci con offerte di lavoro e colloqui di lavoro in videoconferenza tra i nostri studenti. Diciamo poi che la contingenza sanitaria ha reso le competenze informatiche ancora più indispensabili, senza dimenticare che qui l’appello lo facciamo già quasi tutti informaticamente (alla fine dell’appello un sms arriva direttamente sul telefonino del genitore dello studente assente o ritardatario).


In cosa consiste la tua attività di tutor?

In Francia è previsto che un collega che abbia appena vinto il concorso e che si ritrovi per la prima volta in classe, debba avere un orario ridotto a 9h di lezione settimanali per permettergli di seguire altri corsi di formazione obbligatori. Oltre a questo, il giovane collega si ritrova in binomio con un collega più esperto che gli fa da tutor dandogli consigli su come gestire la classe, come organizzare le lezioni. In quanto tutor vado a vedere almeno una lezione a settimana del mio stagista e chiedo che lui venga a vedere le mie, nei limiti del possibile, almeno fino al periodo natalizio, poi la frequenza degli incontri si dirada, ma continuo sempre a restare in contatto col mio stagista per dare un’occhiata ed eventualmente consigli sulla costruzione delle sue lezioni, sui documenti (testi, audio, video) scelti come supporti per le sue lezioni, sui compiti a casa e in classe. Insomma, una specie di angelo custode, ma più rompiscatole.


Che cosa ti affascina della Francia?

Il mix tra rigidità e organizzazione mitteleuropea e il gusto latino per i piaceri semplici della vita.


Perché gli studenti francesi scelgono l'italiano come lingua straniera?

Frequentemente si tratta di studenti interessati e portati per le lingue straniere (a volte ne parlano già tre o quattro). Talvolta perché mi dicono più semplicemente che l’italiano è una bella lingua, melodica e che parlare (almeno un po’) una terza lingua straniera può essere di aiuto per la ricerca di un lavoro. A volte semplicemente perché le altre materie facoltative sono meno attraenti.

Come diceva Jean Cocteau, i francesi sono italiani di cattivo umore?

Qualche anno fa forse avrei risposto di sì, ben sapendo di fare una generalizzazione. Ora, vedendo sui social network quanto si sono incattiviti i miei compatrioti, direi sicuramente di no. D’altronde, non è mai facile paragonare due popoli, soprattutto se uno dei due è quello francese che dopo secoli di colonialismo e differenti generazioni di immigrati si è trasformato in un cocktail socio-culturale ad alta gradazione alcolica. Basti guardare la mia famiglia: io sono italiano, mia moglie francese ma figlia di immigrati congolesi, i miei due figli mulatti con doppia nazionalità italo-francese, mio cognato è francese di padre cambogiano e di madre svizzera germanofona e via di seguito. Onestamente non saprei neanche più dare una definizione di “francese medio”.


C’è un episodio del tuo vissuto che vorresti condividere con i lettori?

Quando mi ritrovo la classe in piedi che canta (me compreso) piano piano, poi sempre più forte “Bella ciao”, oppure “I cento passi”, la canzone dei Modena City Ramblers dedicata a Peppino Impastato. Ma anche ricordi dolorosi come quello di Kenza, 13 anni, che particolarmente giù di morale restò con me alla fine delle lezioni (17h30) per parlare un po’ e che poi rientrata a casa si suicidò defenestrandosi.

Qual è il tuo motto?

Azione e reazione. Ho la fortuna di avere sempre la battuta pronta, in meno di mezzo secondo, per poter reagire alle piccole provocazioni che a volte arrivano dagli studenti.



di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 28-08-2021 alle 11:51 sul giornale del 29 agosto 2021 - 564 letture

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