La luce nelle cose

16' di lettura 17/08/2021 - Intervista a Luca Baldoni

Luca Baldoni (Napoli, 1973), è cresciuto a Firenze, e ha in seguito vissuto a lungo in Irlanda, Germania e Inghilterra. Ha insegnato Letteratura italiana alle università di Londra e Oxford e dal 2007 al 2018 Letteratura italiana e Storia dell’arte alla James Madison University di Firenze.
Le sue raccolte di poesia sono Sensi diversi (LietoColle 2005 – Premio Camaiore Opera prima), Territori d’oltremare (La Meridiana 2008 – Premio Sandro Penna per l’inedito) e Sale del ricordo (LietoColle 2017).
Ha curato Le parole tra gli uomini. Antologia di poesia gay italiana dal Novecento al presente (Robin 2012), di cui è di recente apparsa una terza edizione riveduta, e traduce dall’inglese, dal francese e dal tedesco.

Il suo ultimo volume Itaca. L’isola dalla schiena di drago (Exòrma), ha ricevuto la Menzione speciale al Premio Maldini per la letteratura di viaggio (2020) e al Premio Gambrinus, sezione Viaggio e Esplorazione (2019).

Tre aggettivi con cui ti descriveresti.
Vivo un momento particolare di trapasso, e sto uscendo da un crollo di molte certezze e strutture mentali consolidate. Mi viene quindi istintivo ritrarmi da definizioni rigide, tanto più se autoapplicate. L’unica che mi viene in mente è “in transito”. In verità lo siamo sempre, sebbene diversi fattori contribuiscano giorno dopo giorno a consolidare un’impressione opposta; per me, in questo passaggio della mia vita, tale verità è solamente più nuda.

Che ricordi hai dei tuoi esordi?
Non sono un esordiente precoce; ho pubblicato il primo libro di poesia a trentadue anni senza nessun apprendistato visibile. È stato un po’ un botto, perché pochi mesi dopo mi hanno dato il Premio Camaiore per l’opera prima. Non posso negare che, da qualche parte, fossero latenti in me delle ambizioni poetiche. Ma, semplicemente, avevo avuto per anni una vita troppo impegnata per potermene occupare. Vivevo a Londra, facevo un dottorato (sulla poesia di Saba), lavoravo, andavo in piscina tre volte alla settimana, mi immergevo nella vita culturale e notturna della città… evidentemente non riuscii a trovare le condizioni di raccoglimento necessarie all’ascolto di una eventuale mia voce poetica. O forse, semplicemente, non ero ancora maturo.
Ma nel 2004/2005, terminato il dottorato, ricevetti una borsa di ricerca presso l’Accademia britannica di Roma; fu un cambiamento drastico, dalla frenesia londinese alle dolcezze romane. Avevo tempo e spazio da dedicare a cose “superflue”; così, inaspettatamente, la raccolta Sensi diversi si fece strada come per miracolo, in un flusso di scrittura dirompente. Come se qualcosa che si era formato negli anni e aveva atteso sotteraneamente, venisse alla luce di colpo tutto intero.

Che cos’è per te la poesia e come trovi l'ispirazione?
Non amo le disquisizioni astratte sulla natura della poesia. Troppo spesso i poeti danno una definizione di poesia che, chissà come mai, corrisponde alla poetica che essi stessi praticano. Sono mosse sempre escludenti, e implicitamente gerarchiche. Io posso parlare della mia esperienza della poesia. Soprattutto, di come mi riesce farla, più di come penso che vada fatta. E allora la domanda sull’ispirazione diventa sì concreta, esperienziale, ed è possibile rispondervi con integrità. Per me l’ispirazione consta di due fasi. La prima, che più precisamente è una fase in cui qualcosa inizia a essere in movimento dentro di me senza aver ancora preso una forma precisa, può durare anche anni, e si compone di nuove letture, stimoli intellettuali, incontri ed esperienze che in qualche modo si coagulano e offrono un orizzonte necessario di ricerca di senso. Poi, quando tutto ciò è giunto a maturazione, e senza che io sia consapevole che questa maturazione è ormai avvenuta, il frutto cade dall’albero. Un giorno la mano prude, e devo mettermi a scrivere. Di solito non si tratta di un getto episodico, ma di una colata che mi porta a secernere poesie quotidianamente per qualche mese sino a quando il flusso è più o meno esaurito. E questi testi non sono mai sciolti, ma si compongono in quel “progetto” che si agitava confusamente dentro di me nel periodo più o meno lungo di gestazione. Sembrerà molto neoromantico, ma a me succede grosso modo sempre così.

Qual è oggi il ruolo del poeta?
Anche qui – attenzione a generalizzazioni o teorizzazioni interessate. In Italia da decenni l’eterna discussione sul ruolo del poeta è accompagnata da un costante tono di de profundis da cui rifuggo istintivamente. In altri paesi europei, e penso ad esempio all’Irlanda o alla Grecia, se ne parla molto meno in questi termini, ma in compenso la poesia, per quanto non maggioritaria, sembra mantenere spazi di vitalità, e un ruolo sociale, comunque significativi. Ci sono poi realtà che non conosco direttamente, ma di cui mi giunge notizia; come il Festival di poesia di Medellin, che ogni anno, in un paese e in una città che non assoceremo certo alle brezze poetiche tradizionali, raccoglie un pubblico di migliaia di persone. Allora voglio dire: che utilità c’è nel non schiodarsi mai da certi topoi del discorso salottiero-letterario italiano, quando la realtà della poesia nel presente, se la guardiamo non dico globalmente, ma almeno a livello occidentale, include realtà così diverse e specifiche?

Quali sono le parole chiave della tua poetica?
Do una risposta immediata e non riflessiva. Mi viene da dire commistione, connessione o qualcosa del genere. Penso ormai di poter individuare una prima fase della mia poetica, che si è chiusa con Sale del ricordo (del 2017, ma con testi scritti prima del 2011), e una seconda che si aprirà a fine di quest’anno con la pubblicazione di una nuova raccolta intitolata Anno naturale per Passigli. Non posso ora dilungarmi, e interesserebbe poco chi ci legge, su quello che percepisco come uno spartiacque nel mio sviluppo poetico. Ma volendo esaltare l’elemento di continuità, mi soffermerei su una delle due parole che ho citato. Nella mia prima poesia l’interconnessione creava scintille tra i diversi aspetti di una personalità in crescita, tra le culture e i luoghi in cui si faceva esperienza del sé, tra gli slanci e i terrori della gioventù; nell’ultima raccolta parlo invece di “gioiosa connessione” tra tutti gli elementi dell’universo, dal microcosmo al macrocosmo, e rilanciando Lucrezio mi avvio sulla strada di una poesia dai contenuti scientifico-filosofici.

Hai vissuto a Dublino, Londra e Berlino. Come definiresti queste esperienze di vita e di viaggio?
Dublino è stata la prima esperienza di vita fuori casa, trainata oltretutto da un grande amore. Fu un momento di grande connesione con la nuova realtà in cui ero immerso, perché ci sentivamo protagonisti di quell’Irlanda che si stava scuotendo di dosso il passato e che nel giro di una generazione diventerà il paese dell’approvazione per via referendaria del matrimonio ugualitario. Poi Berlino, che mi sembrò la realizzazione in terra di un futuro ideale; qui la radicalità era scontata, e anzi faceva parte di un patrimonio che la città rivendicava con orgoglio anche a livello istituzionale. Con Londra la relazione è stata più complessa. Da un lato continuavo un percorso cosmopolita, e mi rendevo conto della fortuna di vivere in una metropoli globale. Dall’altro furono anni di duro lavoro, dottorato e insegnamento, che mi fecero anche sentire in affanno circa le aspettative che vivere in un luogo simile suscitava. Così iniziai a esserne stanco, e alla fine decisi di andarmene.

Perché consideri la Grecia come la tua patria spirituale?
Questa domanda è molto personale. Risponderò pragmaticamente. Sono stato in Grecia per la prima volta a dieci anni, e da allora mi ricordo di esserci sempre stato bene. Descrivere quesa sensazione di benessere aumentato, un po’ simile all’effetto di una droga, sarebbe molto difficile, e in fondo secondario. Fatto sta che sono sempre ritornato, ritrovando le vecchie sensazioni ma anche ogni volta alla caccia di nuove, e con i ritorni si sono create delle amicizie e dei legami che hanno ingenerato altri ritorni. Ho compiuto delle esplorazioni personali di alcune parti della Grecia, e alla fine ho esordito come scrittore di viaggio con un libro su Itaca, un luogo che frequento ormai da un ventennio e nel quale posso dire di essere abbastanza radicato. Ecco, forse tutto ciò – l’immagine complessiva di un seme che è cresciuto, che ha trovato il suo terreno – può spiegare quella mia affermazione riportata sul risvolto del libro sulla patria di Ulisse.

Come ti sei avvicinato al trekking e perché ti piace camminare?
Ho iniziato a provare un vero piacere nel camminare dall’adolescenza, forse in qualche modo suggestionato dall’ideale rimbauldiano dell’uomo “dalle suole di vento”. Camminare, esplorare i luoghi a piedi, comunica un’immagine di profonda libertà e indipendenza. Quando ne avevo la possibilità durante una vacanza, questa propensione gradualmente si approfondiva; mi lanciavo nell’esplorazione a piedi di determinati territori senza alcuna conoscenza tecnica, precauzione o pianificazione. Poi dopo il rientro in Italia ho collaborato per alcuni anni con l’associazione TrekkingItalia, un’esperienza grazie alla quale mi sono professionalizzato. Ho creato e accompagnato dei trekking in Grecia in zone che avevo esplorato indipendentemente, come Itaca o l’Epiro, portando avanti l’idea di un ecoturismo consapevole e rispettoso del territorio. Camminare è diventato anche camminare insieme, e l’esperienza di gruppo ha aggiunto un livello ulteriore al piacere di questa attività.

A cosa serve la letteratura e il suo insegnamento?
La letteratura – come d’altronde tutte le arti – serve a condurci dove non siamo ancora stati, in questo modo ampliando la nostra percezione di noi stessi e del mondo. Credo in questa funzione, tuttavia non la reputo così specifica e non la inquadro da una prospettiva, per così dire, aristocratica. Anche camminare serve a condurci dove non siamo mai stati, varcando confini sia interiori che esteriori. Dunque, forse, la specificità risulta dal mezzo usato dalla letteratura, piuttosto che dalle possibili ricadute di arricchimento personale. Per ciò che riguarda l’insegnamento, ognuno di noi ha qualcosa che desidera trasmettere, che gli pare fondamentale nella materia che sta insegnando, e tuttavia anche qui la sorpresa è sempre in agguato, perché possiamo agire sugli studenti in modo che non avevamo previsto. Alla fine di un corso su Dante una studentessa americana entusiasta della scoperta della Commedia mi ha scritto un bigliettino di ringraziamento, in cui spiegava che per la prima volta aveva compreso la religione in cui era stata acriticamente cresciuta. Non essendo io credente, il commento mi ha fatto riflettere; al di là dei miei sforzi e programmi, la grandezza dell’opera aveva avuto effetti su una soggettività con una storia diversa dalla mia. L’insegnante cerca di dare, ma quello che viene preso, e come viene preso, dipende dallo studente.

Che insegnante pensi di essere?
Diciamo che, per ragioni di deontologia professionale, eluderò del tutto questa domanda! Non si tratta di falsa umiltà, ma dovrebbero davvero essere gli studenti e le studentesse a rispondere.

Com'è nata l'idea di curare la prima antologia di poesia gay italiana del Novecento?
Dopo il periodo di ricerca postdottorale a Roma, mi misi a pensare alla forma che avrebbe dovuto prendere la prima pubblicazione in volume basata sui miei studi. Avrei potuto mirare a raccogliere i saggi che stavo via via pubblicando su Saba, Penna, Bellezza, aggiungerne altri, e offrire così una panoramica selettiva della presenza dell’omosessualità maschile nel Novecento poetico italiano. Un lavoro sicuramente degno, che però non sarebbe uscito da un ambito esclusivamente accademico. Forse la mia formazione anglosassone contribuì a farmi pensare molto alla questione dell’accessibilità dei risultati dei miei studi. Così l’idea di un’antologia mi parve preferibile in quanto forma ibrida, fruibile sia dagli studiosi che da lettori appassionati. Inoltre, un’antologia permetteva non solo di inquadrare il fenomeno criticamente, ma anche di preservare e trasmettere un patrimonio che, a parte gli autori maggiori e già “classici”, era affidato, come spesso accade con la poesia, a pubblicazioni ormai introvabili. Mi pare che il tempo mi abbia dato ragione; il libro è giunto in pochi anni alla terza edizione (riveduta), e ho ricevuto e continuo a ricevere riscontro non solo da colleghi, ma anche, e questo mi fa soprattutto piacere, da liceali o giovani appassionati.

Un momento cruciale per ogni gay è forse quello del coming out, puoi raccontarci del tuo?
L’immaginario letterario e cinematografico ci ha abituato a pensare al coming out come a un momento unico e definitivo: una cosa che si fa una volta, e una volta per tutte. In verità, anche se il primo coming out è sicuramente uno spartiacque, le cose non stanno propri così. Io a diciassette anni ero out ad esempio nell’ambiente teatrale che frequentavo e dove trovai il mio primo ragazzo. Ma ai compagni di scuola lo dissi solo l’anno dopo, in quinta superiore, quando anche la famiglia ne venne a conoscenza non perché avessi sentito il bisogno di parlargliene, ma perché lo scoprirono casualmente. Anche se questi primi strappi sono determinanti, il processo dura in fondo per tutta la vita. Quanti gay o lesbiche aperti e emancipati si trovano, anche da adulti, in situazioni, ambienti nuovi, in cui la questione si ripropone da capo?
Mi pare che, a meno che non si viva e socializzi in un quartiere gay, si frequentino gruppi o esercenti che si rivolgono a una clientela LGBTQ+, e si esca raramente da questa dimensione protetta (che è d’altronde una realtà in soli due/tre luoghi al mondo), il coming out sia qualcosa di molto più sfilacciato, e diacronicamente spalmato, di quanto in genere si pensi.

Italia e diritti LGBT: quali prospettive?
Prospettive serie possono essere additate solo a partire da un’analisi di ciò che si è ottenuto e del punto in cui ci troviamo. Senza dubbio, dal 2000 in poi degli importanti passi avanti sono stati fatti. Ma se mi chiedi se sono contento e/o soddisfatto, la risposta è totalmente negativa. In questi anni si è anche consolidato un ritardo decennale dell’Italia nella tutela della popolazione LGBTQ+, e periodicamente, ogni volta che si doveva discutere di qualche minimo miglioramento legislativo, l’omofobia che è stata riversata da certi partiti e da una parte della società sulla nostra comunità è stata abominevole. Nel contesto dell’Europa occidentale non è più neanche questione che siamo il fanalino di coda: siamo ormai un’anomalia conclamata.
Io non ho ricette complessive per ovviare a questa triste situazione; ma mi sento di lamentare l’annosa mancanza di coesione delle diverse realtà dell’attivismo gay in Italia, che operano ottimamente sul loro territorio ma mi sono sempre parse più deboli a livello di coordinamento e capacità di esercitare pressione a livello nazionale. In secondo luogo, e proprio a partire dall’analisi della situazione in cui siamo, e che non è più tollerabile, la comunità LGBTQ+ italiana dovrebbe essere nel complesso molto più aggressiva nel perseguimento dei suoi fini. Dovremmo ripeterci ogni giorno lo slogan su Stonewall “the first gay pride was a riot” (il primo gay pride è stato una rivolta), e metterlo in pratica nei momenti cruciali.

Se potessi incontrare te stesso da piccolo, cosa gli diresti?
Non importa cosa potessi aver in mente di dirgli. Penso che non mi ascolterebbe! Ma di certo potrei farlo sentire meno solo. Spesso, più che le parole, è fondamentale una presenza partecipe. Non dispensare consigli o ammonimenti ma esserci, come una specie di angelo custode.

Se dovessi condividere dei versi con i nostri lettori, quali sceglieresti e perché?
Un verso dal De rerum natura di Lucrezio che sarà l’epigrafe del mio prossimo libro di poesia: ita res accendent lumina rebus (“così le cose accendono la luce nelle cose”). L’ho scelto perché esprime quella meravigliosa interconnessione tra tutte le cose, tra il micro e il macro, che pervade l’universo, e sulla quale rifletto nella raccolta sulla scia anche di altri pensatori-scienziati, da Anassimandro a Giordano Bruno. Questo riconoscimento provoca una duplice “accensione”: una esterna, nella quale il cosmo ci appare sotto una forma unitaria che ha molto in comune anche con le dottrine orientali, e una interna, di cambiamento di consapevolezza del nostro ruolo in questo sistema vivente.

Qual è l'ultimo libro che hai letto?
Il dio degli incroci. Nessun luogo è senza genio di Stefano Cascavilla edito da Exòrma pochi mesi fa, uno splendido saggio narrativo su quella presenza ineffabile che è il genius loci. Un libro che ci porta ai quattro angoli del globo, e in cui l’autore svolge la sua riflessione su un argomento così sfuggente con una chiarezza esemplare, innervata da una profonda cultura psicologica, antropologica e architettonico-paesaggistica.

Un autore o autrice contemporaneo/a con cui trascorreresti volentieri una serata?
Non so se contemporaneo implichi vivente, ma sceglierò Patrick Leigh Fermor, che è morto nel 2011 (in Italia è pubblicato da Adelphi). Oltre a un grandissimo scrittore, è stato un avventuriero dalla cultura enciclopedica e un raconteur straordinario. Potremmo parlare del viaggio che fece a piedi nel 1933 da Londra a Istanbul, del suo amore per la Grecia dove finì per stabilirsi, di Lord Byron, di poesia, folklore, e moltissime altre cose… il tutto nella celebre casa che lui e sua moglie Joan si fecero costruire a Kardamyli, nel Peloponneso.

Qual è il tuo motto?
Non ne ho uno vero e proprio, ma prenderò a prestito il monito di Bruce Chatwin – What am I doing here?


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 17-08-2021 alle 16:18 sul giornale del 18 agosto 2021 - 226 letture

In questo articolo si parla di cultura, poesia, letteratura, napoli, Berlino, firenze, grecia, irlanda, itaca, storia dell'arte, articolo, isola, Michele Peretti, espressioni

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.me/cffF

Leggi gli altri articoli della rubrica Espressioni





logoEV
logoEV