Essere CODA: l'esperienza di Claudia Guarino

4' di lettura 14/08/2021 - Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Claudia Guarino ha 46 anni ed è nata a Napoli. Dal 2003 vive a Foligno, in provincia di Perugia. Dal 1993 condivide la vita con il marito Giuseppe e cinque splendidi figli. È interprete LIS (Lingua dei Segni Italiana) e, insieme alla sorella minore, è figlia di genitori sordi, per questo si può definire “CODA” .

Sono cresciuta contemporaneamente in due mondi paralleli, uno “udente” e l’altro più invisibile agli occhi di molti. Penso di essere un po' interprete dalla nascita perché fin da piccola ero la voce e le orecchie dei miei genitori, (mamma sorda dalla nascita e papà lo è diventato all’età di 6 anni a causa di una meningite).

Due persone speciali. Con forza e determinazione hanno vissuto la loro vita senza la paura di affrontare le difficoltà né le barriere quotidiane della comunicazione. Con tante piccole conquiste si sono fatti strada sia in ambito lavorativo che affettivo, non solo nella comunità sorda ma anche nel mondo degli udenti. Con il loro esempio mi hanno insegnato a essere sempre me stessa e a non temere di apparire più debole solo perché “diversa”. Da piccola ricordo i primi giorni di scuola, ero sempre un po’ timorosa di cosa potesse essere o suscitare nei miei compagni o negli insegnanti il fatto di avere dei genitori sordi. Eppure, dopo le prime curiosità, tutto diventava normale.

A quei tempi era un mondo quasi sconosciuto, quindi mi piaceva insegnare ai miei compagni l’alfabeto o qualche parola in LIS, anche mio padre si divertiva a insegnare alcune semplici frasi di saluto o presentazione quando veniva qualche amico/a a casa. Insomma, senza saperlo, stavamo già sensibilizzando le persone intorno a noi a un mondo più inclusivo.

So che non è cosi per tutti i figli CODA, io mi reputo molto fortunata, sono cresciuta nei primi anni a casa dei miei nonni paterni (udenti), casa sempre molto frequentata da zii e cugini mentre i miei erano a lavoro. Di giorno parlavo e quando tornavano i miei usavo i segni. Questo ha arricchito molto la mia vita, la mia sensibilità. Istintivamente tendo infatti a essere molto protettiva e sempre pronta a intervenire o aiutare chi si trova in difficoltà.

La mia prima traduzione in LIS ero paralizzata. La ricordo ancora con forte emozione, ero in piedi davanti a una sala piena di gente, quasi tutti sordi. Era arrivato un candidato politico molto importante e l’interprete che doveva essere già lì, si trovava bloccato nel traffico a più di mezzora di distanza. Pensarono a me per dar voce a quel personaggio così atteso da tutti, ( avevo solo 13 anni, erano venuti a chiamarmi mentre giocavo in giardino con altri miei coetanei, CODA anche loro). Dopo qualche secondo di blocco totale cominciai a tradurre piano piano e incontravo negli occhi della sala le approvazioni e la gratitudine per la mia disponibilità. Pendevano tutti dalle mie mani. Non dimenticherò mai quel giorno, non dimenticherò mai l’emozione negli occhi pieni di orgoglio dei miei genitori. Dopo un lungo discorso, il politico e i sordi presenti mi ringraziarono, mi fecero molti complimenti anche per la mia giovane età. Era andata molto bene, mi resi conto in quel momento che il mio bilinguismo poteva essere utile, o come in quel momento, indispensabile per qualcuno. E forse è stato dopo quel giorno che ho cominciato a comprendere che quella poteva essere la mia strada.

Sono passati molti anni da quel giorno e sono cambiate molte cose e molte devono ancora migliorare, oggi c’è più informazione sul mondo dei sordi e della figura dell’interprete LIS. Mi piacerebbe far conoscere nelle scuole di ogni ordine e grado la LIS e la cultura sorda, perché sono sicura che potrebbe accrescere la sensibilità dei giovani di domani.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 14-08-2021 alle 16:26 sul giornale del 15 agosto 2021 - 449 letture

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