Lingue e letterature gəʿəz e amarica: memoria di fatti e di idee

10' di lettura 11/08/2021 - Intervista a Gianfrancesco Lusini

Gianfrancesco Lusini è Professore Ordinario di Lingue e letterature gəʿəz e amarica all'Università di Napoli LOrientale. È direttore della rivista Rassegna di Studi Etiopici e della collana Studi Africanistici. Serie Etiopica”. Fellow della Alexander von Humboldt Stiftung (2001–2002, Hamburg University), e Visiting Professor della Addis Ababa University (dal 2014), è direttore del “Centro di Studi sull’Africa” presso il Dipartimento Asia, Africa e Mediterraneo dell'Università di Napoli “L’Orientale”.

Com’è nato il suo interesse per la lingua e la letteratura amarica?

Il mio interesse per l’amarico è il risultato di un percorso che è partito dallo studio dell’Etiopia antica e medievale e mi ha portato necessariamente a interessarmi di quella moderna. Il punto di partenza è stata la lingua gəʿəz e la sua imponente letteratura scritta, di cui quella amarica è sotto molti aspetti l’erede culturale.

Da un punto di vista linguistico e culturale cosa la affascina di più?

Sicuramente il fatto che da 1500 anni in Etiopia si sia sentita la necessità di trasmettere per iscritto la memoria dei fatti e delle idee, prima in gəʿəz poi in amarico. Ne è prova la mole straordinaria di manoscritti liturgici che ancor oggi sopravvivono e che sono conservati da chiese, conventi e archivi, anche in Italia.

Quali sono le differenze tra le lingue gəʿəz e amarica?

Il gəʿəz ha una fonetica, una grammatica e un lessico che lo avvicinano molto ad altre lingue semitiche antiche, ad esempio l’arabo. L’amarico è stato profondamente influenzato da lingue africane d’altro genere, che chiamiamo cuscitiche, con caratteristiche proprie, alcune delle quali si riscontrano nell’amarico e non nel gəʿəz.

Di cosa tratta il suo corso di Storia letteraria e istituzioni dell'Eritrea?

Fondamentalmente è un corso sulla storia linguistica e culturale dei territori che oggi parlano un’altra lingua semitica, ovvero il tigrino. Si tratta dell’Eritrea, dove il tigrino è lingua di comunicazione per tutti i cittadini, e del Tigray, che è uno stato regionale all’interno della Repubblica Federale etiopica. Eritrea e Tigray sono confinanti e hanno una lunga storia comune, come dimostra il fatto che in maggioranza gli abitanti parlano la stessa lingua. Si tratta anche di territori di antica tradizione culturale, perché qui, tra il I e il VII secolo, è fiorita la civiltà monumentale del Regno di Aksum, i cui dirigenti, alla metà del IV sec., hanno adottato il cristianesimo come religione dello stato.

Di cosa si occupa il Centro di Studi sull'Africa dell'Università L'Orientale di Napoli?

Si tratta di un collegio di professori e ricercatori di lingue, storie e culture dell’Africa, che lavorano presso il Dipartimento Asia Africa e Mediterraneo. Lo scopo di questo collegio è promuovere didattica e ricerca sulle culture africane nell’ambito di uno specifico intervento finanziario del Ministero, denominato ‘dipartimento di eccellenza’. Organizziamo convegni e seminari in aggiunta alla didattica di base, invitiamo docenti dall’estero, sosteniamo ricerche e ne pubblichiamo i risultati.

Quali sono le lingue dell'Africa maggiormente studiate?

Oltre al gəʿəze e all’amarico, quelle di cui offriamo corsi nel nostro Dipartimento, quindi il berbero, lingua parlata in tutta l’Africa nord-occidentale accanto all’arabo, il hausa, parlato prevalentemente in Nigeria e in Niger, il somalo, che è parlato in Somalia e nell’Etiopia sud-orientale, e il swahili, parlato prevalentemente in Tanzania, Kenya e Uganda. Accanto all’apprendimento delle lingue, si studiano intensamente le letterature, quelle scritte tanto quanto quelle orali, e le civiltà dei vari paesi africani.

Chi considera come suoi maestri?

Dovrei citare molte persone, a partire dagli anni del liceo e poi durante il percorso universitario. Desidero menzionare almeno Paolo Marrassini, che mi ha introdotto agli studi di filologia etiopica e mi ha dato un metodo di lavoro; Gianfranco Fiaccadori, che mi ha insegnato a sviluppare rigore e sensibilità nell’indagine; e Armando Petrucci, che mi ha trasmesso amore per gli studi e passione civile. E dovrei ancora ricordare molte altre persone, che in passato mi hanno sostenuto con generosità e disinteresse.

Esistono dei manuali in lingua italiana per l'apprendimento dell'amarico?

Ci sono, ma si tratta di opere ormai invecchiate. Come tutte le lingue africane, anche l’amarico sta subendo un processo di rapido aggiornamento in conseguenza delle trasformazioni economico-sociali. Prevalentemente usiamo dei manuali in inglese, che in materia di didattica dell’amarico forniscono uno standard.

Quanti sono in media gli studenti iscritti ai suoi corsi?

In totale circa una decina, suddivisi fra i due corsi di “Lingue e letterature gəʿəz e amarica” e “Storia letteraria e istituzioni dell'Eritrea”.

Perché studiare questa lingua?

Perché permette di conoscere una storia culturale complessa, e dà accesso a una civiltà contemporanea vivace, ricca, problematica, come tutta l’Africa.

Che insegnante pensa di essere?

Preferisco siano gli studenti a giudicarmi. Mi sforzo di trasmettere pensiero critico e di educare alla demistificazione dei messaggi dominanti.

Quali sono le principali difficoltà che incontrano gli studenti nello studio di tale lingua?

In primo luogo lo studio della scrittura, affatto speciale e con una sua intrinseca complessità. Poi, alcuni aspetti della sintassi. Vista da un parlante italiano, la frase amarica è come se fosse completamente rovesciata. Durante le prime lezioni, per tradurre, suggerisco di procedere a ritroso, partendo dalla fine e procedendo verso l’inizio.

Il mondo dell'editoria risulta interessato alla letteratura in lingua amarica?

No, c’è molto lavoro da fare, per creare prima di tutto una sensibilità e un’attenzione degli Europei verso le questioni vere dell’Africa contemporanea. La maggior parte di noi pensa che l’Africa sia solo il continente delle carestie, delle guerre e degli esodi di massa. Non pensiamo a centinaia di lingue e culture, e a un miliardo e duecento milioni di persone, la metà delle quali ha meno di diciotto anni, che vogliono studiare, vivere decorosamente, dedicarsi alla propria creatività. L’Africa delle ong non è quella reale.

Se dovesse consigliare un libro, quale sceglierebbe e perché?

Un libro introduttivo allo studio dell’Etiopia? Direi Il negus. Vita e morte dell’ultimo re dei re, di Angelo Del Boca. Non è solo una biografia di Hayla Sellasse, ma è un viaggio attraverso la storia e la cultura dell’Etiopia del XX secolo. Penso che possa anche aiutare a capire, almeno in parte, gli avvenimenti drammatici in corso. Come ai tempi dell’ultimo negus, la possibilità stessa che decine di milioni di etiopici convivano pacificamente è messa a rischio dagli interessi stranieri, sostanzialmente neocoloniali.

A cosa serve la letteratura e il suo insegnamento?

La letteratura è lo strumento che ci permette di delineare con maggior chiarezza i conflitti che attraversano ogni società. Per questo Antonio Gramsci in Letteratura e vita nazionale ha attribuito così tanta importanza al suo studio, finalizzato a decostruire il messaggio degli autori e ad acquisire consapevolezza delle loro finalità autentiche.

Qual è l'ultimo libro che ha letto?

Telmo Pievani, Imperfezione. Una storia naturale. Lo consiglio caldamente a quanti siano interessati alla demistificazione di tutte le filosofie antropocentriche.

C’è un episodio che vorrebbe condividere con i lettori?

Diciamo che tendo a dare poca importanza agli episodi. Però spesso penso a quante volte, per pur caso, la mia vita è stata risparmiata da accidenti mortali.

Qual è il suo motto?

Non ce l’ho, ma dovendo pensare in questo momento a una frase che esprime un mio profondo convincimento, direi con Orazio Multa renascentur quae iam cecidere.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 11-08-2021 alle 17:28 sul giornale del 12 agosto 2021 - 374 letture

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