Meno sfarzo e più durezza coloniale: l’Aida 2021 al Macerata Opera Festival firmata Carrasco

4' di lettura 02/08/2021 - Sono passati 100 anni dalla prima rappresentazione andata in scena all’arena Sferisterio di Macerata, e fu proprio l’Aida di Giuseppe Verdi. Egitto, faraoni, sfarzo di ori e costumi, schiavi rigorosamente di colore, piramidi. Nell’Aida del 2021 non c’è niente di tutto ciò.

Aida è sempre una schiava, Amneris sempre la sua padrona, Radamès sempre il comandante delle guardie, sono solo spostati nel tempo. L’ambientazione temporale non si orienta nell’epoca dell’alto Egitto e dell’estremo sfarzo dei faraoni, bensì nel 1869, alla vigilia della costruzione del Canale di Suez, con le armate in divisa ed elmetto bianchi e gli abiti dei protagonisti di stampo coloniale. La conquista dell’Etiopia assume un sapore del tutto colonialista più che faraonico.

Una scelta registica seguita con perseveranza dal primo al quarto atto, che porta avanti come una bandiera un’idea ben precisa non solo nei riguardi dell’ambientazione ma anche in quelli della politica e del sociale. “Non esiste il mondo egiziano descritto dalla musica e dal libretto dell’opera originale” afferma la regista Valentina Carrasco, e così la regia piazza l’Aida all’interno del contesto storico ottocentesco, proprio nel periodo in cui a Verdi stesso fu commissionato un inno per celebrare l’apertura del Canale di Suez (che rifiutò). Carrasco è vicina al presente verdiano, che lui stesso non poteva ignorare, marcato dallo sviluppo di quelle potenze imperialiste europee che tutt’ora imperano: ricordando un fatto degli ultimi mesi, per l’appunto, non si può minimizzare l’importanza di un canale di comunicazione come quello di Suez, intasato per una nave incagliatavisi che ha reso inagibile il traffico commerciale del mondo intero, mandando il mondo nel panico e sottolineando la dipendenza attuale dal petrolio coloniale.

Registicamente chiara la visione del colonialismo europeo, altrettanto la sua conseguenza atroce: l’oppressione degli autoctoni.

Il Canale di Suez verrà costruito davvero sul grande palco dello Sferisterio, e saranno proprio gli schiavi etiopi a dover portare a spalla i pezzi dell’oleodotto, che saranno assemblati in scena per dare vita all’emblema della colonizzazione, ovvero l’estrazione dell’oro nero. L’oleodotto come metafora di un tempo che c’è stato, c’è ancora e ci sarà in futuro, almeno fino a che esisteranno la schiavitù dei deboli e il potere dei forti.

Ci può essere un rovescio delle parti (almeno nella finzione scenica, non nella realtà geopolitica): la maestosità della costruzione del maxi impianto di estrazione del petrolio, sottolineata dall’accalorata marcia trionfale suonata dalla Filarmonica Marchigiana coi suoi tromboni scenografici direttamente dalla balconata (una meraviglia da brividi), si trasforma nell’ultimo atto in teatro di morte e disperazione grazie ad un sapiente gioco di ombre. Radamès, l’emblema della potenza coloniale nel bene e nel male, troverà triste prigionia e tomba mortale proprio all’interno dell’oleodotto, che è anch’esso simbolo del potere estremo per i conquistatori e al contempo prigione e schiavitù per gli oppressi. Il risvolto della medaglia potrebbe essere una chiave di lettura stimolante per iniziare ad imparare dal passato, smettendola di addensare le guerre odierne su petrolio, soldi o anacronistiche manie d’espansione.

Degne di riconoscimento in tutto l’allestimento scenico (Carles Berga) e coreografico (Massimiliano Volpini) sono le scene d’insieme, potenti e ben eseguite; è in particolar modo da premiare l’invocazione della divinità Fthà (atto I, scena II) che coinvolge un corpo di ballo soave e decisamente evocativo, il quale, rotolando dalle dune desertiche avvolto in veli garzati che ricordano le pratiche di mummificazione, passa da crisalide imbozzolata a spirito leggiadro, etereo, devoto e spiritualmente appagante.

Plauso a più riprese per il soprano Maria Teresa Leva (Aida), che sin da subito fa notare la sua sicurezza vocale, la precisione nelle note toccate, o nelle note appena sfiorate con erudita grazia. Ottimo il duetto finale tra Aida e Radamès, in cui Maria Teresa Leva sembra trovare un compagno alla sua altezza: il tenore Luciano Ganci, che già si era distinto per Celeste Aida, esprime al meglio le sue doti in La fatal pietra sovra me si chiuse. Da elogio il mezzosoprano Veronica Simeoni (Amneris), che enfatizza ogni scena nello specifico funge da collante per il terzetto iniziale con Aida e Radamès, e il baritono Marco Caira (re d’Etiopia). Tutto il cast appare adeguato.

Un’Aida così merita di essere vista, sia con gli occhi sia con la testa. Prossime repliche 7 e 12 agosto.


di Marina Mannucci
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 02-08-2021 alle 10:00 sul giornale del 03 agosto 2021 - 193 letture

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