“La Traviata degli specchi” torna allo Sferisterio ma non si rinnova

Sferisterio 3' di lettura 02/08/2021 - “1921 – 2021 I nostri primi Cento”: a 100 anni dall’edificazione dello Sferisterio, a cui cento consorti diedero vita, va in scena una delle rappresentazioni più iconiche degli ultimi (quasi) trent’anni, quella che viene affettuosamente denominata “La Traviata degli specchi”.

Già in scena nel 1992, non sono trascorsi più di tre anni dall’ultima replica al Macerata Opera Festival, eppure La Traviata di Henning Brockhaus e Josef Svoboda riempie a tutt’oggi ogni posto disponibile. L’intuizione scenografica di Svoboda colpisce ancora i più, e l’enorme specchio offre ogni volta nuove prospettive, riflette i personaggi, riflette il pavimento che diventa fondale, riflette il pubblico annientando la quarta parete, ovvero quel muro immaginario che poneva (ante Diderot) uno sbarramento tra arte scenica e fruizione. Lo specchio riflette e fa riflettere.

L’impatto visivo di essere trasportati da spettatori in platea ad attori sul palcoscenico è clamorosamente tangibile: nel momento in cui lo specchio passa dall’essere inclinato di 45 gradi a formare un angolo di 90 gradi facendosi muro riflettente dello Sferisterio, ogni spettatore si sente e si vede direttamente in scena. Non si è più semplici fruitori ma si partecipa attivamente, lo specchio per sua natura chiede a tutti un giudizio sincero: da quale parte stiamo? Siamo anche noi quei borghesi che additano Violetta di malcostume?

Se la soluzione finale della parete specchiata lascia senza fiato, è durante tutto lo spettacolo che il suo utilizzo poco convince. Appurata la bellezza visiva dell’angolazione tecnica e riflettente, ogni scelta scenografica e coreografica non valorizza l’impiego dei mastodontici specchi. Attori e ballerini debolmente interagiscono con la propria immagine riflessa, e altrettanto poco con la scenografia riflessa; non sembrano legati alla scena.

La regia, dal primo al quarto atto, è caratterizzata da ampi silenzi. L’entrata dei personaggi e del coro è silenziosa, così come ogni cambio di scena (attraverso cordoni e servi di scena che richiudono i fondali) risulta avvolto dalla quiete. La scelta coreografica (di Valentina Escobar) dell’atto I, in cui ballerini frenetici animano la festa nel salotto di Violetta, è inizialmente suggestione per gli occhi, complice il lavoro degli specchi e dei tappeti-scenografia, ma troppo ripetitiva e maldestra per essere sempre apprezzabile. Lo Sferisterio meriterebbe in generale danzatori di un livello superiore.

La più bella scena d’insieme è senza dubbio l’ensemble dei mattatori (Atto II, scena XI), in cui il palco è invaso da una gonna rossa di dimensioni gigantesche che rotea sul parterre e si innalza attraverso lo specchio, tenuta da ogni curvatura dell’orlo e mossa fino a diventare fluida e leggera.

Per quanto Libiamo ne’ lieti calici appaia sottotono e Un dì, felice eterea non sorprenda appieno, la scena V è predominata dal soprano Claudia Pavone, che magistralmente intrepreta il suo ruolo di Violetta, confusa tra l’amore per Alfredo e la volontà di non abbandonare il suo gaudente stile di vita.

Non muove emozione Marco Ciaponi (Alfredo) in De’ miei bollenti spiriti, in cui non emerge la potenza della voce, ma il tenore trova riscatto nella scena ultima, grazie anche ad un’ottima interpretazione di Sergio Vitale (Germont padre), che si distingue in ogni duetto con Claudia Pavone per intensità e coesione artistica con la stessa.

La Traviata degli specchi ha riscosso sempre un successo enorme sin dalla sua prima rappresentazione, ma forse un successo così immutato avrebbe bisogno di qualche cambiamento registico per continuare ad essere apprezzato come un tempo.


di Marina Mannucci
redazione@viverefermo.it





Questo è un articolo pubblicato il 02-08-2021 alle 15:49 sul giornale del 03 agosto 2021 - 221 letture

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