Lingue e culture arabe: nuove visioni sulla vita e sul mondo

8' di lettura 30/07/2021 - Intervista ad Andrea Pintimalli

Appassionato di misticismo e pedagogia, ha studiato arabo e storia delle religioni alla ricerca di un approccio sempre più globale alle “cose umane”. Si è laureato in Lingua e cultura araba a La Sapienza di Roma e sempre lì ha conseguito il dottorato in Storia delle religioni. Andrea Pintimalli è inoltre curatore di una collana di classici di diverse tradizioni intitolata Percorsi Mistici, per le Edizioni 3P e si diverte a creare podcast su Spreaker e brevi video sui social media, per Voce & Coscienza e sulle sue pagine, per condividere i temi che più gli stanno a cuore.



Come è nato il tuo interesse per la lingua araba?


È iniziato intorno ai 16 anni, ascoltando Battiato e i Radio Dervish. Ricordo che sui libretti che accompagnavano i cd dei Radio Dervish c’erano i testi scritti in arabo e io li copiavo senza avere idea di cosa stessi scrivendo. Ero profondamente affascinato dalla mistica sufi. Studiando i testi di Battiato, mi ero trovato a leggere Gurdjieff e Guénon già a 16 anni, finendo per farmi un’idea del misticismo islamico profondamente ispirante, ma anche sufficientemente immaginativa, come lo sono i miti adolescenziali. Quando arrivò il momento di scegliere un percorso universitario, cercai qualcosa che potesse costituire anche una competenza tecnica, funzionale alla successiva carriera e pensai di provare a unire questa esigenza con le mie passioni studiando arabo. Al tempo non avevo alcuna idea dell’arabo, né mi appassionavano particolarmente le lingue, ma quando iniziai a studiarlo venni completamente rapito dalla perfezione dell’arabo classico, lo trovo straordinario.

Quali sono stati gli argomenti oggetto della tua tesi di laurea e poi di dottorato?

Gli argomenti dei due lavori sono stati piuttosto diversi. Ho completato la laurea specialistica in lingua e cultura araba con la traduzione di un romanzo, al-Kalām, di Shafiq Maqar, lavorando a stretto contatto con l’autore. Il racconto è ambientato nell’Egitto di Nasser e tratta soprattutto del peso psicologico della censura. Amavo molto l’idea che Maqar proponeva della figura dell’artista. Secondo lui un artista è “la scimmia che sale più in alto sull’albero” e vede più lontano quindi le possibilità evolutive della specie. Gli piaceva citare il fatto che già in Omero si trovano rappresentati dei robot come servitori di Efesto.

Il dottorato ha rappresentato per me un percorso differente. Il mio desiderio era quello di ampliare la mia prospettiva allo studio delle religioni. Così mi sono dedicato alla figura di al-Bīrūnī, studioso medievale di eccezionale talento, contemporaneo, conterraneo e rivale di Avicenna, dedito allo studio delle scienze naturali, ma anche delle diverse tradizioni religiose. La mia ricerca è focalizzata sulla sua concezione di “religione”, e cosa egli intendesse comparando tradizioni diverse. Il termine “religione”, infatti, risente fortemente della sua storia occidentale, e indagare il punto di vista di altre matrici culturali è di estremo interesse. Un dato emerso dalla ricerca, ad esempio, è che laddove nella prima traduzione di un’opera comparativa di al-Bīrūnī in inglese troviamo sempre e solo “religion”, in arabo corrispondono 13 espressioni diverse (!).


Perché hai scelto di specializzarti in Storia delle Religioni?

Come dicevo prima, volevo ampliare la mia prospettiva. L’origine della mia passione è stata il misticismo islamico e di lì mi sono interessato a tutte le tradizioni mistiche di cui sono venuto a conoscenza. Volevo, quindi, acquisire una cornice entro cui comprendere meglio le differenti tradizioni, mistiche e non solo. Credo che la nostra storia culturale abbia prodotto alcuni fraintendimenti profondi riguardo ciò che può essere considerato religione e sono profondamente interessato a chiarire quei fraintendimenti. Nella mia opinione, le religioni dovrebbero essere intese come “sistemi educativi”, strutture concepite per sviluppare capacità umane in relazione a modelli ideali. Mi colpisce che in tempi più recenti questa dimensione pedagogica globale dei sistemi religiosi sia stata pressoché completamente ignorata e credo che molto sia dovuto alle modalità di competizione venutesi a creare tra le forme del sapere religioso e quello scientifico, per cui i promotori di ciascuna hanno cercato una differenziazione dall’altra, finendo con il limitarsi.


Che studente sei stato?

Mi sono divertito tanto. Ho sempre cercato di prendere le cose con grande leggerezza, che non vuol dire mancanza di serietà. Ho capito per mia fortuna abbastanza presto che la pratica era assolutamente indispensabile, perciò ho viaggiato, ho conseguito il diploma dell’Istituto Bourguiba di Tunisi, ma mi sono anche sforzato sempre di partecipare attivamente alle esercitazioni in classe. Ho compreso a un certo punto che mettersi in gioco con la lingua era una competenza di intelligenza emotiva da integrare nell’apprendimento per avere buoni risultati.

Quali sono i pregiudizi più comuni o i miti da sfatare che gravitano attorno all’Islam?

Purtroppo sono moltissimi. Molti si possono riassumere nell’idea che l’Islam sia un qualche sistema monolitico e statico. È assolutamente falso, è un credo praticato da almeno un miliardo e mezzo di persone nel mondo, in posti diversissimi, è assurdo credere che ci possa essere tanta uniformità. Come per tutti i pregiudizi, ritengo che la cosa più importante sia concentrarsi sugli individui, spesso quando si hanno in mente categorie troppo generali finisce per sfuggirci la bellezza dell’incontro con la singola persona.

E poi, naturalmente, occorre studiare un po’, magari con l’aiuto di chi conosce meglio il tema. Certo, approcciare direttamente il Corano, per esempio, può risultare piuttosto difficile, ma non mancano i testi introduttivi con ogni prospettiva possibile, bisogna solo voler conoscere senza pregiudizi e senza pretese di superiorità infusa.

Perché studiare arabo oggi?

Innanzitutto perché è una lingua meravigliosa! Poi perché è la lingua madre (con tutte le differenze tra classico e dialetti che vale la pena approfondire) di oltre 250 milioni di persone e poi per il ruolo determinante che questa lingua e la cultura che veicola hanno avuto e hanno nel mondo. Studiare arabo vuol dire incontrare non uno, ma molteplici mondi nuovi, tradizioni spirituali, poetiche, musicali, ma anche culinarie straordinarie di cui spesso noi italiani non conosciamo nulla e che possono migliorare la nostra comprensione del mondo.

Quali sono gli aspetti delle culture arabe che prediligi maggiormente?

Come dicevo prima, ho un debole per il misticismo e per la poesia. La poesia araba è straordinaria, un patrimonio sconfinato che inizia da quella pre-islamica e arriva a piccoli gioielli come “Think of others” di Mahmud Darwish messa in musica da Mira Awad.

Poi i miei studi di dottorato mi hanno portato ad appassionarmi alla filosofia medievale, la falsafa. Il mondo arabo-islamico raccolse l’eredità neoplatonica creando qualche cosa di innovativo ed estremamente significativo. Nuove visioni sulla vita e sul mondo che sono state la base di scoperte scientifiche, così come di innovazioni filosofiche che hanno anche influenzato profondamente l’Europa. Ancora oggi i filosofi medievali musulmani hanno moltissimo da dirci.

C’è un episodio del tuo vissuto che vorresti condividere con i lettori?

Ce ne sono moltissimi legati all’arabo, ma in questi giorni in cui si è tornati a parlare della scomparsa, presumibilmente per rapimento, di Paolo Dall’Oglio, mi piacerebbe raccontare molto brevemente di quando l’ho conosciuto. Ero andato per studio in Siria e andammo a visitare Mar Musa, il monastero del deserto che il gesuita aveva rimesso in attività per farne un luogo di ricerca, di incontro e dialogo. Fu meraviglioso, eravamo sulla cima di una roccia in mezzo al nulla e sotto una bassa tenda Dall’Oglio tutte le sere teneva messa, facendola precedere da una ventina di minuti di meditazione silenziosa. Fu magico, il suo arabo levantino era perfetto e lui dava una chiara testimonianza di come si poteva utilizzare la conoscenza della lingua per fare bene a molti. Emanava un’aura di benevolenza eccezionale. Lo rincontrai qualche anno dopo, quando lavorai per un breve periodo al PISAI, il Pontificio Istituto di Studi Arabi e di Islamistica e mi fece la stessa identica impressione.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Voglio proseguire la mia ricerca sulle relazioni tra religione ed educazione e credo che l’Islam abbia un ruolo storicamente molto significativo in questa ricerca. Al momento lavoro sul “mio” al-Bīrūnī e sto scrivendo un progetto di ricerca pluriennale per approfondire questi temi.

Qual è il tuo motto?

Il mio motto lo prendo in prestito da una persona per me di grande ispirazione, Patrizio Paoletti, ed è: Vivi appassionatamente!


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 30-07-2021 alle 13:10 sul giornale del 31 luglio 2021 - 187 letture

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