La scuola che vorrei: risvegliare quel "punto infiammato dell'animo"

10' di lettura 25/06/2021 - Intervista a Roberto Ciampi

Roberto Ciampi è nato a Perugia il 9 settembre 1985. Laureato con lode in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale all’Università degli studi di Perugia, insegna lingua e letteratura inglese da sei anni nella scuola secondaria di secondo grado.

  1. Tre aggettivi con cui ti descriveresti.

Introverso, curioso, ottimista.

  1. Com’è nata la tua passione per le lingue?

Diciamo che è una passione che ho scoperto alle scuole medie, quando ho studiato inglese per la prima volta (negli anni ’90 era raro che si studiassero le lingue straniere alle elementari). Da lì, ogni estate andavo a comprarmi dei libri di scuola superiore per approfondire quello che più mi incuriosiva. Per quanto riguarda lo spagnolo avevo alcuni amici di lingua spagnola a scuola. Ricordo ancora che in terza media obbligavo la mia compagna di banco a scrivermi le coniugazioni dei verbi spagnoli durante le lezioni di educazione tecnica (Ride).

  1. Quali sono stati gli argomenti oggetto delle tue tesi di laurea?

Alla triennale ho confrontato gli elementi distopici di due opere della letteratura inglese contemporanea, The Wanting Seed di Anthony Burgess (l’autore di Arancia Meccanica per intenderci) e Never Let Me Go di Kazuo Ishiguro.

Alla specialistica ho analizzato invece le traduzioni italiane di due opere dell’autore spagnolo Arturo Pérez-Reverte, della saga El Capitán Alatriste, e il doppiaggio della relativa trasposizione cinematografica. Sono riuscito perfino a intervistare la traduttrice dei libri in persona, Roberta Bovaia, che mi ha accolto calorosamente in casa sua a Parma e che saluto e ringrazio con affetto.

Non c’era un collegamento tra i due percorsi, forse perché all’epoca non avevo le idee chiarissime, ma sono comunque soddisfatto del lavoro svolto.

  1. Tra le lingue che conosci qual è quella in cui ti senti più a tuo agio?

Decisamente l’inglese, dato che ho avuto modo di approfondirlo più a lungo, anche con studi in Gran Bretagna. Mi piacerebbe dedicare del tempo per approfondire di più anche lo spagnolo, ma le cose da fare sono sempre tante durante la giornata, per cui mi accontento di godermi quando posso qualche serie TV.

Mi capita di vedere i video di alcuni talentuosi poliglotti su YouTube che danno tanti consigli utili in merito; conto quindi di riuscire un giorno a incastrare del tempo per lo studio e l’approfondimento delle lingue.

Ho fatto in passato qualche tentativo con il portoghese (materia a scelta all’università), arrivando a capire un po’ le telenovelas brasiliane, e il giapponese, che ho studiato da autodidatta le estati del liceo.

  1. Che cosa ti piace delle lingue e delle culture che conosci?

Per quanto riguarda la lingua inglese mi affascinano il suono, la struttura e la ricchezza del vocabolario, nonché la sua vastissima tradizione letteraria. Della cultura apprezzo molto l’aplomb britannico e il pragmatismo, l’amore per la patria e l’ideale del self-made man americani (gli amici d’oltreoceano mi perdoneranno queste generalizzazioni).

Dello spagnolo amo invece la musicalità e la creatività della lingua, nelle sue molteplici varianti, iberica e sudamericana, oltre a quell’immaginario letterario, realistico e poetico al contempo, delle opere di vari autori latinoamericani contemporanei (Allende, Márquez, Sepúlveda, Borges).

  1. Interprete, traduttore e docente. Qual è il ruolo che più ti rispecchia?

Credo fermamente nella formazione continua di una persona, per questo dopo la laurea ho voluto frequentare un master in traduzione specialistica all’Università di Pisa, per acquisire nuove abilità professionalizzanti e lavorare anche come traduttore, cosa che faccio di tanto in tanto. Ma il ruolo che senz’altro mi rispecchia di più, quello in cui mi sento maggiormente portato, è quello del docente.

  1. Perché hai scelto di diventare insegnante?

Analizzando il mio percorso, ho sempre avuto questa attitudine innata all’insegnamento: fin da piccolo aiutavo i compagni con difficoltà, nelle estati dell’università insegnavo italiano ai ragazzini stranieri per pagarmi le vacanze all’estero e quando ero in Erasmus a Manchester aiutavo gli studenti di italiano a fare le presentazioni in cambio di una birra o di un sandwich. Mi piaceva e sentivo di riuscire bene in quello che facevo. I lavori che ho svolto in altri settori (turistico e commerciale), sebbene mi abbiano aiutato a tirar fuori delle qualità che non credevo di avere, non rispondevano pienamente a questa mia vocazione di voler trasmettere agli altri conoscenze e passione per una cosa. Quando nel 2016 sono entrato per la prima volta nella classe di una scuola superiore come supplente, non ne sono più uscito e ad oggi posso dire che è stata una delle scelte migliori che abbia mai fatto.

  1. Qual è in genere il tuo approccio alla didattica delle lingue?

Siamo arrivati a una domanda tosta. Mi è più facile cominciare col dire quale NON è il mio approccio alla didattica dell’inglese. Diciamo che non sono un grande fan dei libri di testo; ne ho avuti di ottimi tra le mani, per carità, ma sempre un po’ ripetitivi, perché secondo me ingabbiano la lingua in qualcosa di artificiale, distante anni luce dalla lingua vera che si parla. In generale cerco di veicolare il messaggio che lo studio di una lingua non è come lo studio di un’altra disciplina. Il nostro obiettivo è quello di imparare a descrivere il mondo intorno a noi e anche dentro di noi, comunicare qualcosa e far sì che quel messaggio sia recepito, che sia orale o scritto. Il mio approccio si rifà quindi alla vita reale, per cui mi procuro sempre materiale linguistico autentico, lavoriamo spesso su articoli di riviste online, interviste, TED talks, youtuber che raccontano la loro vita quotidiana. Punto anche molto sulla fonetica perché una frase corretta, ma pronunciata male rischia di non essere compresa.

  1. Quali sono le difficoltà dei tuoi studenti nell’apprendimento dell’inglese?

Le difficoltà dei ragazzi, oltre a quelle attitudinali, derivano secondo me dai contesti familiari o sociali che non incoraggiano lo studio e l’apprendimento delle lingue. I miei alunni migliori sono quelli che già a casa respirano un’aria un po’ multilingue, guardano serie, giocano ai videogiochi con amici da tutto il mondo e leggono libri in inglese e fanno viaggi all’estero. Per tutti gli altri c’è ovviamente un grande lavoro da fare, prima di tutto educarli a usare bene Internet che è una miniera di risorse utili per l’apprendimento di una lingua, dando loro gli strumenti per appropriarsi del loro processo di apprendimento. Non a caso, i migliori poliglotti sono tutti autodidatti, hanno consolidato un metodo di apprendimento, che applicano ogni volta che intraprendono lo studio di una nuova lingua.

  1. Cosa cambieresti della scuola italiana?

Ripartirei semplicemente da una didattica più ricca di senso, contenuti e di metodo. La lezione frontale, tanto demonizzata ai giorni nostri, andrebbe rivalutata in un’ottica di dialogo attivo. È grazie a essa se un alunno impara a stare sui libri con metodo, perfeziona abilità quali il linguaggio, l’attenzione, il ragionamento, e impara a esprimere le proprie emozioni.

Nella scuola di oggi si è invece impegnati per il 60-70% del tempo a espletare adempimenti burocratici che fanno apparire tutto perfetto “sulla carta”, perché c’è sempre lo spauracchio del controllo o del ricorso dietro l’angolo. Allo stesso tempo si cerca di compensare questo impoverimento proponendo “progetti” altisonanti, ci si riempie la bocca di paroloni come “competenze” o “cittadinanza” o si va alla ricerca di approcci esterofili, i cui frutti sono ancora tutti da dimostrare.

Sarò un po’ idealista o tradizionalista, ma se vogliamo appassionare i ragazzi dovremmo essere in grado, come diceva Pavese, di risvegliare in loro quel “punto infiammato dell’animo”. Torniamo quindi a studiare più in profondità i classici: ci interrogano e ci danno risposte su questioni che ci riguardano da sempre. Dedichiamo più ore allo studio delle lingue straniere; ogni lingua ha uno sguardo diverso sul mondo, mediato da una cultura diversa dalla nostra.

  1. C'è un episodio che vorresti condividere con i lettori?

Per tenere la disciplina in classe svelerò un piccolo trucco che uso spesso con i miei alunni: dopo qualche lezione, ai primi tentativi di sommossa, pronuncio sempre alla mia classe la frase “è inutile che voi cerchiate di prendermi in giro, vi ho già inquadrati tutti dal primo giorno, uno per uno”. Ovviamente non è vero, ma una frase del genere pronunciata con un tanto di autorevolezza e sguardo serio suscita negli alunni un effetto vagamente intimidatorio che mi consente di fare lezione in serenità (mentre dal di dentro me la rido). Bene, dopo aver detto questa frase in una delle mie classi quest’anno, un alunno mi ha detto: “Prof., lei è l’Occhio di Sauron”. Essendo un appassionato di letteratura fantasy e de Il Signore degli Anelli, non può che avermi fatto un immenso piacere.

  1. Qual è il tuo motto?

Il mio motto è quel proverbio giapponese che recita “Cadi sette volte, rialzati otto”, perché credo fermamente che le cadute e gli sbagli che commettiamo quotidianamente non debbano paralizzarci nel nostro percorso di crescita. Cerco di applicarlo io e cerco anche di farlo capire ai miei studenti. Ci riuscirò? Non lo so; forse non sempre, ma per ora sono grato di quanto sono riuscito a fare questi anni.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 25-06-2021 alle 15:09 sul giornale del 26 giugno 2021 - 483 letture

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