Ogni lingua è melodia

14' di lettura 25/06/2021 - L'ispirazione la dà la vita.

Maurizio Basili è nato a Roma nel 1980. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Letterature Comparate presso l'Università degli studi di Cassino e ora è docente a contratto presso vari atenei italiani; si occupa principalmente di Letteratura Svizzera. Ha pubblicato una storia della letteratura svizzera dal 1945 ai giorni nostri, una monografia sullo scrittore svizzero Thomas Hürlimann e saggi su altri autori come, ad esempio, Robert Walser. Inoltre la sua raccolta di poesie Le occasioni v'hanno create ha ottenuto il Premio "Città di Penne-Fondazione Piazzolla" come "miglior opera prima" nel 2010.


  1. Com’è nato il tuo interesse per la lingua tedesca?

Parlerei più in generale di un interesse per le parole e per le lingue. Ogni lingua è melodia, è musica. E la musica è essenziale nella mia vita, culla i miei pensieri. Ogni cosa e ogni persona parla una lingua e crea una melodia per le mie orecchie. Tra le cose, il mare parla la lingua più bella e musicale. Tra le ‘lingue umane’, secondo me, a dispetto dei luoghi comuni, il tedesco è molto modulato, presenta una vasta gamma di suoni che accarezzano il mio orecchio. Non è una lingua dura, come viene solitamente descritta. È una lingua che può essere anche dura, ma è molto musicale.

Del tedesco, poi, mi ha sempre affascinato un altro aspetto: questa lingua dà un nome preciso a qualunque cosa, ha sempre una parola per tutto, per le emozioni, per i sentimenti. Come potremmo chiamare in italiano, con una parola sola, l’amore – quello vero – in stile “due cuori e una capanna”? Credo non ci sia un termine per identificarlo. In tedesco, invece, esiste una parola stupenda: Zweisamkeit. Se si considera che “solitudine” è Einsamkeit, che eins è “uno”, zwei è “due”, ecco che Zweisamkeit non è altro che una solitudine a due, una duitudine.

  1. Perché hai scelto la carriera accademica?

Questa è una domanda difficile. Io non credo di aver scelto la carriera accademica. Io ho scelto, per il momento, di provare a fare ricerca per soddisfare la mia indole curiosa e, inoltre, ho deciso di confrontarmi su argomenti linguistico-letterari con un gruppo di giovani studenti (ma anche di meno giovani) desiderosi di apprendere e crescere. “Carriera accademica”, a mio avviso, è una definizione che ha poco a che fare con la ricerca e il sapere; ha più a che fare con una gerarchia di ruolo in stile aziendale e con una rete di relazioni indispensabili per salire di grado nella scala gerarchica.

  1. Quali sono i tuoi interessi di ricerca?

Mi occupo principalmente di Letteratura Svizzera e di letteratura lgbt.

  1. Perché hai scelto di specializzarti nella letteratura svizzera?

Dunque, io la vedo un po’ così: nella vita ci si innamora di alcuni scrittori o di alcuni personaggi esattamente come ci si innamora delle persone. E un giorno, quando ero un giovane studente all’Università di Tor Vergata a Roma, durante un corso della prof.ssa Anna Fattori, io mi sono ‘innamorato’ perdutamente di Robert Walser. Nel suo Joseph Marti, protagonista del romanzo L’Assistente, ritrovavo molto di me: Joseph era diligente, servizievole, ma anche eccessivamente suscettibile, proprio come me. Anna Fattori mi chiamava spesso a leggere brani del romanzo durante le lezioni e li sentivo incredibilmente miei. Poi lei lesse un estratto, dalle ultime pagine; Frieda Tobler, moglie dell’ingegnere presso il quale lavorava Joseph Marti, congedava l’assistente con queste parole: “lei si troverà bene certamente, lo spero e lo auguro, anzi ne sono quasi convinta. Sia sempre un po’ umile, ma non troppo, dovrà sempre pagare di persona. Ma non si lasci prendere dall’ira, non risponda mai alle prime parole malevole; dopo la prima parola eccitata viene rapidamente la parola dolce. Si abitui a vincere in silenzio la suscettibilità”. Walser, attraverso la signora Tobler a cui dava voce in quel momento Anna Fattori, stava parlando a me. Mi si riempirono gli occhi di lacrime.

So di non essere ‘scientifico’ nel dire questo, ma poco importa. Parlo di emozioni e di vita.

Walser mi ha insegnato, inoltre, che non c’è nulla di male a sedersi nei banchi dell’ultima fila, ad avere come massima aspirazione quella di diventare un “magnifico zero, rotondo come una palla” e di fare sempre quello che si desidera; non c’è bisogno di sgomitare incessantemente per guadagnarsi un posto in prima fila, di aprire bocca per il solo desiderio di farsi notare; si può restare in fondo, ultimo tra gli ultimi, a fare ciò che più si vuole e come lo si vuole, a “suonare il piffero a modo proprio” e ogni tanto riemergere, se lo si desidera, far sentire la propria voce per confermare – forse a se stessi in primis – di essere ancora vivi.

In seguito, è arrivato l’amore per Frisch, Dürrenmatt e, più in generale, per il microcosmo elvetico.

  1. Che ricordi hai delle tue esperienze nei paesi di lingua tedesca?

Se chiudo gli occhi, mi vedo giovanissimo con uno zaino in spalla, un marsupio in vita, un valigione strapieno di vestiti e un baule di sogni, in giro per le strade di Monaco, Berlino, Rothenburg ob der Tauber (solo per citare alcune mete) con la mia amica Sara. Intorno ai vent’anni partivamo così, all’avventura. Provo nostalgia per quei tempi.

Se penso alla Svizzera, invece, ovviamente il primo ricordo è legato alle Giornate Letterarie di Solothurn. È il Festival letterario più importante della Confederazione e per me, ai tempi del dottorato di ricerca, era l’occasione per vedere dal vivo gran parte degli scrittori di cui mi occupavo. Solothurn, inoltre, è una piccola cittadina e, quindi, poteva anche capitare di incontrare gli scrittori a passeggio. Non li fermavo, preferivo seguirli a distanza, restare a osservarli: ricordo, ad esempio, di esser rimasto mezz’ora a guardare Peter Bichsel sorseggiare una birra – o forse più di una birra – in una Kneipe. Ma, soprattutto, mi viene ancora da ridere se penso di aver seguito una scrittrice – di cui preferisco non fare il nome – che faceva di tutto per evitare una sua collega! Nei pressi della barocca St. Ursenkathedrale, si appiattì addirittura contro un portone, trattenne il fiato e attese il passaggio, nella via laterale, della poetessa evidentemente invisa. Nel contesto ufficiale delle Giornate Letterarie, le due scrittrici si salutarono poi calorosamente. La vita è finzione, si sa.

  1. Che cosa ti affascina maggiormente della cultura tedesca?

Direi che mi affascina tutto quello che emerge da quanto ho raccontato finora. In particolare, mi attrae quella loro capacità, a cui accennavo prima, di dare un nome a tutto. E poi anche un’altra cosa: i tedeschi sono un po’ come l’Araba Fenice, riescono sempre a rinascere dalle loro ceneri.

  1. Che insegnante pensi di essere?

Sono come nella vita: testardo ed esigente. E, proprio come nella vita, credo che mi si ami o mi si odi… Non ci sono vie di mezzo.

  1. Quali sono le maggiori difficoltà dei tuoi allievi alle prese con lo studio del tedesco?

Non ci sono difficoltà insuperabili: con tenacia, esercizio e studio si supera tutto.

  1. Quali prospettive dopo lo studio della lingua tedesca?

Non mi piace parlare di prospettive. I ragazzi di oggi sono sempre sotto pressione, la società e le famiglie si aspettano sempre qualcosa da loro, gli chiedono costantemente di primeggiare, anche a costo di schiacciare il prossimo. Ai miei nipoti Gabriele e Lorenzo – che sono come figli per me – e ai miei studenti, dico sempre: coltivate i vostri sogni, ma concentratevi sull’oggi. Avete fatto del vostro meglio nella giornata odierna? Bene. Se si fa ogni giorno del proprio meglio, con onestà e rispetto per il prossimo, si vivrà sempre sereni e i risultati arriveranno. Studiate e poi quello che dalla vita dovrà arrivare, arriverà. E soprattutto: fate ciò che piace davvero a voi, vivete la vostra vita e non quella che qualcun altro prova a scrivere per voi.

  1. A cosa serve la letteratura e il suo insegnamento?

La letteratura è tra le cose più sottovalutate a questo mondo.

Il letterato e il medico per me sono sullo stesso piano: la medicina cura il fisico delle persone, la letteratura ne cura l’anima. Diventare medico dell’anima non è una cosa per tutti, proprio come non lo è curare i corpi. Ci deve essere una predisposizione.

Tuttavia, devo pur riconoscere che la letteratura non si insegna. La letteratura si vive, si sente insieme, docente e studenti sullo stesso piano.

  1. Che cos'è per te la poesia e come trovi l'ispirazione?

Per spiegare cosa sia la poesia per me, devo rifarmi a quanto detto all’inizio di questa chiacchierata: io non so fare a meno della musica. Giocare con le parole crea suono, musicalità. I miei tentativi poetici rispondono in parte a questo desiderio di carezzare le mie orecchie, anche se poi la prima poesia che ho pubblicato s’intitola, paradossalmente, “silenzio”.

Per il resto, la poesia per me è confessione. Ho scritto cose che non riuscivo a dire neanche a me stesso, le ho camuffate, le ho rilette e quindi accettate. E poi, come spesso accade, quei versi sono diventati anche di qualcun altro.

L’ispirazione la dà la vita, quello che accade, ciò che tocca i sensi. Alle mie prime poesie, un bel giorno ho detto: le occasioni v’hanno create. E le ho chiuse in un libro (che prende proprio il titolo Le occasioni v’hanno create).

Tendenzialmente, comunque, non mi piace leggere i poeti contemporanei italiani. Per lo più sono prosatori che ogni tanto vanno a capo.

  1. Sei poeta, docente e traduttore. Qual è il ruolo che più ti si addice?

Io mi sento tutto e il contrario di tutto e, perciò, posso provare ad essere verseggiatore e prosatore, docente e allievo, traduttore e tradotto... Perché dover scegliere un solo ruolo?

  1. Com'è nata l'idea di tradurre le poesie omoaffettive di Karl Heinrich Ulrichs?

Per prima cosa volevo omaggiare un uomo così coraggioso come Ulrichs; possiamo definirlo un pioniere del movimento lgbt, una delle prime figure a rivendicare il diritto di amare chi si vuole: il nostro amore, diceva Ulrichs – intendendo con “nostro” l’amore omosessuale – è, alle medesime condizioni, ugualmente ideale e sublime quanto il vostro e quello delle donne. Sembrano parole audaci, forse, addirittura oggi; figuriamoci nella seconda metà dell’Ottocento.

Le poesie di Ulrichs non erano state mai tradotte in italiano. Sono decisamente complesse. Ho lavorato molto alla loro traduzione, le ho viste e riviste, e mi sono convinto a pubblicarle solo dopo l’attenta lettura della mia amica e collega ispanista Roberta Alviti, altra figura importante nella mia vita, che sa trasformare – con gli occhi, con il cuore e con la penna – qualunque cosa in poesia.

  1. LGBT in Italia: com'è la situazione nel Belpaese in tema di diritti?

Tragica, ma potrebbe andare anche peggio.

Il problema principale è che l’Italia, nella realtà dei fatti, non è un paese laico. L’Italia resta il paese che ospita il centro mondiale del Cattolicesimo e l’autorità civile non è indipendente dall’autorità religiosa. La Chiesa Cattolica – parliamoci chiaro – non è esattamente la ‘migliore amica dei gay’. Poi ci sono politici beceri che baciano crocifissi sul palco dei comizi – rafforzando così il rapporto con la Chiesa tradizionale e condannando, di fatto, automaticamente tutto quello che dal mondo cattolico viene disapprovato –, politici che sostengono di dover combattere l’ideologia gender (che però non esiste e, infatti, non sanno spiegare in cosa consista), politici che campano su facebook con almeno un post al giorno sulla famiglia tradizionale o contro i gay con il solo scopo di veder aumentare i like alla loro pagina, politici o personaggi dello spettacolo che “ho tanti amici gay, ma un bambino deve avere una madre e un padre”. Ritengo, invece, che un bambino abbia bisogno solo di amore. È una frase fatta, lo so, ma non mi stancherò mai di ripeterla.

In tema di diritti c’è ancora tutto da costruire: io, da gay, voglio avere la stessa opportunità di un etero di innamorarmi, baciarmi e abbracciarmi in pubblico, sposarmi, adottare, avere un figlio, anche ricorrendo a tutti i mezzi che la scienza è arrivata a concepire. Solo quando si arriverà a questo, si potrà parlare di uguaglianza di diritti.

  1. C’è un episodio del tuo vissuto che vorresti condividere con i lettori?

Sai che non ho particolari episodi da raccontare? In fin dei conti, faccio una vita molto tranquilla. Quando mi accade qualcosa, lo metto subito per iscritto in un post, in una poesia, in un messaggio a un amico.

  1. Qual è il tuo motto?

Se il destino è contro di me, peggio per lui. Non sa che si perde.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 25-06-2021 alle 17:55 sul giornale del 21 giugno 2021 - 573 letture

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