Essere CODA: intervista ad Antonio Ingrassia

7' di lettura 12/06/2021 - Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Antonio Ingrassia, interprete e docente di LIS, Assistente alla Comunicazione, CODA e responsabile dei servizi per l’accessibilità ACCESSIBILIS.

Formazione: maturità classica, laurea in ingegneria delle telecomunicazioni nell’Ateneo di Palermo, scuola di interpreti LIS e master ACDS, Assistente alla Comunicazione e all’Autonomia dei disabili sensoriali.

Prossimo iscritto al master per interpreti LIS di Ragusa e poi alla magistrale di ingegneria informatica.

Tesi scritte sulla sordità relative a sottotitolazione automatica mediante riconoscimento del parlato e ausili informatici nell’educazione del sordo.

Tesi futura relativa alla traduzione automatica dalle lingue dei segni alle lingue scritte tramite riconoscimento automatico del segnato e viceversa tramite avatar segnanti.

  1. Cosa significa per te essere CODA?

Essere CODA significa per me far parte di una comunità di persone in condizioni simili alle mie, con le quali potermi confrontare, nelle quali trovare la solidarietà che nasce spontanea tra simili. Specifico che sono figlio di padre segnante e di madre oralista.

  1. Come e quando sei stato esposto all'italiano?

Con i parenti udenti e in particolare con i nonni, dai quali da piccolo passavo molte ore, poiché i miei lavoravano. In realtà coi nonni ero più esposto al dialetto, con gli zii e i cugini all’italiano.

  1. A scuola o in altri contesti ti sei mai sentito diverso dagli altri?

Da piccolo, essere CODA, anche se non sapevo di esserlo, significava sentirmi diverso, in qualche modo speciale: fare da interprete alle maestre prima e poi ai professori, conoscere a memoria i codici fiscali dei miei per chiamare il medico di base già a 5 anni per le prescrizioni. Mi facevano sentire adulto, caricandomi tuttavia a volte di responsabilità che forse non sono adatte a un bambino.

  1. Cosa apprezzi maggiormente della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?

Per cultura si intende in generale, cito da wikipedia per semplicità, “quell'insieme di conoscenze e di pratiche acquisite che vengono trasmesse di generazione in generazione”. Ora, la popolazione sorda è divisa in due macrogruppi, i sordi che vivono la propria sordità come elemento che, accettato serenamente, genera culture e lingue dei segni, i cosiddetti segnanti, e i sordi che invece vivono la propria sordità come elemento da superare, se non eliminare, quindi non accettato e che non crea alcuna cultura altra. Sordi che quindi vogliono essere parte della comunità udente, ma dalla quale sono inevitabilmente differenziati, seppur minimamente. Se per cultura sorda si intende quella dei sordi segnanti, allora sì, è la cultura in cui sono stato immerso da parte di padre, mentre mia madre, in senso proprio “non udente”, non se ne è sentita mai parte. Lei ha sempre tentato di integrarsi con gli udenti con sforzo e sofferenza. Io udente lo ero, ma alla domanda “Sei udente o sordo?”, ecco, la prima risposta non era né immediata né banale...

  1. Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?

Preciso che sono cresciuto in un contesto bilingue, ove usavo LIS e italiano, ma non contemporaneamente, dunque ero esposto da alcuni alla LIS e da altri all’italiano. L’uso contemporaneo di LIS e italiano da parte dello stesso interlocutore è cosa prevista nel metodo bimodale che invece è utile ai bambini sordi per apprendere più facilmente la lingua parlata o scritta. Precisato questo, posso dire che i benefici dell’educazione bilingue sono enormi, perché, come dimostrato scientificamente, si acquisiscono abilità linguistiche e cognitive già a 5 anni, mentre gli altri bambini le acquisiscono solo a 8 anni.

  1. C'è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?

Sì, un episodio che ha condizionato tutta la mia adolescenza. Mi trovavo a Loreto, al santuario della Madonna, e lì mi trovai a chiedere in lacrime che almeno una volta, uno dei miei potesse sentire...mi convinsi che io sarei stato il miracolo, facendo per loro da interprete a tutte le funzioni religiose di un cammino di fede che allora frequentavo e cui successivamente si unirono i miei. Significò interpretare senza sosta due volte a settimana per almeno due ore, una volta al mese per tutto il giorno e una volta l’anno per tre giorni di fila, per particolari ritiri spirituali, e questo dai 13 ai 19 anni. Mi sentivo orgoglioso dei complimenti degli altri, così come lo erano i miei genitori. Mi resi però conto che nessuno si poneva la domanda se fosse il caso di fare una colletta per pagare un interprete professionista...Poi, cresciuto, proposi al cardinale di Palermo il motto “un mazzo di fiori in meno, un interprete in più, a messa”, ma mi rispose che ci sono i carismi e va fatto “gratis et amore Dei”… Importanti furono poi il coming out in LIS, raccontato in un articolo di Delia Vaccarello (https://archivio.unita.news/assets/main/2009/02/09/page_038.pdf) e una relazione d’amore con un ragazzo sordo che mi portarono a un dialogo più profondo con i miei genitori.


  1. Diventare interprete LIS e Assistente alla Comunicazione: scelta o senso del dovere?

Scelta coerente con ciò che solo dopo anni di discernimento, a trent’anni, ho sentito come missione della mia vita, l’accessibilità.

  1. Qual è la tua opinione in merito a un’eventuale stabilizzazione al MIUR degli Assistenti alla Comunicazione?

Mi sembra doverosa da parte dello Stato la stabilizzazione al MIUR, tuttavia, mi sembra altrettanto doverosa l’istituzione di un percorso di laurea professionalizzante per gli Assistenti alla Comunicazione, così come per gli interpreti LIS: due percorsi distinti, ciascuno con le proprie materie di competenza.

  1. Cosa ti aspetti dal recente riconoscimento della LIS?

Mi aspetto che vengano attivate in tutto il Paese le iniziative culturali necessarie per porre fine all’ignoranza sulla LIS e sulla cultura dei sordi segnanti. Mi aspetto che finalmente la LIS venga standardizzata secondo i livelli A1, A2, B1, etc. delle lingue parlate, ma nel rispetto delle peculiarità delle lingue dei segni, così come tentato con il progetto SignLEF: http://signlef.aau.at/it

  1. Che cos'è ACCESSIBILIS?

ACCESSIBILIS (https://accessibilis.org) è la mia ditta individuale con la quale ho realizzato la mia missione nella vita, il mio dharma; essa offre servizi a privati e aziende e realizza l’accessibilità di eventi, grazie alla collaborazione di una squadra di diversi professionisti. Ultimamente mi sto concentrando nella formazione di respeaker e nella formazione in LIS aperta a tutti.

  1. Come sei riuscito a conciliare la tua formazione di ingegnere con il mondo della sordità?

Mi iscrissi a ingegneria proprio con l’intento di trovare soluzioni tecnologiche utili ai sordi e la mia tesi di laurea in ingegneria delle telecomunicazioni riguardava la sottotitolazione automatica. Tuttavia, diventato interprete a 33 anni, solo con ACCESSIBILIS ho conciliato fattivamente la mia laurea con il mondo della sordità, grazie alla creazione di servizi tecnologici ad hoc, alla diffusione di altri servizi come Pedius (https://www.pedius.org/it/home/​​​​​​) e VEASYT LIVE! (https://live.veasyt.com) alla ricerca di nuove soluzioni.

  1. Qual è il tuo motto?

Il mio motto è il payoff di ACCESSIBILIS: “Tutto sia accessibile a tutti!”


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 12-06-2021 alle 15:53 sul giornale del 13 giugno 2021 - 555 letture

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