Eppure i ciliegi sono in fiore

10' di lettura 25/05/2021 - Intervista a Cristian Pallone

Cristian Pallone insegna lingua e letteratura giapponese presso l’Università degli Studi di Bergamo. Si interessa di narrativa di periodo Edo (1600-1868) e della sua cultura letteraria, con un focus particolare sulla letteratura popolare in vernacolo e sul romanzo storico e fantastico. Ha curato un’antologia di racconti erotici del tardo Settecento, Il rovescio del broccato: Storie di fantasmi e cortigiane dal Giappone, e ha tradotto in italiano Erbe senza radici, opera satirica dello scrittore e scienziato Hiraga Gennai (1728-1780).


  1. Com’è nato il tuo interesse per la lingua giapponese?

La spiegazione che di solito mi do per la passione nei confronti dell’oriente è che sono stato un giapponese in una vita precedente. In realtà non ricordo quando sia cominciata perché è sempre stata parte di me. Da piccolo non avevo ben chiaro cosa fosse giapponese e cosa cinese o coreano; alle scuole medie, leggendo e informandomi, ho cominciato a coltivare un interesse più specifico per il Giappone.

  1. Quali sono stati gli argomenti oggetto delle tue tesi di laurea e poi di dottorato?

Durante gli studi universitari ho sviluppato una certa curiosità nei confronti del discorso metalinguistico indigeno sviluppatosi in Giappone (so che può sembrare poco realistico che a qualcuno sano di mente nasca una passione del genere, ma ognuno ha i suoi gusti!). Per questa ragione, con la tesi triennale e poi magistrale ho approfondito quanto, nel Giappone del 1700, alcuni intellettuali giapponesi hanno scritto a proposito della propria lingua e della lingua cinese. In particolare, mi sono occupato di un certo Motoori Norinaga (1730-1801), importante filologo e studioso, e dei suoi studi sulla storia dei prestiti dal cinese nella lingua giapponese. Nel corso del dottorato, invece, ho scelto di rimanere nell’ambito del Giappone del 1700 ma studiando la letteratura in vernacolo dedicata alla vita nei quartieri del piacere. In un certo senso, ho girato intorno a due granitici luoghi comuni sul Giappone: le analogie, spesso fraintese, tra lingua cinese e giapponese; e la figura della cortigiana o l’arcinota geisha.

  1. Perché hai scelto la carriera accademica?

Mi è sempre piaciuto molto studiare, leggere e scrivere. Credo che la carriera accademica sia un tentativo inconscio di nobilitare il mio passato da “secchione”! Purtroppo, se posso aggiungere una nota amara, il lavoro del ricercatore e, a quanto vedo, del professore, sta subendo una nefasta metamorfosi, slittando lentamente verso una figura di burocrate, che distribuisce titoli e crediti, piuttosto che coltivare menti o far avanzare lo stato dell’arte sul proprio campo di indagini. Colpa, a mio avviso, di una concezione “aziendalistica” dell’Università che non riesco a condividere. Spero che in futuro si riuscirà a “rinobilitare” il nostro mondo e ricostruire dei luoghi dove possa farsi davvero cultura e ricerca. E da dove i ragazzi possano uscire come individui dotati di senso critico e sensibilità intellettuale, non soltanto di crediti formativi e “competenze”.

  1. Quali sono i tuoi interessi di ricerca?

Non ho mai smesso di interessarmi alla letteratura e alla cultura letteraria del Giappone del Sette-Ottocento. Si tratta di un periodo estremamente interessante dal punto di vista delle lettere. C’è molto fermento culturale e sebbene di fatto il Giappone dell’epoca, diremmo oggi, abbia “implementato delle misure di contenimento della mobilità” (le cosiddette restrizioni marittime, nessuno straniero può entrare senza permesso, nessun giapponese può lasciare il Paese senza permesso), molte nuove idee e nuove storie arrivano dalla Cina e dall’Europa. I libri di fiction da un lato si interessano della vita quotidiana delle persone, con una particolare predilezione per le storie d’amore tra clienti e prostitute o tra clienti e attori, all’interno dei quartieri del piacere o dei teatri, dall’altro proiettano le menti dei lettori verso nuovi mondi, raccontano di viaggi fantastici, di creature mostruose o misteriose, o di eroici samurai del passato che combattono per un ideale di lealtà o giustizia. È davvero una letteratura che fa sognare, anche se non è ancora molto conosciuta perché poco tradotta in lingue occidentali.

  1. Che ricordi hai delle tue esperienze in Giappone?

Ho vissuto in Giappone per alcuni anni e ho collezionato davvero molti ricordi felici. La vita universitaria in Giappone, a differenza di quanto si possa pensare, è estremamente rilassata e si ha molto tempo libero per coltivare le proprie passioni e fare amicizia. Ho vissuto a Tōkyō per la maggior parte del tempo, ma ricordo con gioia i viaggi nelle province, dalla vicina Nikkō a luoghi più lontani dalla capitale ma di estremo interesse, come il monte Kōya, dove ho potuto visitare un suggestivo mausoleo con annesso antico padiglione templare che custodisce numerose lanterne perennemente accese da secoli, nel mezzo di un vasto e silenzioso cedreto montano costellato di tombe e piccoli altari. Oppure Naoshima, un’isola del mare interno riqualificata grazie all’arte contemporanea, o Hirado, una cittadina del sud dove i missionari cristiani sono arrivati nel tardo Cinquecento e in cui chiese cristiane un po’ kitsch, templi buddhisti e santuari sono costruiti l’uno attorno all’altro senza soluzione di continuità.

  1. Che cosa ti affascina maggiormente della cultura giapponese?

Credo si sia capito che il passato del Giappone mi interessa moltissimo, forse più del suo presente. Del Giappone di oggi, appunto per questo, mi diverte molto il fatto che pur essendo proteso verso un futuro fantascientifico è molto facile incontrare enclave di passato cristallizzato ad ogni angolo di strada: locali dal sapore anni Sessanta impregnato di odore di tabacco, nostalgici di Elvis che affittano spazi nei parchi per ballare e cantare, università che richiedono di inviare documenti via fax e instancabili promotori di tradizioni rurali che improvvisano dei banchetti per vendere prodotti tipici o pubblicizzare festival religiosi di fianco a rumorosi negozi con maxischermi giganti sulla facciata.

  1. Che insegnante pensi di essere?

Penso che debba fare ancora molta strada per poter diventare un buon insegnante. Quest’anno di didattica online mi ha ricordato che la cosa più bella di insegnare, paradossalmente, è imparare sempre qualcosa di nuovo. Guardare ogni anno le cose con gli occhi dei ragazzi che cominciano a studiare il Giappone per la prima volta e ogni anno innamorarsi nuovamente, insieme a loro, della cultura giapponese.

  1. Quali sono le maggiori difficoltà dei tuoi allievi alle prese con lo studio del giapponese?

Insegno lingua giapponese ai ragazzi del primo anno, nella maggior parte dei casi principianti assoluti. Mi piacerebbe dire che il primo impatto è molto duro ma poi diventa semplice, purtroppo però non è così. Il giapponese è una lingua che pone ostacoli sin da subito e non smette di essere complessa. Il sistema di scrittura è forse il primo boccone amaro per i ragazzi: per fare un po’ di terrorismo linguistico, gli studenti devono apprendere non solo due sillabari da cinquanta caratteri ciascuno, ma anche un complicato sistema di scrittura logografica, o “ideografica”, che consta di almeno duemila caratteri standard, ciascuno dei quali può leggersi in modo diverso e significare cose diverse a seconda del contesto (ovviamente si studiano un po’ per volta!). Poi c’è da imparare a parlare. La lingua giapponese pone enfasi su cose a cui un parlante italiano non è abituato a prestare attenzione; c’è il sistema degli onorifici, molto arduo da maneggiare con naturalezza. Ma d’altra parte i discenti di lingua giapponese in tutto il mondo sono tanti e se certamente, come ho detto, ci sono degli ostacoli da superare, questo non significa che siano insormontabili! Ci vuole soltanto molta passione e motivazione, sicuramente.

  1. A cosa serve la letteratura e il suo insegnamento?

Non è un mio pensiero, ma il bello della letteratura è proprio il fatto di non servire praticamente a niente. Eppure, non c’è cultura o persona che non abbia sentito l’esigenza di raccontare delle storie, giocare con le parole, provocare emozioni o riflessioni in chi legge o ascolta. Per gli studenti, il corso di letteratura può essere un modo per conoscere la cultura giapponese, ma contemporaneamente la letteratura, a qualunque latitudine è prodotta, non smette mai di insegnarti qualcosa su te stesso, di dire quello che pensi con parole più appropriate di quelle che useresti tu, ma soprattutto di dirti quello che tu non sei mai riuscito o non hai mai osato pensare.

  1. Quali prospettive dopo lo studio della lingua giapponese?

I nostri corsi di lingue, letterature e culture straniere offrono molti sbocchi professionali, nel mondo del turismo, dell’import-export, dell’editoria, dell’insegnamento, degli scambi culturali; conoscere la lingua giapponese può essere uno strumento a disposizione anche di chi vuole partire per un’esperienza di lavoro in Giappone. Se posso dirla con una battuta, un ragazzo che ha imparato il giapponese può imparare tutto! Quindi consiglio a ogni responsabile di risorse umane di pensare un po’ fuori dagli schemi e di avere maggiore considerazione degli studenti di materie umanistiche.

  1. Qual è il tuo motto?

C’è un passaggio della Ricerca del tempo perduto di Proust che risuona spesso nella mia mente: “I fatti non penetrano nel mondo in cui vivono le nostre convinzioni, non le hanno create e non possono distruggerle. Possono infliggere loro continue smentite senza mai appannarle”. Provo sempre a dirmi quanto casuali e illusorie siano le mie convinzioni, sperando che questo mi aiuti a essere un po’ più comprensivo verso gli altri e lungimirante!


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 25-05-2021 alle 22:03 sul giornale del 26 maggio 2021 - 736 letture

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