A Cesare Rossi, per ricordarlo. Per ricordarci

5' di lettura 09/05/2021 - Quando tutti andavano da una parte, noi, pochissimi, insieme a lui, andavamo dalla parte opposta. E discutevamo di Europa, di quell'espressione di libertà che andava dagli Urali all'Atlantico. Ci sarebbe voluto un papa, 40 anni dopo, per esprimere lo stesso concetto. E leggevamo Drieu La Rochelle e Brasillach, Junger e Pound e Hamsun. Cesare aveva diversi anni più di noi. Era universitario, così come Giulio Agostini e Giulio Conti. Abitava a Perugia. La Perugia delle contraddizioni: della regione rossa, della massoneria più esoterica e del FUAN, il più forte raggruppamento italiano di universitari della destra.

Quando gli altri si armavano con le Hazet 36, la terribile chiave inglese, noi amavamo volare in aereo, buttarci da un aeromobile.
Racconto un fatto curioso. Era il 1971. La patente era fresca. L'auto di mio padre una Fiat 1100 R.
Al campo sportivo di Servigliano, Cesare si attaccava dietro alla macchina. Io acceleravo. Il paracadute militare che indossava si gonfiava un po', giusto per alzarsi di sette/otto metri. Al momento di curvare a sinistra, la potenza diminuiva, il paracadute si sgonfiava e Cesare sprofondava a terra. Rideva strofinandosi le gambe, ridevo per il suo modo avventuroso, ridevamo per le scempiaggini che si combinava. Come ridevamo, tornando dall'aeroporto di Falconara. Una volta ci fermammo a Porto Potenza Picena. Lì campeggiavano i miei. Mia madre aveva Cesare in tanta simpatia e preparò una cena luculliana. Bevemmo e cantammo. Il palloncino era di là da venire. Per fortuna.
Poi, la vita separa. Ognuno la sua strada. Ci ritrovammo, a Fermo, dal conte Spinucci. Cesare amava la parapsicologia, io l'esoterismo. Difficile fare con lui un progetto che già ne venivano fuori altri dieci. E difficile dare una scansione cronologica alle sue mirabolanti iniziative. Ci fu la volta in cui aveva capito che il Fermano poteva decollare ancora di più con una pista di... decollo. Una struttura per l'economia della Terra di Marca. Lavorò per l'avio superficie di Piane di Montegiorgio. C'era la floridezza a quel tempo dei calzaturieri. La inaugurò facendo scendere dal cielo Philippe Leroy, attore sì, ma già ufficiale della Legione francese in Indocina. C'era sempre qualcosa di epico nelle sue scelte. Non ho mai capito come avesse tutte quelle entrature nell'ambiente dell'aviazione militare, come potesse far venire da noi senza troppi problemi le Frecce Tricolori. E poi, un altro progetto realizzato: il ristorante presso l'avio superficie, il buon cibo. Organizzò per la Dieta mediterranea un'esposizione presso l'ex Ministero dell'aviazione, a Roma. Un successo. Si sarebbe dovuti andare a Malta.
Avremmo dovuto realizzare anche un punto di sosta per l'ippovia del Tenna. Ne avevamo parlato pochi mesi addietro. Chi poteva immaginare come le cose potessero cambiare all'improvviso.
E c'erano altre idee. Tante. Il suo baffetto vibrava quando si accendevano le lampadine dell'ingegno.
Ora, caro Cesare, la tua passione per il cielo potrai esplicarla diversamente: non più guardando da sotto in su, ma da sopra in sotto. Sorridente e buono com'eri. Un santo? Ma no, siamo impasti di atteggiamenti e modi diversi.
Un uomo, invece, che voleva vivere intensamente. Intensamente, come hai vissuto.





adolfo leoni


Questo è un articolo pubblicato il 09-05-2021 alle 11:13 sul giornale del 10 maggio 2021 - 684 letture

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