Minori per modo di dire. Padre Decio Antognozzi: prete e pranoterapeuta. Nel racconto di Marco Armellini

2' di lettura 01/05/2021 - Marco Armellini ha scritto un altro capitolo della storia della sua Falerone. Stavolta ne parla per un protagonista dimenticato: padre Decio Antognozzi, da cui anche il titolo del volumetto (47 pagine, Andrea Livi editore). Armellini è come se avesse un badile con cui scava e scava nelle vicende antiche e moderne della sua cittadina. Consapevole che la grande storia si compone di piccole storie e di piccoli eventi. Come quello di Decio, appunto, che, nato a Falerone il 3 agosto del 1926, prima di diventare sacerdote e dunque «padre» per tante persone, fu un ragazzino come gli altri.

Che giocava a pallone, se ne andava per i campi, mangiava il gelato. Però c'erano segnali forti di vocazione religiosa. Come quando indossava un abito lungo della mamma, nero, con le allacciature davanti, molto simile ad una tonaca. Oppure quando, dopo l'acchiapparella o il nascondino, metteva insieme i suoi compagni e li portava quasi in processione dinanzi ad una piccola edicola della Madonna fissata sul tronco di una quercia.

Poi, vocazione piena. Decio la sperimenta in più ambiti ecclesiali. Fede salda. Il sacerdozio fa al caso suo. Il 5 marzo del 1955 diventa prete. Lo contraddistingue una spiccata sensibilità per l'educazione dei ragazzi di cui capta al volo i problemi, parlandone a lungo con loro. Intuisce già l'emergenza educativa. È accogliente e capace di perdono. Ma non gli basta, come racconta Armellini che ricostruisce le tappe del sacerdote. Vuol fare di più: mettersi a disposizione dei più poveri ed umili. Così chiede alla Congregazione dei Figli di Santa Maria Immacolata, cui ha aderito, di partire missionario in America Latina. Per anni sarà a fianco dei popoli d'Argentina e Cile. Pronto ad ogni sacrificio e condivisione.

Padre Decio, oltre ad intelligenza di cuore e mente, possiede un dono: è pranoterapeuta. Lo ha scoperto per caso. Lo usa con discrezione e mai disgiunto dalla preghiera. Impone le mani sulle parti doloranti. «Molte persone conosciute durante il suo lungo ministero si sono affidate a lui per motivi di salute, crisi personali e altro, affermando che dopo quegli incontri hanno avuto indiscutibili segni di miglioramento, uscendone rinfrancate». Un dono, dunque, anche questo messo a disposizione della sofferenza umana, dove la preghiera è «considerata chiave privilegiata e necessaria per l'accesso al Padre», insieme all'invocazione dell'aiuto divino e alla conversione del cuore. Tornato in Italia nel 1987, muore a Novi Ligure il 13 giugno del 1995.




adolfo leoni


Questo è un articolo pubblicato il 01-05-2021 alle 18:23 sul giornale del 02 maggio 2021 - 194 letture

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