Lingua e cultura giapponese: l'intuizione della bellezza

8' di lettura 24/04/2021 - Intervista a Francesco Vitucci

Francesco Vitucci è docente di Lingua e Linguistica Giapponese presso il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell'Alma Mater Studiorum Università di Bologna e ha insegnato lingua giapponese presso il Dipartimento di Studi sull'Asia e sull’Africa Mediterranea (Università Ca’ Foscari di Venezia). Si occupa di traduzione audiovisiva dal giapponese con un focus particolare sulla sottotitolazione. Scrive su riviste nazionali e internazionali ed è autore dei volumi La didattica del giapponese attraverso la rete (Clueb, 2013), Ciak! Si sottotitola (Clueb, 2016), La traduzione audiovisiva per le lingue extraeuropee (Edizioni dell'Orso, 2021). Per Sellerio ha tradotto Il detective Kindaichi (2019) e La locanda del Gatto Nero (2020).

Com’è nato il tuo interesse per la lingua giapponese?
L’interesse nasce grazie alla mia innata curiosità per le lingue e all’incontro con il mio “maestro” presso l’università di Bologna, primo ateneo dove ho studiato prima di trasferirmi per alcuni anni in Giappone.
Perché hai scelto la carriera accademica?
Ho scelto questa carriera seguendo semplicemente il mio istinto. Ho avuto la fortuna di incontrare docenti molto preparati e generosi durante i miei anni di studio ed è stato proprio pensando a loro che ho cominciato a coltivare questo desiderio. Credo sia una specie di missione, un modo per restituire ciò che si ha avuto la fortuna di ricevere quando si è stati studenti. Oggi che sto dall’altra parte, sono felice di vedere realizzati i miei alunni e di poterli seguire – anche solo all’inizio - nella realizzazione dei loro sogni.
Quali sono i tuoi interessi di ricerca?
Mi occupo di traduzione audiovisiva e di sottotitolazione interlinguistica dal giapponese. Svolgo indagini sui temi dell’identità in traduzione, delle variazioni sociolinguistiche e, attualmente, sui fenomeni di calchi interpuntivi.
Che ricordi hai delle tue esperienze in Giappone?
Meravigliose. Ho trascorso diversi anni studiando e lavorando e il Giappone offre delle incredibili possibilità ai giovani. Soprattutto a quelli che hanno voglia di mettersi in gioco e di fare nuove esperienze. Sicuramente per me vivere in Giappone è stato incredibilmente formativo perché mi ha insegnato a muovermi nell’ambito lavorativo, mi ha permesso di divenire autonomo in termini economici, di approfondire i miei amati studi, e di intrecciare i legami affettivi più importanti della mia vita. Tornassi indietro rifarei esattamente tutto quello che ho fatto! Vivere in un paese straniero aiuta a sviluppare il senso di responsabilità e a mettere meglio a fuoco i propri obiettivi.
Che insegnante pensi di essere?
Sicuramente esigente, ma tengo a precisare che è per senso di responsabilità verso i miei studenti. Anche i miei insegnanti lo sono stati con me e mi hanno aiutato davvero tanto. Anche se viviamo nel ventunesimo secolo, penso che i risultati nello studio siano sempre direttamente proporzionali alla passione che dimostri. Non ho mai visto nessuno studente ottenere risultati soddisfacenti senza che si sia messo in gioco. E io l’ho vissuto sulla mia pelle: il Giappone con me è stato generoso, proprio perché ho preservato quella curiosità e quell’interesse verso la cultura e la lingua. D’altro canto, decidere di leggere e scrivere in kanji e kana non è un’impresa da poco! Serve davvero tanta determinazione e pazienza. Forse molti studenti italiani lo capiscono solo una volta che arrivano in Giappone e sono costretti giocoforza a completare il proprio percorso di apprendimento per poter comunicare in lingua.
Quali sono le maggiori difficoltà dei tuoi allievi alle prese con lo studio del giapponese?
Certamente apprendere il metodo di studio. Serve innanzitutto ordine e costanza: cominciare a leggere e a scrivere in giapponese non è semplice, soprattutto in età adulta. Inoltre, accettare il fatto che servano degli anni per apprenderne la scrittura non è culturalmente semplice: noi impariamo a scrivere in prima elementare con l’alfabeto e la nostra scrittura è incredibilmente economica. Non è così per il giapponese, perché necessita di circa 2100 sinogrammi (kanji) più due sistemi fonografici (kana) per poter almeno leggere e scrivere. I giovani giapponesi impiegano tutte le scuole elementari, medie e superiori per poterci arrivare. Anche gli italiani ce la possono fare, ma devono sfoderare tanta passione e, soprattutto, tanta pazienza. Non tutti ne sono dotati.
Il giapponese è una lingua difficile?
Non direi a livello di parlato, ma sicuramente a livello scritto. Come ho accennato prima, per imparare a leggere e scrivere servono diversi anni di studio assiduo e ordinato, proprio come fanno i madrelingua. Serve pazienza e curiosità. L’esperienza e il confronto con i colleghi degli altri atenei, purtroppo mi conferma che molti studenti italofoni si fermano a un livello quasi intermedio perché non hanno voglia di continuare a studiare. Questo, però, impedisce loro di essere realmente efficaci in lingua, perché – oltre a uno studio puramente grammaticale – bisogna ammettere che l’apprendimento della scrittura influenza anche tutto il comparto dell’oralità. Purtroppo, solo chi porta a compimento l’intero percorso può realmente dire di avere “studiato giapponese”.
Come definiresti l'insegnamento del giapponese in Italia?
Molto buono a livello accademico, non sempre nei vari canali associativi e privati del territorio. Peggio ancora su Internet. Direi di diffidare da chi si “vende” come docente senza nessuna preparazione scientifica o esperienza reale nella didattica della lingua. Mi capita spesso di imbattermi in vlog molto buffi dove anche i madrelingua si improvvisano come mediatori linguistici: bisogna sempre distinguere con fermezza un esercitatore linguistico da un docente preparato. Il primo è utilissimo per la conversazione e l’ascolto, ma spesso non è cosciente delle dinamiche interculturali, dei fondamenti pedagogici e dei processi apprenditivi che si mettono in moto durante una lezione di grammatica, per esempio.
Quali prospettive dopo lo studio della lingua giapponese?
Tante, ma sono direttamente proporzionali alla voglia di mettersi in gioco. A me è capitato di lavorare come editore e annunciatore presso l’emittente radiotelevisiva di stato giapponese (NHK), di sperimentare l’ambito pubblicitario a Tokyo, di fare il lettore presso alcune istituzioni universitarie in Giappone. In Italia c’è il commercio estero, il comparto industriale che lavora con l’Asia, il mondo delle case editrici, i servizi di mediazione linguistica. Per ultimo, suggerirei anche… la carriera accademica!
Quali sono gli aspetti che prediligi della cultura giapponese?
Qui gioco veramente in casa, perché ho avuto la fortuna (e ce l’ho ancora!) nel mio personale di vivere nel Kyūshū con la mia famiglia. Nonostante abbia trascorso molto tempo a Tokyo, di sicuro amo la vita in montagna e – perché no – godermi le terme (adoro i rotenburo!), il buon cibo tradizionale, la quiete che non si assapora nelle grandi e chiassose metropoli giapponesi. È qui che riesco a concentrarmi sulle mie letture preferite (amo leggere i romanzi in lingua e saggi di linguistica) e a godermi il meritato riposo! Direi che prediligo il ritmo “antico” del vivere giapponese.
C’è un episodio del tuo vissuto che vorresti condividere con i lettori?
Ce ne sarebbero tantissimi. A partire dai viaggi in treno e metropolitana che facevo tutti i giorni a Tokyo per andare a lavorare, oppure i concerti di musica classica che andavo ad ascoltare dopo il lavoro nei giorni feriali, sempre spostandomi in treno. Se dovessi raccontare un episodio divertente, proporrei una delle prime esperienze che ebbi alla stazione ferroviaria di Shinjuku quando ero ancora studente in Giappone: dovevo cambiare linea e non sapevo come raggiungere la mia destinazione finale (era la prima volta che ci andavo). Mi avvicinai alla mappa riassuntiva delle linee ferroviarie che era esposta su di un muro all’esterno della stazione, ma c’erano talmente tante linee e toponomi (scritti rigorosamente in una scrittura minuscola!) che chiesi a un passante se mi poteva aiutare. Lo sconosciuto – spiazzato dal fatto di essere stato approcciato all’improvviso da uno straniero – prima fece finta di dare un’occhiata alla mappa, poi si dileguò senza degnarmi di una parola lasciandomi disperato e alquanto disorientato. Da quell’esperienza imparai due cose: 1. Che non si importunano gli sconosciuti in Giappone; 2. Che ci sono talmente tante linee ferroviarie e di metro che è praticamente impossibile che tutti le conoscano o che ci siano mai nemmeno saliti!
Qual è il tuo motto?
Non ho un vero motto, ma credo sia bello pensare alla propria vita come a un'opera d’arte. Io, ad esempio, incito sempre i miei studenti a creare qualcosa di straordinario nelle loro esistenze: questo perché, impegnandosi a costruire la propria vita ponendo al centro la bellezza, li renderà di sicuro felici permettendogli di realizzare con più facilità i loro sogni. Per me vivere e formarmi in Giappone è stato un sogno meraviglioso. Un sogno che è diventato la benzina per tutto quello che è accaduto dopo!


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 24-04-2021 alle 19:09 sul giornale del 26 aprile 2021 - 634 letture

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