Il Museo diocesano di Fermo. Uni scrigno d'arte, di storia. E di fede

2' di lettura 18/04/2021 - La città di Fermo, intesa come comunità, possiede un tesoro immenso. Soprattutto di arte. Soprattutto di storia. E pure, questa ricchezza sembra relegata in un canto. Come una voce a sé stante. Di cui non viene colta sino in fondo l'articolazione. Come qualcosa di giustapposto alla vita cittadina. E pure ne sarebbe il punto sorgivo.

Sto parlando del Museo diocesano con tutte le opere che esso racchiude, conserva, propone: arredi sacri, paramenti, quadri, statue, oreficeria, etc. Visitarlo è scoprire l'umana avventura, non solo dell'arcidiocesi, la più grande delle Marche, ma di un'ampia area d'intorno, molto prossima a quello che era lo Stato di Fermo. Quando i poteri civili dell'alto Medio Evo vennero a mancare per il crollo dell'Impero romano, furono i vescovi a gestire i territori, oltre che, ovviamente, le anime. Per cui, ciò che il Museo può raccontare è un ampio spaccato di esistenza della Terra di Marca, basterebbe citare il favoloso Missale de Firmonibus.
Arte sì, ma anche storia, come si diceva, e politica ed economia. E legami. Grandi legami. Come la Casula di Thomas Becket che mette in relazione Fermo a Canterbury, dove fu ucciso l'arcivescovo; che mette in relazione Fermo a Bologna, dove il giovane Thomas aveva studiato insieme a Presbitero, futuro vescovo fermano; che mette in relazione Fermo ad Almeria, in Spagna, dove fu ricamato il panno: il più antico ricamo arabo che si conosca in tutto il mondo. Che ci invita a dialogare e incontrare la religione islamica: la Casula porta una scritta che richiama ad Allah, il Misericordioso. Becket era figlio di una saracena ed era stato marito, prima dei voti religiosi, di una saracena.

Tornando a volo al nostro territorio, fu significativo quando mons. Gennaro Franceschetti indossò una scordata spilla con le 65 pietre che identificavano, sul finire del 1700, i comuni diocesani. Non fu il mero sfoggio di un gioiello. L'arcivescovo Franceschetti, strenuo sostenitore della provincia di Fermo, volle dare un segnale di unità del territorio. Un richiamo, diremmo oggi, a far rete.

Il museo diocesano sembra l'ambito idoneo dove parlare ai credenti e ai non credenti, dove svolgere un'azione pastorale fondata sulla bellezza, e un approfondimento storico capace di cogliere il genius loci della nostra Marca.

Forse, da una parte, c'è un ingombrante pregiudizio da superare, dall'altra, un complesso d'inferiorità culturale da vincere. Complesso che, mons. Germano Liberati, a suo tempo mente del Museo, certo non aveva.




adolfo leoni


Questo è un articolo pubblicato il 18-04-2021 alle 09:49 sul giornale del 19 aprile 2021 - 261 letture

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