I Chiostri del silenzio. Dalla Nigeria alle Marche. Un solo cuore

6' di lettura 18/04/2021 - Quando Paolo VI, il 24 ottobre del 1964, consacrò la chiesa del monastero di Montecassino, ricostruita secondo gli antichi piani, dichiarando solennemente san Benedetto patrono dell'intera Europa, attribuì al santo di Norcia alcuni titoli onorifici. Lo chiamò Pacis Nuntius, messaggero di pace; Unitatis effector, operatore di unità; Civilis Cultus Magister, maestro di cultura e civilizzazione; Religionis Christianae Praeco, araldo della fede cristiana; Monasticae vitae in occidente auctor, fondatore del monachesimo occidentale; Patronus totius Europae, patrono di tutta l'Europa. Fu san Benedetto a mettere insieme l'uomo goto e quello romano, il vandalo e quello visigoto... Insieme, davanti all'unico Dio; insieme, dietro all'unica mensa.

Il monastero di Maria Santissima Assunta in cielo è situato nella parte più alta del paese di Monte San Giusto. Più sotto, come una quinta della piazza, sorge il palazzo-fortezza del vescovo Bonafede colui che sconfisse Ludovico Euffreducci e a cui amministrò l'estrema unzione; più sotto ancora, nei pressi di una delle porte medievali, la minuscola quanto preziosa chiesa di Santa Maria in Telusiano conserva una delle pale d'altare maggiori di Lorenzo Lotto: la Crocefissione.

Il monastero benedettino è oggi abitato da dieci suore, tutte nigeriane, arrivate in due turni: il primo gruppo il 29 settembre del 1997, il secondo il 29 luglio del 2004. Età media 45 anni. A portarle in Italia fu la risposta ad una richiesta di aiuto. Le monache di Monte San Giusto non riuscivano più ad andare avanti e il monastero rischiava la chiusura.

La madre badessa è suor Raffaella. Compirà 49 anni il prossimo 20 aprile. La sua è una bella storia.

Dopo gli studi superiori, lavorava presso una birreria in Nigeria. Era birraia, «senza alcun interesse – mi racconta con il suo italiano maccheronico – per frati, preti, suore, ambienti religiosi». Però, c'è sempre qualcosa nell'animo umano che spinge ad avere di più: più serenità, più pace, più felicità. Anche la nostra Raffael cercava quel quid. Una collega molto devota le propose un libro di Santa Teresa di Lisieux. La lettura non fu immediata. Ma quando l'ebbe terminato, in Raffael scattò la voglia di conoscere il mondo monastico. Chiese così di sperimentare un periodo nel monastero benedettino di Santa Scolastica, gemmazione nigeriana di quello italiano di Monte Mario a Roma.

Vi fu accolta per due settimane vivendo la vita della comunità. Verificò a più riprese la sua fede e la sua volontà di restare in monastero come postulante, seguendo le indicazioni della Regula. Ed è restata. Prima restata poi, insieme a nove sue consorelle dello stesso monastero, partita per raggiungere le Marche, ed emettere l'ultimo voto, quello definitivo, a Monte San Giusto.

Dunque, le dieci sorelle sono arrivate in aiuto delle ultime quattro benedettine italiane, l'ultima delle quali: la badessa suor Maria Luisa Persichini, è morta nel 2015 alla veneranda età di 92 anni.

Il carisma di san Benedetto ancora una volta mostra di non aver confini, latitudini, culture: è per tutti.

«Io lo so, lo sento – spiega la Madre – che san Benedetto mi ha abbracciata ed accolta, mi ha trascinata in questo paradiso in terra. San Benedetto non scarta nessuno, accoglie tutti allo stesso modo: il ricco e il povero, il bianco e il nero. Lui ci invita a volerci bene, a lavorare con gli altri, a rispettarci: il mondo è una famiglia».

Cambia il colore della pelle, cambia il linguaggio, ma la Regula resta la medesima: sette momenti di preghiera al giorno, il tempo della riflessione personale, il tempo del lavoro e quello della socialità.

A Monte San Giusto, la presenza di un monastero benedettino risale all'anno Mille. L'ubicazione era fuori dal centro storico: in campagna. Luogo poco sicuro però. Così, un paio di secoli dopo fu fatta la scelta di entrare in paese. E la comunità monastica si trasferì dentro le mura. L'edificio è stato più volte modificato. Quello odierno ha le fattezze risultate dagli interventi edilizi del 1718.

Oggi più di un'ala è stata danneggiata dal terremoto. Per due mesi hanno trovato ospitalità dalle Benedettine di Fermo.

Tornate a casa, le dieci sorelle vivono nella parte un tempo adibita a piccola foresteria. Ma non si lamentano. Continuano come sempre la loro vita che ripete i gesti quotidiani come un'occasione di maggiore approfondimento. Alla fine, mai eguali nella sostanza, e con sempre più consapevolezza del senso religioso.

Hanno una vigna, le nostre monache, e la coltivano. E come se la coltivano! Un appezzamento a pochi chilometri dalla cittadina. Ne ricavano un «buon vino rosso», sottolinea ridendo la badessa. Mi invita a provarlo. Lo farò in altra occasione.

Ci scherza su, dicendo che solo gustandolo si potrà dare un giudizio. Verissimo! Mentre parla, si avverte l'allegria tipica delle genti africane. Allegria contagiosa.

Ma non è solo la vigna il lavoro della comunità. «Prepariamo le ostie, - spiega suor Raffaella - provvediamo ai rammendi di abiti e arredi, ci sono tra noi brave sarte, abbiamo un piccolo orto che curiamo per le verdure...». Forse, quel che potrebbe lasciare a desiderare è la cucina. «In effetti è un misto di italiano e nigeriano» dichiara non eludendo il problema. Non approfondiremo.

Quando arrivarono, agli inizi, non fu vita facile. Le consorelle italiane erano anziane, con le loro consuetudini, i loro modi. «Ma san Benedetto mette tutti insieme, crea un'umanità nuova, per cui, pian piano – risponde suor Raffaella – i problemi sono stati superati».
Ed oggi? «Non siamo mica angeli. Abbiamo un corpo, oltre che un'anima, e la vita è piena di sfide. Litighiamo ma poi ci perdoniamo. E poi la tensione verso cui ci indirizza il nostro fondatore ci fa superare anche i momenti meno piacevoli». L'obbedienza è un punto cardine della Regula. È il porsi all'ascolto dell'altro, capire le sue intenzioni, anzi: viverle per comprenderle. «E ognuna di noi fa del suo meglio per adeguarvisi».

Il discorso scivola su san Giuseppe. Non hanno una sua statua in monastero. Ma suor Raffaella gli è molto devota.
«È forte – dice usando il gergo dei giovani – e poi mi ricorda mio padre, che era falegname, onesto, generoso, un buon padre, come san Giuseppe lo è stato per il Bambino Gesù». Quando terminiamo la chiacchierata siamo ormai a cavallo tra la preghiera di Terza (metà mattinata) e di Sesta (mezzogiorno). Non so se a pregare si riuniscano nella chiesa, e se essa sia praticabile. Quel che so è che «andò distrutta durante la soppressione napoleonica, ai primi dell'Ottocento, ed è stata ricostruita negli anni Ottanta del Novecento».
E so anche che le stupenda grate a dimensioni diverse, da dietro le quali le monache assistono alle celebrazioni pubbliche, furono realizzate da un eccellente artigiano/artista di Monte San Giusto: Aldo Polimanti, sempre pronto a dare una mano alla vecchia badessa e alle sue monache.






adolfo leoni


Questo è un articolo pubblicato il 18-04-2021 alle 09:59 sul giornale del 19 aprile 2021 - 786 letture

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