Italiano, ma in Francia!

7' di lettura 30/03/2021 - Intervista ad Andrea Franchi

Andrea Franchi è nato a Pisa e insegna italiano come seconda lingua straniera nelle scuole francesi, sia alle medie che alle superiori. Dopo esser passato dalle Alpi provenzali, Cannes e Parigi, attualmente vive e lavora ad Amiens (la città di Macron), nel Nord della Francia.

  1. Quando sei arrivato in Francia e perché?

In pianta stabile nel 2014, per fare un anno di assistentato di italiano nelle scuole. Eppure ho l'impressione di non aver veramente mai smesso di andarci (Erasmus, vacanze in famiglia o con amici) fin dai tempi dello scambio alle medie con la mia professoressa di francese: credo che progetti del genere siano importantissimi anche per i ragazzi di oggi. Possono davvero cambiarti la vita.

  1. Quali studi hai compiuto in Italia?

Liceo classico, laurea in Informatica umanistica (un'interfacoltà tra Lettere e Scienze) all'Università di Pisa, specialistica in Editoria elettronica. Al tempo mi sarebbe piaciuto lavorare nell'editoria, l'insegnamento è stato una specie di “ritorno al piano A” che avevo scartato subito.

  1. Che rapporto hai con le tue origini?

Ottime, non c'è niente di meglio che andare all'estero per apprezzare l'Italia! Il mio lavoro è di promuovere la mia lingua e la mia cultura, come madrelingua in un certo senso ne sono ambasciatore davanti ai miei studenti: inevitabile che si sviluppi una certa forma di orgoglio. Certo, non posso dimenticare tutte le storture che rendono la vita in Italia talvolta molto pesante. Spesso mi basta tornare per le vacanze per ravvivarne la memoria... ma per ravvivare anche la nostalgia. Insomma, il rapporto è innegabilmente ambivalente.

  1. Come sei diventato docente in Francia?

Facendo il concorso nazionale (CAPES), che qui c'è tutti gli anni. Per prepararlo ho dovuto fare un'altra specialistica, che si chiama MEEF Italien, alla Sorbona di Parigi: i corsi di formazione sono essenziali, soprattutto quelli di didattica, perché il metodo di insegnamento qui è completamente diverso. Alla fine, la conoscenza della lingua italiana è solo una delle tante competenze che vogliono esaminare.

  1. Che cosa significa per te insegnare?

È un mestiere. Mi lasciano perplesso quelli che parlano di vocazione. Certo, a volte io stesso mi dico che sia il mestiere più bello del mondo, e in genere proprio appena prima che accada qualcosa che mi fa cambiare idea. Di sicuro, nel bene e nel male, non ci si annoia mai!

  1. Quali sono gli errori più frequenti che commettono i tuoi alunni?

Non saprei da dove iniziare... I miei alunni fanno italiano come lingua straniera aggiuntiva all'inglese, quindi non arrivano a chissà quale livello di raffinatezza linguistica: diciamo che l'obiettivo è capire e farsi capire. Gli errori più comuni sono gli accordi e gli articoli, che per un francese effettivamente sono bestiacce, e i più divertenti le italianizzazioni maccheroniche tipo “il coscione” per “le cochon”. E poi vabbè, il sempiterno “...a Pisa?! Non è a Roma?” riferito alla Torre pendente della mia città natale.

  1. Cosa ti piace del sistema scolastico francese e cosa no?

Gli alunni qui mi sembrano molto più disciplinati dei loro corrispettivi italiani, anche grazie a un apparato, la vie scolaire, che gestisce tutto ciò che è disciplina e che è una caratteristica del sistema scolastico francese: assenze, ritardi, punizioni, relazioni con i genitori, sorveglianza all'ingresso, a ricreazione, a mensa... se ne occupano sempre loro, che lo fanno di mestiere, e a noi docenti resta (o dovrebbe restare!) solo la didattica vera e propria, sistema che mi sembra buono. E poi c'è da dire che in media le scuole francesi sono migliori delle italiane proprio come edifici, esteticamente, strutturalmente e come manutenzione, e anche questo conta molto come impatto sulla vita quotidiana. Per quanto riguarda la didattica, il sistema scolastico francese, rispetto a quello italiano, è indubbiamente più concreto e improntato a fornire competenze spendibili nel mondo esterno: da questo deriva però il loro difetto più grave in assoluto, una mancanza di cultura generale (letteratura, storia, arte...) costernante per un occhio italiano. Così come talvolta sono troppo rigidi nei loro schemi, gerghi, obiettivi, protocolli, intenti moralistici. In quel caso, spesso non mi dispiace essere l'insegnante che fa eccezione.

  1. Che cosa ti affascina della Francia?

Ho sempre visto la Francia come il giusto compromesso tra l'organizzazione e l'efficienza nordica, e il gusto tutto mediterraneo per i piaceri della vita. Ne sono ancora convinto.

  1. Quanti sono in media gli studenti francesi che scelgono l'italiano come lingua straniera e perché?

Non saprei dare un dato significativo, anche perché le realtà variano molto da regione a regione. Posso dire però che è una lingua che si difende bene (tutti i francesi devono sempre affiancare una seconda lingua straniera a partire dalla seconda media) e anzi è in lenta ma costante crescita. E questo nonostante l'assenza totale di promozione e investimento sia culturale che economico da parte dell'Italia: il tedesco, che in realtà subisce un'emorragia di interesse anno dopo anno, continua ad avere un sacco di posti e di fondi proprio grazie all'impegno politico della Germania nello stringere accordi con la Francia. Da parte del nostro Paese, dispiace dirlo, encefalogramma piatto. E così ci sentiamo abbandonati. Per fortuna l'italiano gode comunque da solo di simpatia presso i francesi, spesso con grande sorpresa degli italiani stessi: è la lingua della musica, del cibo, dell'arte, dei piaceri.

  1. Les Italiens sont des Français de bonne humeur?

No. La principale differenza tra la Francia e l'Italia (sto facendo una generalizzazione, è inevitabile) è proprio che il sentimento di incattivimento verso il prossimo che avverto in Italia, qui in Francia è minore. Resiste ancora, nonostante i duri colpi di questi ultimi anni, un'idea di “società condivisa” che in Italia ha sempre stentato ad attecchire. Salendo sul bus, se dici bonjour all'autista ti risponde. Il paragone, almeno con la regione italiana da cui provengo io, è impietoso.

E mi si permetta di fare un discorso che mi sta a cuore, sul confronto tra i due popoli. Gli italiani dovrebbero fare attenzione ad ascoltare maggiormente i francesi: si renderebbero conto che l'odio che credono di subire da parte loro, e che quindi riversano livorosamente e abbondantemente in risposta, in buona parte esiste solo nella loro testa. Gli italiani amano raccontarsi tra loro di essere snobbati dai francesi, e in virtù di questo fenomeno si autorizzano invettive e prese di posizioni tremende, ma non si rendono conto che spesso è un mito tutto italiano. Parlare con un francese per credere.

  1. C’è un episodio del tuo vissuto che vorresti condividere con i lettori?

Quando mi ritrovo la classe che mi chiede di cantare alla fine dell'ora “Tanti auguri” di Raffaella Carrà (hanno il testo con la stellina segnata nei punti in cui bisogna buttare la testa all'indietro) mi chiedo come abbia fatto a ritrovarmi qui, ma poi passa.

  1. Qual è il tuo motto?

Oddio, non ne ho uno. Sarà la solita disorganizzazione italiana?


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it





Questo è un articolo pubblicato il 30-03-2021 alle 16:58 sul giornale del 31 marzo 2021 - 655 letture

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