Come un uccello bianco nella neve

9' di lettura 30/03/2021 - Intervista a Luca D'Anna

Luca D’Anna è Professore associato di Lingua araba presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dopo aver insegnato dal 2015 al 2018 presso la University of Mississippi. Autore di numerose pubblicazioni, si occupa di storia della lingua araba, dialettologia e sociolinguistica. Nel 2017 ha pubblicato la sua prima monografia, Italiano, siciliano e arabo in contatto. Profilo sociolinguistico della comunità tunisina di Mazara del Vallo (Palermo, Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani), mentre nel 2021 ha pubblicato per Hoepli, insieme a Giuliano Mion, Grammatica di arabo standard contemporaneo. Fonologia, morfologia e sintassi.

  1. Com’è nato il tuo interesse per la lingua araba?

Sono nato e cresciuto in Sicilia, l’eco della cultura araba era presente ovunque attorno a me: nei nomi dei luoghi, nei piatti tipici della nostra tradizione, direi quasi nel nostro sangue. D’estate, da bambino, quando andavo al mare a Siculiana Marina era come se una catena di colline appena un po’ più alte del normale tagliasse fuori la spiaggia dal resto del continente europeo: le frequenze solite si dileguavano, e la radio della vecchia Tipo di papà cominciava a trasmettere emittenti radio tunisine. Non si può essere siciliani e non sentire il fascino di questa parte del nostro passato.

  1. Perché hai scelto la carriera accademica?

È stata una illuminazione. Volevo fare altro nella vita, ma dopo il primo giorno di lezione all’università ho subito realizzato che nella vita avrei potuto essere solo un ricercatore e docente universitario. Durante il difficile percorso che mi ha portato a realizzare questo sogno ho fatto mille lavori, anche interessanti, ma non ho mai avuto dubbi su quale fosse l’obiettivo.

  1. Quali sono i tuoi interessi di ricerca?

Mi occupo principalmente di dialettologia araba, in particolare di quei dialetti del Maghreb che sento più vicini a me, il libico e il tunisino. A questo si aggiunge una immensa passione per la linguistica storica, che mi porta a indagare lo sviluppo della lingua araba e dei suoi vari dialetti.

  1. Che cosa significa per te insegnare?

Qui rispondo con una citazione di uno dei miei poeti preferiti, Yeats: “Education is not the filling of a pail, but the lighting of a fire.” Insegnare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco.

  1. Quali sono le maggiori difficoltà dei tuoi allievi alle prese con lo studio dell’arabo?

Non quelle che loro credono. Molti studenti pensano che lo scoglio principale sia quello della grammatica, e non si rendono conto di avere enormi difficoltà nello sviluppo e consolidamento del lessico e delle abilità comunicative.

  1. Com'è nata l'esigenza di scrivere una grammatica di arabo standard moderno insieme al Prof. Mion?

Pensavamo che, pur nel ricco panorama dei manuali disponibili in Italia, ci fosse posto per una grammatica di consultazione focalizzata nello specifico sull’arabo standard, senza tralasciare i riferimenti a quello classico. Una volta intrapresa l’opera, abbiamo poi deciso di adottare un atteggiamento radicale: nessun esempio scritto dagli autori, dunque in qualche modo inventato ad hoc. Abbiamo passato mesi a cercare nei corpora oggi disponibili gli esempi giusti, ma lo studente può essere assolutamente certo che quello che studia è l’arabo standard così come viene usato dagli scrittori e dai giornalisti arabi del XX e XXI secolo. Ogni esempio è corredato di riferimento bibliografico, in modo che tutto sia controllabile.

  1. L'arabo standard moderno consente di comunicare in modo efficace?

È una domanda complessa. Una conversazione intima tra amici avverrà sempre in dialetto, così come la spesa dal droghiere. L’arabo standard, però, è la lingua di comunicazione scritta, oltre ad essere usato dai media sempre più sovranazionali. Tutti gli arabi lo comprendono, quasi tutti sono capaci di usarlo produttivamente. A mio modesto parere, la soluzione più efficace consiste nell’apprendere l’arabo standard e un dialetto, a quel punto non si avranno problemi.

  1. Come definiresti l'insegnamento dell'arabo in Italia?

In ottima salute e in rapida evoluzione. Quando ho iniziato i miei studi, 17 anni fa, l’approccio era ancora prevalentemente filologico. Da allora molto è cambiato, e oggi si tende con decisione verso lo sviluppo di tutte le abilità comunicative, “normalizzando”, se così si può dire, la lingua araba.

  1. Quali prospettive dopo lo studio della lingua araba?

Molte. Proprio in questi giorni la mia università (L’Orientale di Napoli) ha ospitato un seminario sugli sbocchi lavorativi per i laureati in lingua araba: dal settore commerciale a quello della sicurezza, passando ovviamente per la cooperazione internazionale, una conoscenza approfondita e non scolastica della lingua araba aumenta a dismisura le possibilità di trovare lavoro. Senza dimenticare la ricerca!

  1. Quali sono gli aspetti che prediligi delle culture arabe?

Lo smisurato senso di ospitalità e accoglienza, la generosità che ho sempre incontrato dovunque io sia andato. A parte questo, soprattutto muovendomi nei paesi del Maghreb che stanno appena al di là del mare che è stato la cornice delle mie estati da bambino, il ritrovare storie, odori e sapori che ricordano quasi in maniera dolorosa quelli della mia infanzia. Nel febbraio 2020, mentre intervistavo un’anziana signora a Chebba, nel sentirle raccontare come si preparavano i pomodori secchi mi sembrava di risentire le storie di mia nonna, solo raccontate in un’altra lingua. La cultura araba ha una sua grandiosità che amo e che mi ha stregato, ma è in queste cose così piccole che ne ritrovo l’anima più profonda, e mi piace far conoscere ai miei studenti quanto quest’anima ci sia vicina.

  1. C’è un episodio del tuo vissuto che vorresti condividere con i lettori?

Due, avvenuti nello stesso posto, la Siria. Damasco, estate 2006, la mia prima volta in un paese arabo. Entro, con una croce al collo ben visibile, nel cortile della Grande Moschea degli Umayyadi. Mi viene incontro una bimba, chiedendomi se fossi cristiano. Le faccio cenno di sì, lei mi chiede con grandissima dolcezza se potessi mettere la croce dentro la maglietta, perché quella è una moschea. Lo faccio, e lei mi prende per mano, avrà avuto 6 o 7 anni. Mi accompagna a fare le abluzioni rituali, mi spiega come fare. Una volta terminate, mi offre un bicchiere d’acqua dalla sua tazza rosa di Barbie, ci aggiunge una caramella e mi riprende per mano. Io mi guardo intorno, e a qualche decina di metri vedo il padre osservare la scena e dare di gomito a un amico, con l’aria soddisfatta di chi sa di aver tirato su bene la propria figlia, di averle insegnato come si trattano gli ospiti. La bambina mi porta dentro la moschea, dove secondo la tradizione è sepolta la testa di San Giovanni Battista. Arrivati davanti al santuario, mi dice: “Qui è sepolto il tuo profeta, tu puoi pregare qui”, e a passi leggeri si allontana. Non l’ho più rivista, non so nemmeno il suo nome, ma spero che quella bambina stia bene.

Qualche giorno dopo, ad Aleppo, in quel mercato coperto che oggi è distrutto, prendevamo il tè della sera in un caravanserraglio meraviglioso. Un ragazzo si avvicina, e ci chiede se volessimo vedere qualcosa di veramente bello. Gli diciamo di sì, lui ci porta sulla balconata superiore del caravanserraglio, apre una botola, tira giù una scala e ci fa salire sul tetto. “Ecco – ci dice – da qui si vede tutta Aleppo dall’alto.” Abbiamo camminato fra le cupole delle moschee e i minareti, abbagliati da così tanta bellezza, che oggi non esiste più.

  1. Qual è il tuo motto?

Negli anni della costruzione della mia carriera era “It always seems impossible until it’s done”, una frase di Mandela che usavo per ricordarmi che niente è impossibile. Oggi ne ho un altro, “Like a white bird in the snow”, liberamente adattato da una poesia di Dogen Zenji: è un invito a un agire, anzi a un esistere che siano più delicati, senza la necessità di imporsi così diffusa nel nostro tempo e così distruttiva: fare senza che nessuno si accorga che sei tu a fare, aiutare senza che nessuno si senta in debito, proteggere la vita interferendo il meno possibile. Essere, appunto, come un uccello bianco nella neve, che è lì ma non si vede.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 30-03-2021 alle 14:02 sul giornale del 31 marzo 2021 - 533 letture

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