I Chiostri del silenzio: Marnacchia di Amandola. Com’è bello il mondo, com’è grande Dio

8' di lettura 07/03/2021 - «Sarò come rugiada per Israele; esso fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano, si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell'olivo e la fragranza del Libano. Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, coltiveranno le vigne, famose come il vino del Libano».

Ho pensato al brano di Osea, arrivando al monastero delle Benedettine di Amandola. È un semplice casolare, adattato alla bisogna, circondato dai campi e dalle querce. Le sorelle hanno reso il luogo un piccolo Eden.

La comunità vi si è rifugiata dopo che l'antico monastero del centro storico è stato fortemente lesionato dal sisma.

Lo scritto di Osea è riaffiorato di fronte alla bellezza del posto, in aperta campagna, dinanzi al mare Adriatico ad est, dinanzi ai monti Sibillini ad ovest: il sorgere del sole e il suo tramonto, e la ripresa ogni giorno, come una spirale che cresce di consapevolezza e legame al Mistero, sino al suo apice: lo svelamento

Mi chiedevo, scendendo dalla strada di Marnacchia, lasciata la minuscola chiesa di Santa Maria, cosa ci fosse di nuovo da raccontare. Poi, la realtà ha superato ogni immaginazione. Perché qui ho incontrato una comunità allegra, gioviale, oltre che orante e fattiva nel lavoro. Un canto sereno al Creato e dunque al Creatore.

La nuova badessa, Madre Paola, eletta giusto pochi giorni fa, porta una croce minuscola sul petto. La stessa usata dalla badessa precedente: suor Scolastica, diventata priora.

Le monache arrivano alla spicciolata. Escono svolazzanti dall'abitazione e fanno capannello. Restiamo all'aperto,: il sole scalda e lo sguardo si tuffa nell'infinito.

Madre Paola è di poche e puntuali parole. Ascolta più che parlare. Una sua frase mi colpisce. Abbiamo accennato al terremoto, al Covid, al trasferimento in campagna; ora sta raccontando di questo piccolo giardino, dell'orto, del frutteto, delle biodiversità; accenna al problema di un edificio piccolo per le attività delle sorelle, poi all'improvviso, come riportando ogni discorso al senso più vero, sottolinea che «non possiamo piangerci addosso, non possiamo proprio piangere: lamentarsi sarebbe un'offesa a Dio».

«Il Signore – aggiunge – ha permesso che molto con il terremoto ci fosse tolto. Ma il Signore ci ha dato molto di più». Questo luogo, conseguenza di una donazione, lo considerano una «grazia. Una grazia in più». Basta uscire al mattino presto e vedere il sorgere del sole, o affacciarsi nel secondo pomeriggio per gustarne il tramonto, perché la preghiera sgorghi spontanea. «Qui preghiamo di più – spiega la Badessa – perché la natura è già una preghiera in sé, perché a parlare è il Creato, perché gli uccelli cantano, perché in tutto ciò cogliamo la bontà e la presenza del Signore».

Nonostante le difficoltà date dalla mancanza di spazi per i laboratori, per lo stesso refettorio (le monache prendono il cibo nello stretto corridoio, con il volto alla parete) la comunità monastica s'è ritrovata più unita di sempre.

Anche qui, i due santi protettori, sono il Fondatore san Benedetto e il grande uomo/patrono della Chiesa universale san Giuseppe. Due piccole statue ne fanno memoria quotidiana.

Sono nove le monache, di cui quattro provenienti dalla Nigeria. La più anziana è suor Gertrude, ha 89 anni; la più giovane è suor Anastasia, nigeriana, di 46. Mentre parliamo si sono messe in cerchio, vicino alla quercia prima e al pozzo dopo. Sembra quasi un gioco di bambine. E mentre giocano raccontano di sé. «Siamo in quaresima, ma per noi è sempre quaresima, nel senso di continua conversione, come raccomandava san Benedetto».

Facciamo un giro con badessa e priora. Sopra il cascinale c'è il frutteto. Ci sono alberi di mele rosa dei Sibillini, di prugne, ciliegie, ulivi. Nell'orto hanno piantato i mirtilli, i cavoli, le verze, l'insalata, le cipolle e tante altre verdure. In orari precisi, indossano il grembiule, cambiano il velo, infilano i guanti e via, a lavorar la terra. Humus, umiltà.

La prima volta che venni, fui attratto da una monaca nigeriana intenta a costruire un muretto contro terra. Una faticaccia. Ora il muro sorregge la scarpata dell'orto, poco distante dal bel cancello in ferro con su scritto PAX. PAX vissuta e augurata!

La badessa è arguta. S'accorge che sto guardando una grande croce sistemata in mezzo allo spiazzo circolare, e dice: «Oggi vanno di moda le rotonde, e anche noi ne abbiamo fatta una...». E sorride. In effetti, entrando in auto si può girare intorno alla croce che resta punto fermo. Come baricentro della vita.

Sette sono i momenti di preghiera, come nella tradizione monastica benedettina. Poi, c'è il labora, in campagna e in casa. L'orto e il frutteto, dicevamo, e il rammendo, il ricamo, i lavori all'uncinetto. In inverno, le monache nigeriane costruiscono vasi in cemento e coccinelle di pietra locale dipinte, «che portano fortuna perché – precisa la badessa – sono piene di preghiera, realizzate pregando».

La vecchia badessa torna invece sulla grandiosità del Creato. «Il 10 febbraio – spiega – era la ricorrenza di santa Scolastica, sorella di san Benedetto. Il tempo era minaccioso, pioveva, avrebbe nevicato. Sono uscita e ho colto un magnifico arcobaleno che abbracciava una gran porzione di cielo e terra. Santa Scolastica, che sapeva di morire, chiese al Signore un temporale per impedire al fratello di tornare a Monte Cassino. Lo voleva con sé nelle ultime ore di vita. Fu tempesta e fu, subito dopo, uno stupendo arcobaleno...». Legami.

Davanti al cascinale scorrazzano Briscola, Tracy, Ercole, Bobi e Favilla. Sono cani mignon, «che però fanno la guardia – sottolinea Madre Paola - e ci avvertono anche degli animali che s'intrufolano qui in giro». Di cinghiali ce ne sono. Li hanno visti. I lupi no. Le monache non li hanno mai sorpresi, ma i residenti delle case più sotto assicurano di averli incontrati.

Entriamo in casa. La cappella minuscola è piena di colori vivi, felici.. Alle pareti spiccano i quadri, specie di icone, realizzati da padre Monteiro, un brasiliano passato per di qua e oggi insegnante a Roma.

Accanto alla croce, dietro all'altare, ci sono le immagini della Madonna e di san Giovanni. Le ha costruite con filo, mastice e colla, suor Gloria.

E quasi mezzodì, ora di pranzo. L'odore che arriva dalla cucina è buono. «Oggi, che è mercoledì, così come il venerdì, serviremo solo il primo piatto» dice la Badessa. È la Regula. Ma che primo!!! Pasta con il pesce. Pesce che hanno ricevuto in dono. Nulla si spreca «perché è grazia di Dio e rispetto del lavoro delle persone».

Sorpresa finale. Le quattro monache nigeriane: suor Gloria, suor Raffaela, suor Rosaria e suor Anastasia, si dispongono a semicerchio nella saletta degli incontri. E iniziano a suonare i bonghi, la brocca, la zucca nigeriana con semi, e l'ɛkioɛ. Il canto è dolce quanto allegro. Le compagne: suor Gertrude, suor Lorenza, suor Giuseppina, suor Scolastica e Madre Paola, hanno gli occhi che brillano. È un canto tradizionale nigeriano. Dice: porterò il mio dono al Signore con gioia nel cuore.

«Com'è bello il mondo e come è grande Dio», diceva una mamma a suo figlio portandolo alla messa in un albeggiare del mattino. Lo ridico anche io. Dopo aver visto e udito.






adolfo leoni


Questo è un articolo pubblicato il 07-03-2021 alle 11:06 sul giornale del 08 marzo 2021 - 773 letture

In questo articolo si parla di amandola, adolfo leoni

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