Al Policlinico militare del Celio gli studi per dare battaglia alle mutazioni del covid-19

4' di lettura 01/03/2021 - A Roma, al Policlinico militare del Celio, dall’inizio dell’emergenza da covid-19, il dipartimento scientifico ha analizzato in media duemila tamponi al giorno e sequenziato il genoma del virus che ha scatenato la prima pandemia dell’era moderna.

Mappare il network del genoma e ricostruire l’albero filogenetico dei campioni di virus isolati è fondamentale per vedere come il virus si muove nel tempo e nello spazio: Dal punto di vista epidemiologico, serve a tracciare i ceppi in circolazione, studiare la diffusione, individuare l’origine dei focolai, anche per prevenire la diffusione dei contagi; ma è altrettanto importante capire come il virus funziona, monitorare l’evoluzione e cogliere le mutazioni, che potrebbero anche cambiare le proprietà antigeniche (e quindi ridurre la protezione immunitaria) o la virulenza. E quindi per migliorare la diagnosi, la cura, ricalibrare i vaccini. In poche parole sequenziare il virus serve a conoscerlo meglio, per essere pronti a rispondere e magari anche giocare d’anticipo nella lotta contro il virus.

Il colonnello Florigio Lista è un ufficiale medico, guida il dipartimento scientifico del Policlinico militare e con il suo staff porta avanti questa battaglia al virus. Un’attività voluta dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini. “Il 20 febbraio è stato identificato il primo paziente italiano con trasmissione locale di Sars-Cov-2, e il virus è stato sequenziato in questi laboratori – commenta in una intervista rilasciata ad askanews il colonnello Lista –. A questo primo sequenziamento sono seguiti tutti i sequenziamenti dei campioni, prima di quelli che provenivano dal Nord Italia poi, con la diffusione del virus, da tutta l’Italia; i genoma sequenziati sono stati paragonati anche con quelli di altri pazienti europei ed è in corso uno studio comparato per marcare l’andamento dell’infezione dal punto di vista genetico. I sequenziamenti si sono susseguiti nel corso dell’estate, fino all’individuazione della prima variante inglese, nella terza settimana di dicembre, a cui poi sono seguiti, a gennaio, altri sequenziamenti, e siamo arrivati all’individuazione dei primi campioni di variante brasiliana in Italia".

"Il Dipartimento scientifico del Policlinico militare ha iniziato a lavorare sul fronte Covid-19 intorno alla terza settimana di gennaio 2020, prima del paziente 1 di Codogno, mettendo a punto la metodica di individuazione del virus attraverso i tamponi molecolari. Abbiamo iniziato – spiega il colonnello – da circa qualche decina fino a quasi 2.000 campioni al giorno analizzati. E ormai siamo oltre il migliaio di sequenze nel corso di quest’anno, ma più della metà sono state fatte dal primo gennaio ad oggi".

"Lo sforzo del Dipartimento - chiosa il colonnello Lista - in questo momento è infatti concentrato sul sequenziamento per individuare le varianti, perché questo ha riflessi molto importanti sulla sanità pubblica ed è necessario seguire l’andamento dell’infezione. Ci aspettiamo un aumento relativo di alcuni tipi di variante rispetto ad altri. Già adesso, possiamo fare un piccolo bilancio: la variante inglese la prima volta in Italia è stata identificata nella terza settimana di dicembre, ed era praticamente un’eccezione, oggi invece si calcola che il 20-30% di tutti i campioni positivi abbia questa variante. Quindi, si può immaginare che in due mesi la variante inglese possa diventare maggioritaria. Dobbiamo sorvegliare anche la penetrazione delle altre varianti, soprattutto la brasiliana e la sudafricana, per i riflessi che hanno non solo sull’infettività ma anche sull’efficacia del vaccino. Ma questi sono dati – sottolinea – che devono essere confortati da un’analisi accurata nelle prossime settimane. Questa purtroppo -continua il colonnello - è una situazione che abbiamo vissuto 3-4 volte".

Pensavamo - dice il capo del Dipartimento Scientifico del Policlinico militare - di avere scalato la montagna e poi una volta arrivati alla vetta ci rendiamo conto che c’è una montagna ancora più grande da scalare. È una sensazione che ho avuto il 21 febbraio: tornavamo dal Giappone che avevamo fatto un’impresa, riportare a casa i nostri connazionali, e poi arrivati in Italia ci rendemmo conto che era esploso il caso di Codogno. Stessa sensazione vissuta con la variante inglese, ci siamo sentiti impotenti. Speriamo – aggiunge – di non aver più questo tipo di sensazione, i primi risultati del piano vaccinale potrebbero effettivamente abbattere la diffusione del virus ma soprattutto il problema clinico”.






Questo è un articolo pubblicato il 01-03-2021 alle 10:38 sul giornale del 02 marzo 2021 - 606 letture

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