Da Massa Fermana, guardando la Terra di Marca e ascoltando l’Inno delle Scolte d’Assisi

3' di lettura 28/02/2021 - Ho la selva alle spalle. Sbirciando dal cimitero di Monte Stalio si vede Mogliano. A sinistra, il convento dei francescani, sempre in procinto d'essere recuperato, e mai recuperato sino ad ora. Alla mia destra torreggia Loro Piceno. Davanti c'è Massa Fermana. Immagino la porta dei Brunforte. Da questo luogo non la si scorge. Il sole è alto. Fa caldo in questo strano inverno. La mente vaga libera.

E riesuma un vecchio inno, quello delle Scolte di Assisi: «Squilla la tromba che già il giorno finì, già del coprifuoco la canzone salì. Su, scolte, alle torri, guardie armate, olà!
Attente, in silenzio vigilate! Attente o scolte, su vigilate!
O nostri santi che in cielo esultate, vergini sante gloriose e beate, noi vi invochiam, questa città col vostro amore salvate...
Contro il nemico che l'anima tiene, contro la morte che subita viene, in ogni cuor sia pace e bene, sia tregua ad ogni dolor. Pace!».
La prima volta che l'ascoltai, distrattamente, nonostante quel “Pace” finale, credetti fosse un canto di guerra. È esattamente l'opposto. È un inno alla pace. E quanto bisogno ce n'è oggi, da noi e nel mondo. Da pochi giorni sono stati uccisi in Congo l'ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e l'autista Mustapha Milango.
C'è sconcerto, c'è rabbia e, inutile negarlo, c'è chi vorrebbe saldare i conti alla stessa maniera.

E pure l'inno che parla di soldati, di sentinelle e di assedi e che, per dirla con il prof. Franco Nembrini, «prende atto dell'esistenza di un nemico che “l'anima tiene, contro la morte che subita viene” chiede al Paradiso, chiede ai nostri santi, chiede “alle vergini sante gloriose e beate” di salvare la città con l'amore».
Quell'amore di cui l'Alighieri scrive, chiudendo la Commedia, «move il sole e l'altre stelle».
Riascolto l'Inno, leggo la conclusione del Canto trentesimoterzo e mi dico che la sfida è tutta umana. Personale. Una scelta che si può compiere tra il costruire e il distruggere, tra il voler bene e l'odiare.

Fragile e deliziosa Italia ferita che non muore, scriveva così Filippo Tommaso Marinetti guardando al suo Paese in guerra e dopo guerra.
Ferita dalla mancanza di lavoro, ferita dalla gente che lasciava la propria casa e i propri affetti; ferita sul Carso, ferita, aggiungo io, nelle distese gelate del Don, ferita dall’invasione tedesca e anglo-americana, ferita a Porzùs, ferita nella sanguinaria guerra civile. Eppure…Eppure lungo le banchine di porti nebbiosi e sconosciuti, nelle trincee alpine piene d’acqua e di ratti, nei lager dove l’umanità era sfregiata, nelle fosse comuni dei triangoli di morte dell’odio tra fratelli, un volto di donna, di moglie, di madre restituiva speranza e un soffio d’energia… per continuare a vivere.

Quelle fattezze erano la Patria. Patria concreta, Patria tangibile. La Patria dei villaggi conosciuti, degli altari, delle tombe di famiglia, del colore della propria terra. Non ideologia, ma qualcosa di reale. Occorreva vivere, allora, e ad ogni costo.

«È bello vivere – avrebbe scritto più tardi Pavese – perché vivere è cominciare sempre, ad ogni istante».
E in ogni istante si ricominciava a vivere. Perché l'Italia siamo io e tu, l'Italia siamo noi. Sono stati i giovani che nel 1966 scesero nel fango lasciato dall'Armo in piena e salvarono Firenze e la sua cultura.
Sono stati coloro, alpini in prima fila, che raggiunsero il Friuli devastato dal terremoto, e poi l'Aquila e poi Pescara del Tronto. Sono coloro che nella pandemia si sono presi cura dell'anziano vicino di casa. Ecco, l'Italia che ha visto un popolo mobilitarsi null'altro che per amore. Basta, allora, raccontarci in altro modo, basta descriverci pusillanimi e profittatori. Ce n'è, sicuramente. Ma minoranza infima. L'Italia vera sono gli altri. Con quell' «amor che muove il sole e l'altre stelle».






adolfo leoni


Questo è un articolo pubblicato il 28-02-2021 alle 08:39 sul giornale del 01 marzo 2021 - 160 letture

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