Marnacchia di Amandola: la dolce collina degli ulivi

3' di lettura 22/02/2021 - Nessun'auto salendo per la sommità di Marnacchia, tra Amandola e Comunanza. Se due macchine si incrociassero sarebbero diverse manovre. La carreggiata è stretta. Da una delle prime curve si scorge ancora, in basso, l'abbazia di San Ruffino, quadrata, un po' casa di preghiera un po' fortilizio, ai suoi albori. Quando tornerà ad ospitare viandanti, pellegrini, gente stanca, e quando torneranno i monaci? D'accoglienza c'è bisogno più che d'uffici.

In cima, lascio l'auto da un canto e m'incammino, scarponi ai piedi, temperatura mite, bel sole. Debbo raggiungere, verso la frazione di San Lorenzo, la casa delle Benedettine di Amandola lì rifugiatesi dopo il terremoto del 2016. Scriverò dei chiostri del silenzio. L'aria è fresca, la terra molle dell'ultima, abbondante nevicata, è come un pavimento di soffice muschio. Tre margherite spuntano nella parte meno intrisa. Faccio attenzione a non calpestarle. Sono il primo indizio che la primavera potrebbe non tardare. Toby è un piccolo cane che se la prende con l'unico passante: io. Fa la voce grossa, ma è minuscolo nelle dimensioni. La proprietaria lo richiama, inascoltata.

Mi hanno parlato di un uliveto di leccino gestito dall'azienda Miconi di Servigliano, le cui immagini sono arrivate in video in Giappone dove la qualità dei prodotti è richiesta insieme alla bellezza dei luoghi.

Non lo si vede subito, è nascosto da una selva, è più in basso, ma è come se lo avvertissi. E non sbaglio. Lascio la strada per prendere un sentiero. Un cancello è chiuso con lucchetto. Un altro è semi aperto. Ho chiesto il permesso, in precedenza. Entro. Filari e filari di ulivi, geometricamente allineati, quasi soldatini in parata. È gradevole camminarvi dentro. Il sole alle spalle e la neve sui monti rendono le foglie di un color argento vivo. Le guardo da vicino: nessun giallore: il verde è vivido. Le sfioro quasi come una carezza. Mi torna in mente «La carezza del Nazzareno» di Enzo Jannacci. La carezza di chi ci vuol bene, la carezza a chi vogliamo bene.

Non m'intendo di uccelli, ma la signora del cane mi ha parlato di cinciallegre e cardellini. Oggi, nello zaino, ho fatto un mix di scrittori e musiche. Ho portato due libri (e due cd): Tralummescuro di Francesco Guccini e Barbarico di Giovanni Lindo Ferretti. Amo entrambi: autori e cantautori. I loro racconti, ed anche le loro canzoni, sono densi di ricordi e anche di nostalgia per una civiltà perduta. Ma, mi dico, se fosse solo rimpianto e tristezza, saremmo nella fase ultima dell'addio alla vita. Rammento invece che Ulisse aveva sì nostalgia di Itaca, della sua donna, di suo figlio. Ma voleva tornarci per guardare al futuro. E costruire. E lavorare. E sperare. E far crescere il suo piccolo popolo. Ricostruire è stata la parola più usata dal nuovo presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi. Lui, loro, lassù; io, noi, quaggiù: ognuno ha la sua parte da compiere, con serietà ed onestà. Guardando avanti.

I cinghiali qui non mancano. Si vedono i varchi sotto alle reti di recinzione. Credo che neppure i caprioli manchino. C'è una spianata che mi piace immaginare piena di essi, al mattino presto.

La dolce conca degli ulivi è protetta. Le piante non prendono direttamente l'aria gelida del nord. E l'olio ricavato, mi hanno assicurato, è di prima qualità.

Risalgo il sentiero e ridiscendo sulla strada di quasi asfalto. Il cascinale delle monache è raggiunto.

C'è un frutteto sopra la casa e un grande orto vicino ad essa. Ed una scritta sul cancello: «PAX». Una scritta e un invito. Per ognuno di noi. Per ricostruire. Per riprendere la marcia. Insieme.




adolfo leoni


Questo è un articolo pubblicato il 22-02-2021 alle 11:32 sul giornale del 23 febbraio 2021 - 199 letture

In questo articolo si parla di amandola, adolfo leoni

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