Solo Dio conosce il cuore dell'uomo

6' di lettura 21/02/2021 - Intervista a don Enrico Brancozzi

La sua famiglia di origine è di Grottazzolina, dove Enrico Brancozzi ha trascorso l'infanzia, ha frequentato le scuole elementari e medie. Ha proseguito poi gli studi superiori a Fermo ed è entrato in seminario a diciannove anni, dopo la maturità. È diventato prete nel 2000 ed è stato alcuni anni viceparroco a Monte Urano. Per un periodo è stato responsabile della casa di spiritualità Villa Nazareth e dell’Istituto Teologico. Dallo scorso anno si occupa del seminario di Fermo.

1. Tre aggettivi con cui ti descriveresti.
Curioso, nel senso che mi piace imparare cose nuove, allegro però a tratti impaziente.

2. Chi è Cristo per te?
La presenza di Dio vicina a ogni uomo che desidera accogliere la sua amicizia.

3. Quando hai capito che il sacerdozio sarebbe stata la tua strada?
Ho iniziato a interrogarmi già nell’adolescenza, ma poi il cammino di discernimento vero e proprio si svolge in seminario dove si è aiutati a verificare non solo se si è chiamati, ma se quella chiamata è il bene della nostra vita oppure no. In questo senso gli anni di seminario sono stati un’esperienza molto ricca da tutti i punti di vista, sia delle amicizie, delle relazioni, sia culturale e spirituale.

4. Che cosa vuol dire avere fede?
La fede per me è la capacità di leggere la propria vita, e quindi l’intera realtà, alla luce dell’opera di Dio, cioè rintracciando i segni di questa presenza. Credo che una persona inizi il proprio percorso di fede quando si accorge che i contenuti del catechismo, quindi dottrinali, hanno una rilevanza esistenziale, sono veri per la vita. Il credente non è un uomo più buono o più generoso del non credente, è solo uno che ha intravisto delle tracce e che vuole vedere chi le ha lasciate.

5. Che sacerdote sei?
Difficile autodefinirsi. Prendo in prestito un’affermazione del papa. Credo di essere un peccatore perdonato, dunque uno che sente doppiamente il compito di trasmettere la misericordia di Dio.

6. Di che cosa si occupa la Teologia Dogmatica?
La dogmatica è semplicissima. Diciamo così: la fede è sempre un’esperienza personale. Il cristianesimo ha però un contenuto oggettivo, come molte altre tradizioni religiose. Senza questa oggettività sarebbe un po’ vero tutto e il contrario di tutto. La teologia ha il compito di mostrare la plausibilità, la credibilità della fede, cioè il fatto che l’atto del credere non è assurdo, ma è fondato in qualcosa di verificabile.

7. Che insegnante pensi di essere?
Spero di essere un insegnante appassionato. Il mio desiderio maggiore è trasmettere l’idea che lo studio della teologia sia uno strumento per tutti i credenti per orientarsi nella realtà e per costruire una Chiesa all’altezza del tempo presente. Naturalmente è un’impresa che credo mi riesca solo in minima parte.

8. Qual è il tuo ruolo in quanto rettore del Seminario di Fermo?
Quello di coordinare un’équipe di persone che si occupa di formare i futuri preti della diocesi di Fermo.

9. Un compito complesso?
Un compito certamente complesso, ma anche affascinante e condiviso con altre persone, non portato unicamente sulle mie spalle. Innanzitutto, il referente ultimo della formazione è il Vescovo che abbiamo la fortuna di incontrare quasi settimanalmente e con cui c’è un confronto sincero. Inoltre, collaborano con me il vicerettore, un padre spirituale, un confessore e due psicologi. Infine ogni seminarista è inviato in una parrocchia per un “tirocinio pastorale” e quindi sono in contatto con i parroci e con l’intero consiglio pastorale che si prende cura di loro. Dunque non mi sento solo, ci sono tante persone che condividono questo servizio. Ogni seminarista fa tante esperienze prima di giungere all’ordinazione. Certo, si possono fare errori, il cuore dell’uomo lo conosce solo Dio, però la Chiesa può fare del proprio meglio per mettere il candidato nelle condizioni di crescere come persona e come pastore.

10. Religione a scuola: quali prospettive?
Non conosco molto l’ambiente perché c’è un ufficio della diocesi che si occupa di questo coordinamento, però sono in contatto con molti ex-alunni che ora insegnano religione. Per lo più mi trasmettono un grande entusiasmo e una grande passione. Li ammiro molto. Credo che l’insegnamento della religione sia una grande occasione di incontro con i giovani, molto più ampia delle parrocchie o degli oratori dove la frequenza è purtroppo ridotta. Come prospettiva sottolineerei il tentativo di mostrare il cristianesimo come una delle chiavi di lettura dell’Occidente e la Bibbia come un grande codice culturale che riguarda tutti, anche i non credenti.

11. Se dovessi consigliare la lettura di un passo della Bibbia, quale sceglieresti e perché?
Sceglierei la parabola del “figlio prodigo” (Lc 15, 11-32), che oggi si tende a chiamare del “padre misericordioso”. Dire del “figlio prodigo” sembra infatti che sia lui il centro del racconto. Invece il centro è l’amore infinito di questo padre che permette al figlio di sbagliare, lo lascia libero di andarsene, ma a cui si annebbia la vista quando lo rivede tornare a casa. Non pensa a rimproverarlo, a “fargli la predica”, non ascolta neppure il discorso di scuse che si era preparato, ma gli va incontro, lo abbraccia, lo bacia, lo fa rivestire e gli fa rimettere l’anello al dito, il segno della figliolanza. E poi, non contento, organizza una festa enorme. È un testo straordinario. Penso sempre che neppure Gesù sapesse descrivere l’amore di Dio e abbia avuto bisogno di inventare questo racconto per rendere l’idea. Se dovessi scegliere una pagina riassuntiva del Vangelo, indicherei questa. È anche un testo scomodo, però, perché è la demolizione della falsa immagine di Dio che ci siamo costruiti.

12. C’è un episodio del tuo vissuto che vorresti condividere con i lettori?
Non uno in particolare, ma ritengo che le esperienze più belle e formative che ho vissuto siano state le tante occasioni di incontro e di condivisione con i giovani, con le coppie, con le famiglie, con i malati e con i poveri. Ciascuna delle persone incontrate mi ha lasciato qualcosa, spesso molto di più di quello che ho potuto dare io. Soprattutto nel caso degli ammalati e delle persone sofferenti è senz’altro così.

13. Qual è il tuo motto?
Non avrei un motto in particolare, a dire il vero è la prima volta che ci penso, però una frase di papa Francesco mi sta accompagnando negli ultimi anni. È tratta da Evangelii gaudium e dice così: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita, sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» (EG 49). La ritengo molto vera. Nella vita possiamo commettere degli errori, possiamo sbagliare. Le nostre giornate sono piene di decisioni inadeguate. Però ritengo sia meglio sbagliare per aver cercato di dare il nostro contributo, piuttosto che rimanere impeccabili perché si è rimasti indifferenti.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it





Questo è un articolo pubblicato il 21-02-2021 alle 09:34 sul giornale del 22 febbraio 2021 - 464 letture

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