I Signori del cibo e la fine della biodiversità

3' di lettura 12/02/2021 - Teniamoci le nostre campagne, le nostre piccole aziende agricole e di allevamento, le nostre Cantine. Teniamoci i nostri “Angeli matti” che scommettono in agricoltura. Teniamoci la Terra di Marca. Per la sua bellezza e per la nostra salute. Perché in giro spira una brutta aria in tema di produzioni agricole e cibo. Resta celebre quanto disse il noto giornalista statunitense Tom Mueller. Invitato al Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre 2014, lanciò un monito: «Quando incontriamo il cibo chiediamogli da dove arriva».

La sua lectio magistralis era centrata sull'olio di oliva, ma il concetto si estendeva anche ad altri generi alimentari. Invitò i presenti a porsi, dinanzi ad una pietanza, le stesse domande che si pongono i giornalisti: cosa, come, dove quando e chi. “L'inganno nel piatto” era il titolo della sua relazione.

Un altro giornalista, Stefano Liberti, ha scritto un libro molto evocativo: “I Signori del cibo. Viaggio nell'industria alimentare che sta distruggendo il pianeta”. Lo ha presentato due anni fa a Macerata, invitato dal prof. Alessio Cavicchi. Dopo l'incontro, è seguito un film, “Soyalism” sulla stessa traccia. Ne riprendo il racconto perché le situazioni descritte hanno avuto molte conferme in questi due anni successivi. La tesi di Liberti, nel libro e nel docu-fil, è questa: In un mondo sempre più sovrappopolato e in preda ai cambiamenti climatici, il controllo della produzione dei beni alimentari è diventato un enorme business per una manciata di poche gigantesche aziende. Seguendo la filiera di produzione industriale della carne di maiale, dalla Cina al Brasile passando per Stati Uniti e Mozambico, il documentario descrive l’enorme movimento di concentrazione di potere nelle mani di queste ditte, che sta mettendo fuori mercato centinaia di migliaia di piccoli produttori e trasformando in modo permanente paesaggi interi. A partire dai mega-allevamenti intensivi in Cina fino alla foresta amazzonica minacciata dalle coltivazioni di soia sviluppate per nutrire animali confinati in capannoni dall’altra parte del mondo, questo processo sta pregiudicando gli equilibri sociali e ambientali del pianeta.

La sua inchiesta ha preso le mosse da un elegante ristorante della Lousiana. Scorrendo il menù, Liberti è stato attirato da un piatto particolare: pezzi di alligatore fritto. Per saperne di più, ha chiesto alla cameriera da dove arrivasse la carne. Risposta: «La prendiamo da una azienda». Punto!

L'inchiesta ha cercato di ricostruire «il processo che ha portato il cibo a diventare una merce, scambiata sui mercati internazionali da aziende che ne controllano la produzione, la trasformazione, e la commercializzazione» Quante? «Pochi grandi gruppi che ne gestiscono meccanismi e modalità di produzione, imponendo le proprie strategie industriali e definendo in ultima istanza il sapore di quel che mangiamo». Ditte gigantesche «capaci di far viaggiare i prodotti da un capo all'altro del pianeta, sfruttando le zone dove la manodopera è più economica, le terre più fertili e i controlli meno stringenti». In queste operazioni «non c'è nulla di locale, niente di fresco: tutto viene da decine di migliaia di chilometri di distanza». Può essere l'unica prospettiva? Speriamo di no.

E allora, teniamoci e difendiamo, e sosteniamo la nostra Terra felix. Che torni ad essere fertile, fruttuosa, felice. Per noi e per le future generazioni.




adolfo leoni


Questo è un articolo pubblicato il 12-02-2021 alle 17:52 sul giornale del 15 febbraio 2021 - 176 letture

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