Don Sebastiano Serafini: la vicinanza ai malati in ospedale e una nuova pastorale

3' di lettura 12/02/2021 - Ieri, giovedì 11 febbraio, la Chiesa cattolica ha celebrato la Giornata del Malato. Quest'anno, come lo scorso, l'attenzione ai più fragili è ancora maggiore stante la pandemia di cui non si vede la sconfitta. La Chiesa fermana ha proposto una messa in Duomo con l'arcivescovo Pennacchio e un web-convegno con testimonianze di sanitari e parasanitari. È l'occasione per parlare allora dei cappellani degli ospedali. In questo caso del cappellano del Murri di Fermo.

Don Sebastiano Serafini lo è diventato ad agosto scorso quando la pandemia da Covid-19 stava per dilagare nuovamente dopo un'estate troppo “liberale”.
E il Murri era proprio ospedale Covid. Don Sebastiano ha al suo attivo studi importanti e una laurea in Teologia morale. Ma non sono quelli che in certe occasioni forniscono risposte. Le risposte arrivano dal cuore di chi si sente missionario in un luogo di sofferenza.

L'ospedale Murri ha sempre avuto una piccola chiesa dove pazienti e famigliari hanno potuto pregare e assistere alle funzioni religiose. Ad ottobre scorso, la cappella è stata chiusa per precauzione. Niente santa messa dunque e niente momenti di adorazione. Don Sebastiano s'è ritrovato ad inventare nuove formule di vicinanza, in alcuni giorni la settimana, presenziando in quello che era il piccolo ufficio della Polizia, annesso al vecchio pronto soccorso.
Non si poteva accedere ai reparti Covid. La prima visita in quei luoghi è stata grazie ad un primario che gli ha consentito, con tutte le precauzioni del caso, di impartire l'estrema unzione ad un moribondo.
«È stata un'esperienza toccante, in quelle circostanze – dice don Sebastiano – c'ero io e c'era il malato terminale. Ero l'unico tramite, l'unico contatto con il mondo al di là dei medici, degli infermieri e del trattamento farmacologico, diventati «il tutto dei pazienti».
Una cosa che mi ha toccato profondamente. Toccato e colpito. Ero solo, tutto bardato, con una croce fatta a penna sul camice, non c'erano, perché non potevano esserci, i volontari. Ci ho ripensato e riflettuto continuamente nel corso dei giorni successivi. Il dolore delle persone... e come lenirlo».

C'è un altro aspetto da cogliere. Proprio perché i reparti Covid sono giustamente blindati il sacerdote è diventato anche un tramite con le famiglie.
«Nella nostra terra ci si conosce un po' tutti. E non è stato semplice proprio per i rapporti di conoscenza e amicizia raccontare di quelle sofferenze. La fatica si faceva maggiore, ma m'interpellava come uomo e sacerdote. Ho capito che occorre lasciarsi ferire da quelle situazioni ma essere fermi nella speranza».

Serafini racconta anche del grande lavoro dei medici al Murri, e di quello degli infermieri, insostituibili, che tenevano la mano, di notte, ai malati, unica presenza divenuta familiare. E gli sguardi.. gli occhi, unica porzione di volto non celata dalle mascherine. Anche per i sanitari e per gli infermieri occorre avere un atteggiamento diverso, «un prendersi cura di chi si prende cura».

Esiste una pastorale della chiesa per la salute e quindi per i malati, «ma forse va ripensata – dice il sacerdote – a partire dall'obitorio, che è la sfida più grande. Nell'obitorio, davanti alle salme, tra i famigliari dei defunti si incontra l'impotenza, la rabbia e, a volte, anche un senso, ingiustificato, di colpa. Ed è lì che bisogna intervenire, sostenere, e a volte far solo compagnia».




adolfo leoni


Questo è un articolo pubblicato il 12-02-2021 alle 08:42 sul giornale del 13 febbraio 2021 - 171 letture

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