L’ “oste” della Grotta Castellana: poeta e sommelier. Elio Sbarbati

3' di lettura 06/02/2021 - Domanda e risposta insieme. La prima: «Sai qual è la cosa più importante di tutte?». La seconda: «L'amicizia, ed io ci credo fermamente». L'amicizia! Un sentimento un po' smarrito in questi tempi. Ma non dappertutto. E non in tutti. A formulare domanda e risposta è Elio Sbarbati, sommelier per gran passione da 40 anni, pensionato oggi e già artigiano e operaio in precedenza. Lo incontro dinanzi alla Grotta Castellana di Cerreto. La Grotta è un incavo nelle mura storiche di questo «castello fermano di terza categoria». È il luogo da dove Enzo propone i suoi vini in occasione della festa medievale. Anche stavolta ha qualcosa da offrire. Si tratta di un Prosecco di Valdobbiadene. Esaltante. Profumato. Gustosissimo.

Lo presenta e lo offre (con lui ci sono Giuliano, Marco, Giacomo, con me un gruppetto di donne: un'editrice, una funzionaria del Ministero degli Interni, una insegnante, un'infermiera, un amico). Si brinda. C'è stato il sole al mattino. Al pomeriggio il cielo si è velato. Elio spiega gli uvaggi, rimbocca i calici. Lui voleva diventare sacerdote, entrare in seminario. «Ma la mia famiglia era molto povera. Dovevo lavorare. Così ho iniziato nel settore delle calzature». Aveva 13 anni, e lo ha fatto per 53 anni consecutivi. Nel frattempo, quando si costituì l'Associazione Sommelier del fermano, lui s'è iscritto, superando i tre livelli richiesti. E da anni le Cantine lo chiamano a presentare vini: da quelli dell'Orlando Olivetti di Morro d'Alba a quelli di Lumavite di Rapagnano. «Sempre per amicizia, - precisa - sempre per un rapporto». Ma in quella Grotta castellana s'è rivelato anche per un'altra attitudine: la poesia. Eh sì, perché Elio scrive poesie. Nel cassetto ne ha un centinaio. Il figlio Luca (l'altra figlia si chiama Francesca), che è insegnante di storia e filosofia, lo ha spronato a pubblicare. Ma il padre ancora non ne vuol sapere. «Sono versi intimi, - spiega - che nascono da una riflessione, da uno stato d'animo particolare». È quasi ritroso a renderli pubblici. E pure, proprio in quella Grotta, casualmente lo ha fatto su pressione degli amici. E lo fatto dinanzi ad uno scrittore milanese importante che gli ha detto: un peccato tenerle per te, c'è stoffa, vai avanti. Lo farà?

Intanto, me ne parla. «La prima poesia l'ho scritta nel 2013. Partecipavo alla processione del Venerdì santo a Montegiorgio. Ho visto un ragazzo in carrozzina. Era molto più felice di tutti noi. Più contento di tutti noi». Le impressioni sono diventate parole, sono scivolate e si sono impresse sulla carta. Quella prima poesia è stata letta da don Mario, il parroco di Massignano. Se n'è impossessato e l'ha appesa sul fondo della chiesa. La seconda poesia è intitolata “Infanzie”. «È una riflessione ed un paragone tra la mia infanzia e quelle di oggi». In queste settimane sta lavorando ad un componimento che riguarda la sua esperienza in fabbrica, «la durezza del lavoro ma anche gli scherzi, i momenti lieti». Non sempre va così, «a volte la penna – e lo dice in dialetto - non caccia una parola. Occorrono stati d'animo particolari. Scrivo quel che mi detta il cuore». I suoi versi sono in dialetto, che ha studiato consultando libri e vocabolari. Un solo sonetto è in italiano, “Oltre la tortora”, una colomba che plana e gli fa compagnia quando irriga l'orto, ogni giorno.

Se non scrive o presenta vini, Elio legge. E tanto. Gli hanno regalato una collana di poeti italiani e stranieri, «anche russi», precisa lui che probabilmente li ama di più.

Ultimo brindisi. Ultimi saluti. E l'attesa della pubblicazione.






adolfo leoni


Questo è un articolo pubblicato il 06-02-2021 alle 16:38 sul giornale del 08 febbraio 2021 - 165 letture

In questo articolo si parla di adolfo leoni

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.me/bMSm





logoEV
logoEV
logoEV