Una nascita. Un fiocco. L'educazione. La speranza

3' di lettura 31/01/2021 - Ho posto sul portone di casa un fiocco azzurro. È nato a Milano mio nipote Federico. Non potrò raggiungerlo causa restrizioni da Covid. Gioia da un lato e un po' di rincrescimento dall'altro. Mentre mi recavo ad acquistare il nastro ho ricevuto una telefonata da un amico. Non sapeva della nascita. Mi voleva comunicare una sensazione: «Ci stiamo chiudendo come in una tartaruga». Ritirati e corazzati dal carapace. Singoli e soli, dove la vita è staccata dal suo significato, e quando accade siamo in pieno nichilismo.

Come se il futuro promessa – per dirla con il filosofo e psicanalista Miguel Benasayag – si sia trasformato in futuro minaccia: «Assistiamo nella civiltà occidentale e contemporanea, al passaggio da una fiducia smisurata a una diffidenza altrettanto estrema nei confronti del futuro». Parole scritte prima della pandemia. Oggi è molto peggio.

Allora, mi dico, metter fuori un fiocco non è sottolineare un evento casalingo ma dare un segnale di nuova vita e un nuovo sorriso all'esistenza. Una piccola luce che si riaccende. Una speranza specie per i giovani. Non occorrono rivoluzioni. Occorrono piccoli gesti, magari quotidiani. Come quello dell'erbivendolo di Praga raccontato da Vaclav Havel ne “Il Potere dei senza potere”. Un giorno tolse dalla vetrina il manifesto spot del regime e lo sostituì con il prezzo della frutta. Realismo al posto dell'ideologia. Vita vera.

In queste ore, come coincidenze non casuali ripetute, mi rimbalzano da uno scritto all'altro le parole di Pier Paolo Pasolini: «Se qualcuno ti avesse educato, non potrebbe averlo fatto che col suo essere, non col suo parlare». Spetta agli adulti dunque la prima mossa in questa emergenza educativa ormai improrogabilmente da affrontare. Ne ho parlato sabato 23 agli studenti dell'ITET insieme alla dirigente Cristina Corradini. Ho riportato un concetto di Massimo Recalcati che sostiene come il gesto educativo dev'essere «un modo laico di testimoniare la possibilità di dare senso alla vita».

Di recente ho sognato di aver preso con me i miei – ora – cinque nipoti. Di averli condotti nelle terre che amo. Di aver raccontato loro le storie che vi sono intrise, di aver indicato gli orizzonti. Sarà la loro libertà, poi, a farli decidere e scegliere. Era un sogno e una prospettiva. Intanto, ho cominciato.

Martedì faceva un gran freddo. Ho chiamato la prima nipote, Chiara, 14 anni. Andiamo? Andiamo per Fermo. Si stava facendo buio. Da via Sabino, sopra a via del Bastione, si scorgevano i profili bianchi dei Sibillini ad ovest e il rosa dell'orizzonte ad est. Che grandiosità il Creato! Lei annuisce, condivide.

Si cammina e si chiacchiera. Una sosta per guardare la bellissima chiesa degli Angeli Custodi con l'angelo modellato nella lunetta. La disegnò l'architetto Giambattista Carducci. È chiusa da tanto, troppo tempo. Peccato, dice lei, che guarda curiosa. Attraversiamo il Ponte di Cecco, e poi, prendiamo per una viuzza parallela a Via Garibaldi, coperta nell'ultimo tratto. Qui il Medio Evo fermano sembra essersi fermato. Si respira un'altra aria. Immaginiamo insieme un muovere di soldati e un brulichio di popolani e artigiani. Artigianato! La capacità delle nostre mani.

Abbiamo raggiunto il Girfalco dalla strada del teatro antico. A sinistra del campanile del Duomo la luna guarda questo pezzo di mondo. «Ed io che sono?» si chiedeva il Pastore errante di Leopardi. Siamo tutti erranti, pellegrini, viandanti ma quando il cuore si riempie di stupore e meraviglia sappiamo di essere fatti per l'infinito. E tutto cambia, allora. Tutto si rimette in moto. Non particelle inconsistenti e casuali, ma persone in cammino.




adolfo leoni


Questo è un articolo pubblicato il 31-01-2021 alle 12:39 sul giornale del 01 febbraio 2021 - 165 letture

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