Insegnare italiano in Francia

9' di lettura 31/01/2021 - Intervista a Romain Mocci

Romain Mocci è cresciuto a Grenoble dove ha studiato letteratura e civiltà italiana. Ha fatto l'erasmus ad Arezzo ed è stato assistente di lingua francese a Parma. Nel 2010 ha vinto il concorso per insegnare italiano L2, sempre a Grenoble. Vive a Livron-sur-Drôme e insegna a Bourg-de-Péage, due borghi alle porte della Provenza. Si è trasferito lì due anni fa, dopo aver insegnato in Alta-Savoia, al confine con la Svizzera e la Valle d'Aosta. Ama sciare e fare trekking, viaggiare e scoprire nuovi luoghi.

1. Com’è nato il tuo interesse per la lingua italiana?
Sono italiano di origine, mio padre è sardo, per cui ho sempre conosciuto la cultura e la lingua italiana. Sin da piccolo sentivo mia nonna parlare italiano (e sardo) ed era abbastanza affascinante ascoltare un'altra lingua. A un orecchio francese, l'italiano suona come una melodia. La lingua piace tanto ai francesi perché è dolce e molto musicale.

2. Quali sono stati gli argomenti oggetto della tua tesi di laurea triennale e poi magistrale?
In Francia non prepariamo una tesi per la triennale. Dobbiamo superare diversi esami e basta. Tuttavia, ho studiato in modo un po' più approfondito il Decameron di Boccaccio e una tematica più linguistica che letteraria: l'evoluzione della lingua italiana (ovvero il « tardo » latino) fino all'italiano contemporaneo. Ho fatto, tra l'altro, una tesina (un esame scritto più che altro) su una lettera scritta dal Boccaccio analizzandone le varie strutture del napoletano dell'epoca e confrontandole con il napoletano odierno. È stato un lavoro molto motivante e interessante. Per la magistrale ho studiato l'opera cinematografica di Pier Paolo Pasolini, mi sono interessato al mito della « barbarie » attraverso i suoi film e mi sono concentrato poi sulla sua visione del Decameron. Come potete capire, sono davvero un appassionato del Decameron, sono sempre stato affascinato da quanto il Boccaccio abbia potuto scrivere a quell'epoca!

3. Che studente sei stato?
Ero molto stacanovista, volevo conoscere tantissime cose sulla cultura e la lingua italiana per poi poterle insegnare nei minimi dettagli. Ero e sono tuttora molto perfezionista, guardavo tutti i film, partecipavo a vari festival del cinema italiano, mi informavo, seguivo la politica, la cronaca, tutto! Volevo studiare anche i dialetti perché trasmettono molto delle culture locali.

4. Che ricordi conservi del tuo Erasmus ad Arezzo?
Ad Arezzo ho imparato molto della lingua italiana e ho conosciuto tante persone che rimangono ancora oggi amici a cui tengo tantissimo. Stranamente, mi ha anche permesso di capire meglio la cultura francese. Vivendo in un altro paese, si scoprono altri modi di fare e mi sono accorto che alcune abitudini che avevo erano prettamente francesi e non universali, ho pure fatto mie nuove abitudini che ho portato in Francia e questi nuovi modi di fare e di essere sono un patrimonio che conserverò per sempre.

5. Come definiresti la tua esperienza di lettore di francese a Parma?
È stata l'esperienza che ha confermato la mia voglia di essere insegnante. Poter comunicare la mia esperienza, e sembrerà una banalità, ma trasmettere la cultura tramite la lingua è essenziale e permette davvero di aprire le menti. Nella società odierna l'apertura mentale è una delle competenze più importanti perché permette di comunicare con il mondo, accettare le differenze e capire gli altri. Questa esperienza è stata fondamentale da un punto di vista professionale e personale.

6. Che cosa ti piace e cosa no del Belpaese?
Mi piace quasi tutto del Belpaese: i ritmi del quotidiano, la simpatia degli italiani, il fatto che siano fieri della propria cultura, della loro storia e dei costumi locali, la buona cucina, le tradizioni gastronomiche e folcloristiche e, ovviamente, la lingua del sì!

7. Come si diventa docenti in Francia?
In Francia si deve superare un concorso, il Capes oppure l'Agrégation, dopo aver studiato 5 anni all'università (almeno fino alla magistrale). Questi concorsi sono estremamente difficili da superare: ci sono due prove scritte che, se hanno esito positivo, consentono di presentarsi agli orali. Superato l'orale, si diventa professore « stagista » per un anno, dopodiché il provveditorato agli studi (l'inspecteur) viene in classe a osservare una lezione, parla con il professore, con il preside della scuola e con i vari tutor dello stagista. Se la commissione convalida l'anno di stage, il professore viene dichiarato idoneo all'insegnamento, diventa di ruolo e così può ottenere una cattedra.

8. Che cosa significa per te insegnare?
Per me significa trasmettere e sviluppare la curiosità di voler conoscere l'italiano e la cultura italiana. Trasmettere la voglia non tanto di parlare questa bellissima lingua bensì di cantarla, perché per un francese l'italiano è così bello e musicale che non si parla, si canta. Per me insegnare l'italiano significa trovare nuovi modi per motivare gli alunni, permettendogli di studiare la lingua tramite documenti autentici. In effetti non uso mai i manuali perché li trovo poco stimolanti. Faccio raramente verifiche per testare quanto abbiano imparato a memoria (giusto un po' per il vocabolario o qualche regola di grammatica). Preferisco valutarli sulla base delle diverse modalità comunicative, per cui improvviso delle scenette di vita quotidiana, come se vivessero in Italia. Per esempio: devono mettere in scena una situazione in cui si mettono d'accordo per fare un regalo di compleanno a un amico e vanno a comprarlo, così studiano i gusti dei giovani italiani, parliamo dei vari negozi e delle marche italiane. L'aula diventa un centro commerciale e soprattutto uno spazio per dialogare, comunicare in italiano. Oppure dopo aver studiato la descrizione fisica, i colori, il corpo umano, chiedo loro di immedesimarsi in una guida museale e ognuno presenta un'opera italiana (del Rinascimento o anche più moderna come i ritratti di Modigliani, per esempio). Possiamo anche simulare dei dialoghi al ristorante, al telefono per ordinare una pizza a domicilio o per prenotare una vacanza in Italia. Per me l'importante è insegnare la lingua e la cultura italiana attraverso il vivere quotidiano, la lingua è al servizio della comunicazione. È necessario permettergli di capire che l'italiano che studiano, lo potranno utilizzare concretamente appena varcato il confine.

9. Qual è il tuo approccio con la didattica a distanza?
Per fortuna in Francia non abbiamo sperimentato per molto tempo la DAD. Ricordo la primavera del 2020 come un periodo difficile; alcuni alunni non erano in grado di seguire le lezioni a distanza e la mancata presenza fisica toglie tanto all'insegnamento. Tuttavia, proponevo dei video e delle classi virtuali per rendere il corso più vivo e motivante. Inoltre, ho adattato i documenti affinché fossero più facili da capire.

10. Cosa cambieresti del sistema scolastico francese?
Non saprei rispondere a questa domanda. Ovviamente ci sarebbero tante cose da migliorare ma direi che nel complesso il sistema funziona bene.

11. Che cosa ti affascina della cultura italiana?
La sua ricchezza attraverso le epoche, la capacità che hanno gli Italiani di trovare una soluzione per ogni cosa, l'arte di « arrangiarsi », l'impegno per difendere e tutelare la propria cultura. Questa forza l'ho percepita vivendo in Italia e purtroppo manca a noi francesi. Anche se gli Italiani hanno l'immagine dei francesi come di un popolo orgoglioso, fiero di sé, in realtà non è così: i francesi non sono « fieri » della propria storia; gli italiani la conoscono meglio! Per esempio, andate a chiedere a un francese perché si festeggia il 14 luglio, vi dirà che ci sono i fuochi d'artificio ma spesso non saprà dire che è il giorno della presa della Bastiglia nel 1789! In Francia non siamo abbastanza orgogliosi della nostra cultura, della nostra storia; non le conosciamo bene ed è un vero peccato.

12. Perché studiare l’italiano oggi?
Studiare l'italiano in Francia oggi ha molto senso: permette di scoprire una lingua che piace tanto, permette di capire meglio la cultura di chi ci ospita quando andiamo in vacanza (l'Italia è uno dei paesi stranieri più apprezzati dai francesi), gli scambi commerciali tra l'Italia e la Francia (da un punto di vista economico, è il secondo paese europeo, dopo la Germania, con cui intrattiene delle relazioni). I motivi sono tanti, ecco perché ci sono sempre più francesi che si iscrivono a lezioni serali per studiare la lingua di Dante. I Francesi amano gli Italiani, la loro lingua e la loro cultura. Tra amici o quando incontro nuove persone e dico che sono insegnante di italiano, ricevo sempre commenti positivi e vedo tanta ammirazione per il Belpaese; ciò mi rende alquanto orgoglioso.

13. Italiani e francesi sono davvero così “vicini”?
In realtà lo sono ma non lo sanno! Anzi, a volte si ha l'impressione che siano i migliori nemici ma potrebbero e dovrebbero essere i migliori amici!

14. Quali sono gli errori più frequenti che commettono i tuoi studenti?
In francese non si sente l'accordo plurale e a volte neanche quello femminile, per cui si dimenticano quasi sempre di fare l'accordo in italiano, però si sente subito e non suona bene! Oppure all'orale buttano lì il verbo all'infinito senza tradurlo. Hanno altre problematiche linguistiche: non mettono l'accento tonico sulla vocale giusta (siccome in francese non c'è questa musicalità, non sono abituati). Spesso non leggono le consonanti doppie in italiano, siccome in francese si legge in modo uguale una consonante semplice e una consonante doppia, come per esempio la doppia « m » di « commerce » che non si legge doppia. Invece in italiano non si pronunciano allo stesso modo le parole pena e penna.

15. C’è un episodio del tuo vissuto che vorresti condividere con i lettori?
Tre anni fa mi sono imbattuto casualmente in un alunno, per strada, che avevo avuto 7 anni prima e mi parlava commosso dello scambio al quale aveva partecipato. Mi diceva che aveva mantenuto forti i legami con il suo corrispondente, che si vedevano ogni anno ed erano diventati veri amici. Mi ha commosso perché Damien è l'esempio, in carne e ossa, della mia ambizione: permettere di far nascere una forte amicizia tra Francia e Italia tramite la scoperta delle nostre culture e lingue.

16. Qual è il tuo motto?
Tener duro anche se insegnare a volte è davvero complicato. Il mio mestiere consiste nel seminare conoscenza, cultura, valori, pur non sapendo che tipo di cittadini diventeranno i nostri alunni. Crederci sempre, rinunciare mai. Se son rose, fioriranno!


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 31-01-2021 alle 18:06 sul giornale del 01 febbraio 2021 - 668 letture

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