“San Patrignano mi ha salvato”. L’esperienza di Federico Gori

3' di lettura 29/01/2021 - Un'altra emergenza in Italia, gravissima, e di cui non tratta più: la droga. Dilaga senza distinzioni tra nord, centro, sud. «Un ragazzino di oggi la prima dose la trova a due euro, perché lo spacciatore sa bene che domani le dosi richieste saranno quattro, otto... e via dicendo. L'attuale droga chimica brucia i cervelli. E i ragazzi sono arrivati ad usare anche la ketamina, un anestetico per cavalli». Me ne parla un uomo che il problema lo conosce bene, perché c'è stato dentro sino ai capelli. Federico Gori ha 44 anni, è nato a Montecatini Terme, vive a Magliano di Tenna con la sua compagna e con il figlio di lei, Mattia, di undici anni.

Lavora come giardiniere nella cooperativa Tarassaco, e di sera, prima delle restrizioni da Covid, faceva il cameriere. Ha conosciuto Eleonora nella Comunità di San Patrignano, una comunità che definisce «meravigliosa», perché gli ha consentito di riprendere in mano la propria esistenza, e gli ha fatto «sorridere di nuovo alla vita». Non gliela toccate, e non gli toccate Vincenzo Muccioli. Gli deve la vita. «Non l'ho conosciuto personalmente, era già morto, ma quando sono entrato il suo spirito permaneva e permane. Muccioli ha iniziato con un campo e tre roulotte. Ad oggi ha salvato 26 mila ragazzi». Lui compreso.

La drammatica storia di Federico inizia a 13 anni. A Montecatini Terme frequentava un bar dove si radunavano giovani più grandi. Di tanto in tanto lasciavano il locale per tornare dopo un po' trasformati. «Sembravano contenti e anche io volevo esserlo – spiega Federico – così ho chiesto di partecipare a quelle uscite. Mi venne risposto: “Vieni con 50 mila lire”. E già la prima volta mi iniettarono eroina in vena». Inizia il vortice maledetto: la fissazione da droga, l'affannosa ricerca di soldi per procurarsela, il rubare a casa, lo spaccio, la fuga dai genitori e il vivere in un furgone «con cui, insieme ad altri, mi spostavo per organizzare feste proibite». Un gorgo nero fino all'incontro, a Monselice, con una ragazza di Padova, l'innamoramento e la nascita di una bambina. Sembra un nuovo spiraglio di luce. Invece, la tragedia: dopo qualche settimana la bambina muore. La coppia si sfalda. Federico torna in strada, ed è peggio di prima. «Mi ero ridotto a dormire all'interno di una caldaia nella stazione di Montecatini. I miei non ce la facevano più». Poi, accade una cosa. Federico coglie il suo volto devastato in una scheggia di specchio. «O cimitero o carcere», la sua condanna. Oppure Comunità, gli risponde indirettamente suo zio Paolo, che lo aiuta. Dopo un periodo di incontri in una associazione di Firenze guidata da Antonella, il colloquio e l'ingresso a San Patrignano. «I primi tempi sono durissimi, si arriva a odiarla la comunità. Ti tolgono le sigarette, il cellulare, il tablet, i soldi, non disponi di nulla. Ti dicono: devi fidarti. E allora lavori, ti conquisti con il sudore il piatto di pasta che mangerai. E ne sarai soddisfatto». Federico ancora ricorda il calore umano che circonda quel luogo: la battaglia quotidiana per affermare un positivo contro il negativo della droga.

Oggi, Federico cerca di restituire quanto lui stesso ha ricevuto. Fa colloqui, per conto di una comunità di Tolentino, con giovani che vorrebbero uscire dalla dipendenza. La sua grande emozione è stata quella di aver ritrovato una ragazza che qualche anno addietro aveva fatto entrare a San Patrignano. Lei lo ha visto, gli è corsa incontro. Lo ha abbracciato. Era libera! Libera come lui oggi.




adolfo leoni


Questo è un articolo pubblicato il 29-01-2021 alle 15:41 sul giornale del 30 gennaio 2021 - 241 letture

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