Lingue e culture arabe: tra entusiasmo e dedizione

15' di lettura 24/01/2021 - Intervista ad Alessandro Buontempo

Alessandro Buontempo si è laureato all'Università Orientale di Napoli (2006) e addottorato presso l'Università La Sapienza di Roma (2015). Insegna dal 2012 per diversi atenei (Università Statale di Milano, Università La Sapienza di Roma, Gabriele d'Annunzio di Chieti-Pescara, Scuola per interpreti e traduttori Carlo BO, Università per Stranieri di Perugia), viaggia con la scusa delle conferenze, e passa qualche serata e fine settimana (non pochi) sui libri (mai abbastanza), occupandosi di genere e identità queer arabe, crime fiction e letteratura per adolescenti. Tra le altre cose confessa di aver tradito, più che tradotto, alcune opere letterarie (e non vede l'ora di rifarlo). Per ora afferma che se potesse tornare indietro rifarebbe le stesse scelte. L'importante è ciò che lo spinge, il motore intimo del suo divenire, ovvero il dubbio e l'ansia. E una giusta dose di ironia.

1. Come è nato il tuo interesse per la lingua araba?
Non sono in grado di dare una risposta precisa, cosa che trovo divertente. Forse è la lingua araba che ha scelto me? In realtà confesso che al momento di scegliere l’università non avevo idee definite, volevo proiettarmi in una dimensione globale, credevo nella libertà e convivenza tra popoli, volevo partecipare alla costruzione di un mondo più ampio e migliore. Così fu lingue all’Orientale di Napoli, la mia città. Da adolescente, poi, mi ero appassionato alla causa palestinese grazie alla politica, erano gli anni degli accordi di Oslo, il Sud del Mediterraneo e il mondo arabo erano molto vicini a noi. Fu così, forse, che scelsi arabo d’istinto.

2. Quali sono stati gli argomenti oggetto della tua tesi di laurea e poi di dottorato?
Per la tesi di laurea seguii i suggerimenti delle mie relatrice e correlatrice, e scoprire la fortuna di Alberto Moravia nel mondo arabo è stato un viaggio affascinante che mi ha insegnato molto. Il dottorato è stata un’altra storia. Pensavo di proseguire i miei studi in Inghilterra e, mentre vivevo là, ripresi a studiare un argomento che volevo approfondire da tempo: le mascolinità, il femminismo e gli studi di genere nella letteratura araba. Il caso ha voluto che tornassi in Italia e svolgessi il mio dottorato alla Sapienza di Roma, con la prof.ssa Isabella Camera d’Afflitto, che mi aveva seguito all’Orientale di Napoli anni prima. Tra i vari interessi di ricerca, mi occupo da tempo anche del noir arabo, argomento interessantissimo che mi ha dato altrettante soddisfazioni.

3. Che ricordi hai della tua esperienza di lettore di italiano a Rabat, in Marocco?
La mia esperienza marocchina è stata un battesimo del fuoco. Dopo la laurea ho avuto questa proposta da sogno: insegnare italiano per un semestre in un paese arabo! Non è stata una passeggiata e credo sia stato un bene. Ho misurato i mei limiti e ho cominciato a scoprire quali fossero le mie risorse interiori e intellettuali, oltre ai miei interessi. Ho imparato molto laggiù, soprattutto che quello che sapevo non bastava e avevo appena iniziato a imparare. Non mi riferisco solo al fatto che il marocchino è una lingua bella quanto impossibile da comprendere senza uno studio dedicato (avessi scelto dialettologia!) Ritornarci da “grande” per delle conferenze è stato fantastico. Tuttavia, se vogliamo leggere il mio semestre marocchino all’interno della mia parabola formativa, le esperienze fondamentali sono state tante, in luoghi diversi e per motivi diversi. Damasco è stato il primo amore e non trovo parole per esprimere la sofferenza nel vedere la Siria martoriata da un regime criminale e una guerra spietata quanto inutile, grazie alla complicità di interessi economici e geopolitici globali. Ho vissuto molto in Egitto, che considero come una seconda patria (purtroppo anch’essa sofferente). Una breve permanenza a Beirut mi ha fatto conoscere un sacco di scrittori, tutti gentilissimi e disponibili, e fatto fare scoperte che hanno influito notevolmente sulle mie ricerche, allora in fase embrionale.

4. Quali sono gli autori italiani più tradotti nei paesi arabi?
Questa domanda dovrebbe essere rivolta agli italianisti arabi, che sono tanti ed eccellenti. La cultura italiana è sempre stata molto apprezzata e seguita nel mondo arabo. Forse non raggiunge la diffusione di altre lingue e culture occidentali più studiate e tradotte, ma di sicuro gli interessi sono vari e vasti. Mentre le novità editoriali vengono prontamente proposte, autori importanti del passato più o meno recente vengono proposti da studiosi e traduttori che stanno raggiungendo livelli di eccellenza. In questo periodo si celebrano 700 anni dalla morte di Dante, anche nei paesi arabi non mancano iniziative di studio e divulgazione dedicate al Padre della lingua italiana. Insieme ai numerosi e validi dipartimenti di italianistica nelle università arabe, gli Istituti italiani di cultura svolgono un ruolo importantissimo. C’è un’asimmetria però: mentre la cultura italiana, per quanto sorella minore di altre culture più blasonate, è stata di sicuro un riferimento per molti intellettuali arabi (oltre a Moravia, mi viene in mente Il deserto dei Tartari di Buzzati), ancora mancano una scrittrice o uno scrittore italiani che si siano lasciati ispirare dalla letteratura araba.

5. Perché studiare l’arabo oggi?
Si può rispondere in tantissimi modi. Si possono tirare in ballo la geografia e l’economia: il mondo arabofono è il nostro vicino, si tratta di più di 300 milioni di persone, alcuni stati sono economicamente in forte crescita e la lingua, insieme alla cooperazione culturale, può giocare un ruolo importante nello stringere sane e costruttive relazioni economiche e politiche. Tuttavia, non ho mai nascosto le difficoltà agli studenti che basano, giustamente, le loro scelte su motivi di ordine pratico: il lavoro. Credo che il mondo dell’economia e dell’impresa in Italia debbano fare ancora passi sostanziosi nella direzione dell’internazionalizzazione, soprattutto in chiave euro-mediterranea, e della valorizzazione di risorse come gli arabisti. La capacità di navigare una cultura è necessaria, non ancillare, alle altre conoscenze. Ma non è solo l’impresa italiana che dovrebbe sprovincializzarsi e svincolarsi da interessi non sempre condivisibili in toto, è l’Europa intera che dovrebbe essere meno diffidente nei confronti della sponda Sud del Mediterraneo. La convivenza con i paesi arabi è una storia di secoli e le comunità di lingua araba nel nostro paese sono giustamente – e fortunatamente, aggiungo – tra le più numerose. Al netto delle opportunità che ciò presenta, si tratta di conoscere noi stessi attraverso la conoscenza di chi ci sta a fianco. Un’ultima ragione è di ordine estetico. L’arabo è una lingua bella, presente in un arcobaleno di varianti che promette di rinnovare sempre l’emozione della scoperta, molto vivace, in continuo movimento. Ha dato vita a una cultura complessissima e ricchissima che ancora offre scoperte sorprendenti, che continua ad appassionare, emozionare e affascinare, e lo fa in tantissimi modi: dalla letteratura alla cultura popolare, dall’arte al pensiero.

6. Che cosa significa per te insegnare?
Insegnare vuol dire prendersi cura. Applicare questo semplice assioma all’insegnamento dell’arabo vuol dire che non sto semplicemente trasmettendo contenuti linguistici, storici o culturali che siano, ma sto partecipando alla crescita di studentesse e studenti, i quali ampliano i loro interessi e prendono alcune decisioni molto importanti per il loro futuro. Non mi trovo davanti a loro perché “so più cose” e quindi mi devono ascoltare, ma perché ho qualche idea su come si naviga in un oceano vastissimo di conoscenza (ricordiamoci che si tratta di numerose varianti di una lingua estremamente vivace, e tante letterature nazionali!). Insegnare è costruire insieme nuovi percorsi di conoscenza che rendono vivo e significativo ciò che si apprende. Grazie al confronto con la classe non smetto di crescere, di ricevere stimoli che non possono essere ignorati. Ciò mi ha permesso di migliorare le mie metodologie didattiche e di ampliare lo spettro dei miei interessi. Ma è anche grazie ai miei colleghi che ho imparato che le chiavi per riuscire in questa che a tratti sembra un’impresa disperata, sono la dedizione e la capacità di mettersi sempre in gioco.

7. Quali sono le maggiori difficoltà che incontrano i tuoi studenti nell’apprendimento dell’arabo?
C’è una cosa che ripeto da anni: l’arabo è facile, più facile dell’inglese. Le difficoltà che incontrano oggettivamente molti studenti non derivano dalla lingua in sé, ma da tanti altri fattori. In primis, il contesto in cui si vive. Adesso siamo culturalmente colonizzati dal mondo anglofono e vorrei vedere come cambierebbero le cose se i media passassero più cultura e vita in lingua araba, a partire dalle canzoni, ma senza fermarsi lì. La presenza di serie televisive arabe sulle principali piattaforme di streaming è già un segnale positivo, per quanto debole. L’editoria porta sempre grandi sorprese, traducendo, e benissimo, molti lavori significativi, ma ha ancora difficoltà a raggiungere un pubblico vasto. Inoltre, l’Italia è sempre più esplicitamente un paese razzista e poco accogliente, dove “l’arabo” (al pari degli altri migranti) è visto come un nemico o un problema (dentro e oltre la retorica islamofobica), da escludere e marginalizzare. Le comunità in Italia sono silenziate, invisibili, mentre se si parla del mondo arabo, il più delle volte lo si fa in funzione delle nostre operazioni militari, o quando si parla di terrorismo o tragedie. Sembra che i tempi dell’Orientalismo di cui parlava Edward Said debbano ancora finire, basta guardare i programmi scolastici, ancora antiquatamente eurocentrici. Che stimoli può offrire un contesto del genere? Come la mia generazione, tanti studenti attuali si sentono marziani per la scelta fatta. Per non parlare delle difficoltà che incontrano gli studenti delle seconde generazioni, sospesi tra domande identitarie e una società che li tiene al margine. Infine, un problema è il tempo. Come si può pretendere di raggiungere livelli alti in pochi anni, studiando da adulti e in maniera frammentaria? La qualità dell’insegnamento universitario dell’arabo non fa che migliorare e i risultati si vedono, ma credo che si dovrebbe offrire la possibilità di cominciare prima, come si fa con inglese, francese, spagnolo e tedesco. Purtroppo, nonostante sia una classe di concorso alle superiori italiane, le scuole dove si insegna arabo in tutta Italia si contano sulla punta delle dita. Mi auguro che si facciano passi in avanti verso la diffusione di questo insegnamento che già può contare su docenti specializzati e preparati.

8. L’arabo classico è una lingua d’apparato?
Prima di tutto, è più opportuno parlare di arabo standard moderno. Il suo status è un argomento interessantissimo che occupa non solo i linguisti, ma anche chi insegna. Anche senza essere esperto su quest’argomento, potrei parlarne a lungo. Da sempre la cultura araba vive nella diglossia, nella contrapposizione tra una variante colloquiale e una d’occasione, fin dai tempi della rivelazione coranica secondo importantissimi studiosi. Del resto, la situazione in Italia nell’immediato dopoguerra non era simile? L’arabo standard moderno, poi, è il frutto di un lavoro di modernizzazione e ampliamento lessicale spettacolare avviato all’inizio dell’era moderna e ancora in atto. Si continuano a coniare nuovi termini in grado di rispecchiare una realtà mutevole, per esempio come tradurre “queer” o “artivism”. Anche se confinato ad ambiti ristretti e ufficiali, è una lingua viva. Dall’altro lato i dialetti nazionali hanno guadagnato una visibilità e importanza crescente, per tantissimi motivi.

9. Quali sono gli aspetti della cultura araba che prediligi maggiormente?
La sua varietà, la sua vitalità, la capacità che ha di farci aprire nuovi sguardi sul mondo e su noi stessi. Approfondirne gli aspetti è un’avventura che arricchisce sorprendentemente. Per spiegarmi voglio raccontare che ha significato incontrare il mondo arabo queer. Ho cominciato a occuparmi di mascolinità e studi di genere per frantumare quella immagine cristallizzata del mondo arabo e musulmano (e non solo) dilaniata tra i due opposti di un mondo religioso, tradizionalista e arretrato, da un lato, e uno laico, moderno e progressista, dall’altro. Cercavo persone come me, che non si identificavano nei ruoli di genere e sociali egemonici, molto spesso relegate ai margini delle narrazioni sulle società e culture arabe. Scoprire e conoscere le comunità queer arabe e della diaspora mi ha insegnato che sono molti i soggetti LGBTQI che non rigettano gli aspetti della loro identità culturale e religiosa, e che l* loro alleat* sono sempre di più. Sono ancora tant* ad essere cacciat* di casa o aggredit* anche dagli stessi famigliari, oppure perseguitat* o addirittura uccis* per questi motivi. Ma le comunità queer arabe (e non solo) rivendicano il loro diritto a esistere anche nella loro integrità e diversità culturale, senza doverla rinnegare per essere più “accettabili”. Si può essere queer e arab*, musulman* (e cristian*, desi etc.), perché riguarda il colore che si dà al modo in cui si stringono legami di solidarietà e di cura. Le esperienze queer arabe mi hanno dato molto non solo come studioso, offrendomi nuove prospettive su un mondo e una cultura che amo, e ampliando le mie idee di vero, giusto e bello. In un senso più personale, è stato grazie a loro che ho potuto conoscere maggiormente me stesso, scoprendo a 40 anni suonati aspetti di me che forse ignoravo. Mi hanno dato nuove lenti per leggermi, e fornito luoghi dello spirito in cui abitare che non trovavo del tutto nella cultura in cui sono cresciuto e mi muovo, per quanto fosse aperta.

10. Sei ricercatore, docente e traduttore. Qual è tra questi il ruolo a te più affine?
Da un certo punto di vista i tre ruoli sono strettamente collegati, e credo che in me convivano in modo atipico, anche perché mi sento atipico come profilo. La didattica ha bisogno della ricerca per trovare nuovi spunti, i contenuti vengono ripensati continuamente. Senza didattica la ricerca perderebbe uno degli stimoli più importanti, che l’ancorano alla realtà e ai vissuti quotidiani. Un discorso simile vale anche per la traduzione, che però è sia un’attività specifica (saper comunicare in una lingua non significa saper tradurre), sia un oggetto di studio. Tradurre rappresenta un altro modo di ampliare e applicare le proprie conoscenze, questa volta di due mondi culturali, e purtroppo non ho ancora avuto modo di approfondire come vorrei questa dimensione, che richiede tantissima dedizione ed esperienza. Tutti e tre i ruoli danno tante soddisfazioni, e sono solo all’inizio, ma preferisco indubbiamente insegnare. Entrare in classe mi mette a nuovo, mi fa produrre energie che non ho mai sospettato di avere. Credo che sia perché unisce alla creatività e al rigore un aspetto per me centrale: la cura, il mettere la persona al centro.

11. C’è un episodio del tuo vissuto che vorresti condividere con i lettori?
Me ne vengono in mente tanti e nessuno. Forse perché non credo nella realtà di un momento fondante, quanto piuttosto nell’accumulo, anche caotico, non lineare, di momenti importanti, di stati più vicini all’illuminazione (di illuminazioni vere e proprie, manco a parlarne!): il primo sogno in arabo, e quello dell’altro ieri; ricevere sinceri complimenti dai propri professori, sia da studente, che anni dopo, da collega, a una conferenza; le farfalle nello stomaco all’inizio di ogni nuovo corso, davanti a ogni nuova classe; quel “tac” nella mente quando ti si dipana una matassa inestricabile nella mente e finalmente vedi l’arabo come una pianura da una montagna, e quando riesci a far provare la stessa cosa agli studenti; il senso di famiglia con i colleghi (che non sono più solo i tuoi professori) che si costruisce negli anni; ricevere attestati di stima inaspettati da studenti, poter essere loro utile anche dopo anni dall’ultima lezione impartita.

12. Qual è il tuo motto?
Non ho mai avuto un motto, però col tempo ho trovato una regola alla quale attenermi, che mi serve da bussola in una vita in cui sono più le svolte e le deviazioni improvvise che i rettilinei (noiosetti, del resto), ma soprattutto in un lavoro che dà e prende molto, che richiede picchi di entusiasmo e oceani di dedizione. Una bussola per trovare un quadro più ampio, in modo da non perdere l’equilibrio. Coltivo gratitudine per quello che ho e per il modo in cui ho vissuto, delle scelte fatte (tutte, sbagli inclusi), delle persone incontrate, anche se apparentemente non sono sempre andato nella direzione in cui speravo. Il passato non lo posso cambiare, ma posso farne tesoro, mentre il futuro non dipende interamente da me, e non ci sono cartelli stradali che ti indichino la strada giusta, quindi mi concentro il più possibile sul presente. Si tratta forse di dare meno importanza a forme effimere di realizzazione (senza smettere di dare tutto quello che si può), e di concentrarsi a cercare pienezza e serenità ovunque, imparando a discernere il vero e il giusto, e perseguirli, a comprendere sé stessi e gli altri, a coltivare gli affetti e la propria salute.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 24-01-2021 alle 10:09 sul giornale del 25 gennaio 2021 - 658 letture

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