“L’altra resistenza”: il montottonese Mario Corradetti e i 600.000 no degli “Imi” nei lager nazisti

6' di lettura 23/01/2021 - “Le forze italiane cessano ovunque da ogni ostilità contro gli anglosassoni ma sapranno reagire contro eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

Era l’8 settembre del 1943 quando, per bocca del generale Eisenhower prima e del primo ministro Badoglio poi, giunge il proclama.

Il montottonese Mario Corradetti, che nel ’39 era stato richiamato alle armi e inviato sul fronte di guerra greco-albanese, quel giorno, il giorno dell’armistizio, era in Grecia, a Larissa.

Per lui, come per centinaia di migliaia di soldati italiani, all’annuncio dell’uscita dell’Italia dalla guerra segue una prigionia, lunga circa due anni, nei campi di concentramento tedeschi.

Sarebbe bastato un sì alla Wehrmacht e quindi continuare a combattere al fianco dei tedeschi o con i fascisti della Repubblica di Salò per evitare fame, stenti e soprusi da parte dei nazisti.

Mario nel suo diario, che una volta tornato in patria ricopierà e dedicherà ai nipoti, annota tutto quanto. A leggermelo è suo figlio, il signor Rossano, Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

“Iniziò subito il reclutamento da parte dei tedeschi. Insistenze continue, promesse di libertà. Con il sì - scrive - eravamo liberi; con il no ci aspettavano le sofferenze, le angherie, i maltrattamenti. Circa 180.000 dissero sì. Quanti scelsero di collaborare non videro mai un campo di concentramento, non si resero conto di cosa fosse la prigionia”.

Mario, dunque, dopo il suo no, venne stipato, insieme ad altri, su carri ferroviari, come bestiame, fino alla Bassa Sassonia, tra Sandbostel e l’annesso campo di Wietzendorf, dove venne internato. “Durante il tragitto si dormiva in piedi. I bisogni bisognava pur farli, ma mi sentivo in imbarazzo si legge tra le sue memorie.

Corradetti non fu più Mario. Divenne un numero: il 192792. “Il ritorno a casa sembrava lontano e impossibile. I mesi nei campi trascorrevano lentamente, tra marce e raduni e fame e malattie che rendevano difficile la permanenza. Il sorriso era difficile da esternare, ma a tenere su il morale, dedicandosi alla musica, alla poesia, alla recitazione, c’erano gli altri compagni”.

Tra questi, lo scrittore Giovannino Guareschi, l’attore Gianrico Tedeschi e Alessandro Natta, futuro segretario del Pci. Giovani intelligenti ma anche ingegnosi, dotati di manualità, tanto che alcuni riuscirono persino a costruire una radio, dalla quale captare le notizie: se i nazisti li avessero scoperti li avrebbero fucilati. “Radio Caterina” la chiamarono, come la fidanzata di uno di loro.

Mario, invece, aveva Vera. Lei scriveva, a lui arrivava molto poco. «Ho trovato solo questa cartolina che mio padre è riuscito a riportarsi: “Col pensiero e col cuore, sempre a te vicino. Tua Vera”».

Questi uomini non erano dei prigionieri di guerra. Hitler coniò un’altra definizione: Internati Militari Italiani (IMI). E come tali, essi, vennero privati anche della tutela della Croce Rossa Internazionale. “Prigionieri senza diritti” scrive nel diario Mario che, tra quelle casupole bucate, in mezzo alla pioggia, alla neve, ai ghiaccioli, all’umidità, alla sporcizia, vide morire molti dei suoi amici, di fame e di malattie volutamente non curate.

«Neanche mio padre sapeva spiegarsi come aveva fatto a sopravvivere. Al ritorno non arrivava a 38 kg di peso» racconta il signor Rossano, ricordando questo episodio della sua infanzia: «erano passati pochi anni dal ritorno dalla guerra, eravamo a cena. Né io né mio fratello volevamo mangiare la pietanza cucinata da nostra madre. Lui ci guardò meravigliato, poi disse: “avessi avuto io, qualche anno fa, un po’ di questo cibo che voi ora avete e non volete!”». Nei campi di concentramento, infatti, i tedeschi concedevano solo brodaglia di rape e bucce di patate, se andava bene.

Della prigionia Mario ha sempre parlato poco, tanto coi familiari quanto con gli amici. La sensazione era che degli “IMI” non si dovesse parlare. Una delusione che lui mette nero su bianco. “La ragion di Stato - scrive - affossò la storia degli IMI: la gente, i media, la scuola ancora oggi li ignorano. Eppure - continua - eravamo stati in 600.000 a dire no. Ma nessuno volle sapere. Né i media, né la grande editoria, né i partiti vollero mettere in luce la storia degli internati militari italiani”.

Effettivamente andò così. Si consideri Natta, suo compagno. Nel 1954, a dieci anni dalla Liberazione, scrisse un libro: “L’altra resistenza - I militari italiani internati in Germania”. Gli Editori Riuniti, la casa editrice del Pci, il suo partito, non ritenne di pubblicarlo. «Lo farà Einaudi, anni dopo» ricorda Rossano.

Continuiamo a sfogliare le ultime pagine del diario. Siamo nell’aprile del 1945, gli anglo-americani danno il via ai bombardamenti.

“Mio Dio, morire proprio adesso, per mano amica poi!” - scriveva terrorizzato, e riprende: “c’era una frenesia, un susseguirsi di voci che affermavano che eravamo vicini alla liberazione. Infatti, poco dopo, arrivò l’ordine del giorno di liberazione".

Era il 19 agosto 1945. “Un giorno bellissimo fu proprio quello: quando vennero a liberarci gli anglo-americani. […]. Dopo vari mesi di peregrinare lasciammo i campi per rimpatriare con mezzi di fortuna, camion, convogli ferroviari”.

La felicità sconfiggeva la stanchezza. Appresso, però, i traumi: non si udiva ancora un chiaro italiano, parlavano tedesco in Alto Adige: “a sentire quell’accento mi venivano i brividi” - scrive Mario. Non solo. A Bolzano apprende anche della morte di Giuseppe e Riccardo, suoi amici di prigionia: “rimasi impietrito” - si legge.

Per quando l’odissea ebbe fine era giunto ottobre. Solo allora Corradetti poté dirsi “libero, libero, libero” : il signor Rossano lo legge esattamente con quello stesso tono che usava suo padre quando glielo raccontava, da bambino.

Benché natio di Montottone, Mario ha sempre vissuto a Fermo. Faceva il cuoco: lavorò all’Astoria e alla Casina delle Rose. Molti i riconoscimenti, tra cui la Medaglia d’Onore, l’attestato di “non collaborazionista”, la Croce al Merito di Guerra, una targa dalla Provincia.

Il 31 dicembre 1986 un malore non gli lasciò scampo. Quel giorno si trovava a Montottone, nella casa dove oggi suo figlio, il Maestro Rossano Corradetti ha allestito una mostra, che presto, Covid permettendo, tornerà ad essere visitabile.


di Benedetta Luciani
redazione@viverefermo.it





Questo è un articolo pubblicato il 23-01-2021 alle 09:49 sul giornale del 25 gennaio 2021 - 818 letture

In questo articolo si parla di attualità, lager, nazismo, prigionieri, articolo, Benedetta Luciani, corradetti internati militari italiani

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.me/bKNI





logoEV
logoEV