Si viene da dove si va

8' di lettura 09/01/2021 - Intervista ad Andre Karl Joress Ebouaney Mbime

Andre Karl Joress Ebouaney Mbime è nato a Douala, capitale economica del Camerun. È arrivato in Italia nel 2013 per proseguire gli studi universitari in Scienze internazionali, dello sviluppo e della cooperazione presso l’università di Torino. Dal 2016 lavora presso l'Istituto dei Sordi di Torino, dove si occupa tra varie cose di progetti internazionali, mediazione culturale, educazione interculturale e lotta contro le doppie discriminazioni.

1. Quando sei arrivato in Italia e perché?
Sono arrivato il 18 luglio 2013 per due motivi: il primo era per proseguire i miei studi presso l’Università di Torino in Scienze internazionali, dello sviluppo e della cooperazione (infatti sono arrivato in Italia con un visto per motivo di studio) e il secondo era per essere più vicino ai miei genitori che si trovavano in Italia già da qualche anno.

2. Qual è il rapporto con le tue origini?
Sono nato in Camerun e all’età di 18 anni mi sono trasferito in Italia. Ho passato tutta la mia adolescenza lì, quindi direi che le mie origini hanno contribuito a costituire l’uomo che sono oggi. È vero che mi sono integrato bene in Italia, ma spesso sento il richiamo della mia terra natale; difatti torno in Camerun circa una volta all’anno per non dimenticare da dove provengo e dove andare.

3. Come ti sei avvicinato al mondo della sordità?
Il mio primo contatto con la sordità è avvenuto in Camerun. Avevo un cugino sordo che è mancato anni fa e, nonostante non fossimo legati, ricordo dei brevi momenti passati con lui. Ero affascinato dal suo modo di comunicare. Ovviamente in quegli anni mi limitai ad ammirarlo. Il vero incontro con il mondo della sordità fu nell’estate del 2016, facendo l’animatore interculturale in un centro estivo presso una scuola pubblica di Torino. Tra le colleghe c’era Erica Zaini, una ragazza che faceva l’assistente alla comunicazione e che aveva intenzione di creare una realtà che integrasse sordi e udenti (LISTEN) e in qualche modo voleva coinvolgermi nelle attività di questa associazione. Quindi nell'ottobre 2016 decisi di iscrivermi a un corso di lingua dei segni presso l’istituto dei Sordi di Torino. La prima lezione a carattere teorico è stata tenuta da Enrico Dolza, il direttore dell’Istituto. Durante quella lezione sono venuto a sapere che lui aveva fatto una ricerca sui sordi del mio paese di origine, il Camerun. Gli chiesi allora un appuntamento per approfondire un po' la questione. La fortuna volle che qualche mese dopo il nostro incontro, l’Istituto prese in carico un profugo sordo gambiano e decise che per il suo adattamento fosse necessario affiancargli un mediatore africano. In questo modo iniziò ufficialmente la mia collaborazione con l’Istituto e il mio inserimento nel mondo della sordità.

4. Quale percorso formativo hai intrapreso per diventare interprete LIS?
Più che interprete mi definirei mediatore culturale e interculturale. Ritengo infatti che il mio ruolo sia più collegato a questa figura che fa ancora fatica a essere riconosciuta. Inoltre, ho seguito un corso di alta formazione in mediazione culturale e interculturale proprio per approfondire e sviluppare competenze in questo ambito.
Tornando al mondo della sordità, ho frequentato i tre livelli di lingua dei segni in modo intensivo presso l’Istituto dei sordi di Torino per poter essere efficace nel mio lavoro di mediazione, per completare l’iter e sviluppare anche competenze in traduzione e interpretariato. Nel 2018 mi sono iscritto al corso per diventare interprete di lingua dei segni sempre presso l’Istituto. Purtroppo a causa del covid-19 non l'ho ancora concluso. Mi auguro di terminare questo percorso nel 2021.

5. Di cosa ti occupi presso l’Istituto dei Sordi di Torino?
Concedimi un sorriso. Ogni volta che qualcuno mi fa questa domanda non so cosa replicare e di solito rispondo dicendo “faccio tutto”. Ma qui proverò a dare una risposta un po’ più precisa. Le mie funzioni in Istituto possono essere raggruppate in tre grandi aree:
- il project management, cioè l’ideazione, la scrittura, l’invio e la gestione di progetti nazionali, europei e internazionali per conto dell’Istituto;
- il settore giovanile che include:

  • la gestione e implementazione del Corpo Europeo della Solidarietà ovvero dei volontari stranieri che vengono a prestare servizio civile europeo presso l’Istituto;
  • la gestione e implementazione del Servizio Civile Universale (servizio civile nazionale);
  • il servizio di traduzione e mediazione per i volontari del Corpo Europeo di Solidarietà;
  • la gestione e l’implementazione degli accreditamenti settore Youth e Quality Labels;

- l’università:

  • la gestione dei percorsi formativi ed esami d’Italiano dell'Università per Stranieri di Perugia in quanto l’Istituto è sede degli esami CELI;
  • la gestione e implementazione dei Tirocini per i dipartimenti di lingue e quello di scienze umanistiche;
  • il supporto per gli studenti sordi in mobilità Erasmus+;
  • l’interpretariato e l’assistenza alla comunicazione per studenti universitari.

6. Quante lingue conosci?
Purtroppo non il numero che vorrei, ma ci sto lavorando. Attualmente come lingue vocali so parlare: il francese, l’italiano, l’inglese e lo spagnolo. E come lingue dei segni la LIS, la LSF a un livello base, ASL nella sua variante camerunese, la lingua dei segni gambiana e aggiungerei anche la Lingua dei Segni Internazionale anche se non è riconosciuta come una lingua. Vorrei specificare che in Camerun si usa sia la LSF che l'ASL unite a dei segni locali.

7. Immigrati sordi: una minoranza nella minoranza?
Direi proprio di sì. Una minoranza che secondo me, più degli altri immigrati, soffre di quella che il sociologo Abdelmalek Sayad ha definito la doppia assenza o doppia non appartenenza. Si tratta di un gruppo di persone che spesso oltre a un'assenza fisica dal luogo di nascita, vivono anche un’assenza sociale nel luogo in cui vivono. Potrei andare avanti dicendo che a volte queste persone non hanno ricevuto un'educazione e non hanno avuto nemmeno la possibilità di partecipare alla vita di comunità e di conseguenza, non avendo capito né la lingua né la cultura di appartenenza, si trovano anche al di fuori di questa. Si ritrovano in un contesto diverso dal loro sia per la lingua che per i modi di fare e quindi diventa spesso difficile integrarsi sia nella comunità locale che in quella sorda. Per quanto riguarda la comunità locale, essi risentono spesso anche di un’assenza di status sociale. Spesso si tratta di persone che hanno dei bisogni, ma non hanno i diritti necessari perché dal punto di vista medico possono essere definiti sordi, ma dal punto di vista legislativo, per vari motivi, non hanno gli stessi diritti dei loro pari. Per quanto riguarda la comunità sorda, la sordità in un certo senso facilita il processo di inclusione all’interno di essa anche se a volte per via dei “Bisogni senza diritti” questo processo può rivelarsi un po' complicato. Direi che è un tema molto attuale e che necessita di uno studio approfondito e approfitto dell’occasione per dire che ci sto lavorando. Se ci sono altre persone interessate all'argomento, potremmo unire le forze e avviare una collaborazione.

8. Da un recente studio americano è emerso che gli interpreti di colore sono un numero estremamente ridotto. Tu cosa pensi al riguardo?
Ho letto con passione quello studio e mi piacerebbe fare una ricerca simile in Italia. Da ciò che ho potuto osservare sul campo, poche sono le persone di “colore” che intraprendono questo percorso. In Italia, per esempio, da quello che so io, siamo in due: la prima è un’interprete di Milano e il secondo dovrei essere io. Non essendoci studi specifici, non posso essere sicuro di questo numero, ma di persona ne ho incontrata soltanto una. Inoltre, sono poche persino le persone di colore che frequentano i corsi di lingua di segni e mi rendo conto che i motivi possono essere i più disparati: in primis quelli economici con la percezione di non poter vivere di questo lavoro e quindi della ricerca di una professione più standardizzata. Tuttavia, secondo me c’è anche il timore di non essere accettati o di non essere all’altezza. Il lavoro di interprete di lingua dei segni prevede l’ingresso in una comunità che nel mio caso, per esempio, è la comunità sorda italiana. Si presuppone dunque la padronanza dell’italiano. Un immigrato si troverebbe a dover lavorare in due culture distanti tra loro e che non gli appartengono. Quindi immagino, perché spesso l’ho percepito in prima persona, che uno possa aver timore a buttarsi in simili condizioni. Un altro motivo è la visibilità; penso che se non avessi conosciuto Erica Zaini ed Enrico Dolza, non sarei qui a parlare di sordità. Essendo un percorso non standardizzato e poco conosciuto addirittura tra gli “italiani”, lo è ancora di più e a maggior ragione per quelli di colore.

9. Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Vorrei essere padre di 12 figli. Scherzi a parte, ho tantissimi progetti per il futuro, ad esempio terminare la stesura del mio terzo romanzo, ma si vedrà. Premetto che da piccolo volevo diventare Presidente del Camerun e ora vivo in Italia e mi occupo di sordità. Quindi direi che il futuro mi porterà dove meglio crede.

10. Qual è il tuo motto?
"Sii il motivo per cui oggi qualcuno sorride".


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 09-01-2021 alle 17:24 sul giornale del 11 gennaio 2021 - 550 letture

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