La letteratura: un'esperienza di umanità

6' di lettura 06/01/2021 - Intervista a Pierino Gallo

Pierino Gallo è Professore associato di Letteratura Francese presso l’Università degli Studi di Messina e membro corrispondente dell’IHRIM-Saint-Étienne. I suoi ambiti di ricerca riguardano l’evoluzione del genere epico (XVIII e XIX secolo), la produzione romanzesca del Secolo dei Lumi e le rappresentazioni dell’America nella letteratura francese tra Sette e Ottocento. Ha all’attivo numerosi studi su Marmontel, Voltaire, Raynal e Chateaubriand. Tra i suoi lavori più recenti: Chateaubriand et l’épopée du Nouveau Monde. Intertextualité, imitations, transgressions, Eurédit, 2019 (monografia); (Re)lire Les Incas de Jean-François Marmontel, Presses Universitaires Blaise Pascal, 2019 (volume collettaneo); Jean-François Marmontel, Alcibiade ou le Moi, Les Quatre Flacons et autres contes, L’Harmattan, 2019 (edizione critica). Dirige attualmente, con Philippe Antoine, il Dictionnaire Chateaubriand ed è responsabile dell’edizione critica dei Natchez (epopea americana di Chateaubriand) nell’ambito delle Œuvres complètes in corso di stampa presso l’editore Champion.

1. Com’è nato il tuo interesse per la letteratura francese?
Il mio interesse per la letteratura francese è nato precocemente, quando ero ancora studente di scuola media. Il primo incontro con i testi di Molière e le favole di La Fontaine fu decisivo; colto da una sorta di epifania, capii subito che quella lingua e quella letteratura sarebbero state il mio futuro.

2. Perché hai scelto di specializzarti sull’opera di Chateaubriand?
Approfondii le opere di Chateaubriand, in particolare i testi a tematica indiana e i Mémoires d’outre-tombe, durante gli anni universitari alla Facoltà di Lingue di Pisa. I corsi di letteratura francese tenuti da Ivanna Rosi, specialista dell’autore e appassionata filologa, furono in tal senso determinanti e accesero in me una scintilla che sarebbe presto diventata inestinguibile. Ho dedicato allo scrittore bretone la mia tesi di laurea e quella di dottorato.

3. Come mai hai optato per la carriera universitaria?
Ho l’impressione che questa decisione si sia presentata a me in modo spontaneo e quasi ovvio, sin dagli anni del dottorato all’Università di Salerno. Nonostante le difficoltà tipiche della carriera universitaria, il mio obiettivo è rimasto sempre saldo: la mia passione per la ricerca e per la filologia ha avuto la meglio su qualsiasi altro progetto lavorativo. Mi viene in mente, a tal proposito, una frase dei Misérables di Victor Hugo: “Tenter, braver, persister, persévérer, s’être fidèle à soi-même, prendre corps à corps le destin, étonner la catastrophe par le peu de peur qu’elle nous fait, tantôt affronter la puissance injuste, tantôt insulter la victoire ivre, tenir bon, tenir tête”.

4. Riesci a conciliare ricerca e impegni accademici?
Ad oggi riesco a conciliare le due cose abbastanza bene. Dopo un periodo di assestamento e di riorganizzazione, dovuto al mio recente incarico da Professore Associato all’Università di Messina, ho ripreso i miei progetti di ricerca, cercando di adattare il ritmo di studio a quello dell’insegnamento e degli impegni amministrativi legati al mio ruolo di strutturato.

5. Chi consideri i tuoi maestri indiscussi?
Ho sempre distinto due categorie di maestri: i classici, con i loro messaggi universali (Dante, Leopardi, Shakespeare, Molière, La Fontaine, Voltaire...), e coloro che sono riusciti a farmi entrare con entusiasmo nell’universo di questi. Nel secondo gruppo rientrano i miei ex direttori di tesi (Ivanna Rosi, Annamaria Laserra e Jean-Marie Roulin), ma anche amici e colleghi come John Renwick, Pierre Glaudes e Aurelio Principato.

6. A che pro studiare la letteratura oggi?
Per conoscersi meglio e più a fondo come essere umani. Giovanni Macchia, nei suoi scritti, evoca spesso il ruolo speculare della letteratura; in quanto lettori ci identifichiamo inevitabilmente con i personaggi e le situazioni che i nsotri occhi e la nostra voce fanno rivivere. Attraverso il motore dell’empatia, la letteratura ci fa compiere “esperienze di umanità”, come ha scritto Tzvetan Todorov in un libro del 2007, La littérature en péril, e come ha ribadito Antoine Compagnon nel suo discorso inaugurale al Collège de France dello stesso anno (La Littérature, pour quoi faire?).

7. Che cosa ti affascina di più della lingua francese?
I suoi suoni, la sua storia, le sue rocambolesche evoluzioni.

8. Come definiresti la tua esperienza di ricercatore a Paris IV e all’Université Clermont Auvergne?
Vinsi il mio primo contratto postdottorale partecipando a un bando europeo (Fernand Braudel fellowship) con un progetto di digital humanities su Chateaubriand. La borsa ottenuta mi permise di trascorrere nove mesi sotto l’egida di Pierre Glaudes a Paris IV Sorbonne: il contatto diretto e gli scambi con i colleghi dell’ateneo parigino furono per me una preziosa occasione di crescita professionale.
Quando, qualche anno dopo, entrai a far parte dell’équipe del Celis (Université Clermont Auvergne), il mio approccio alla ricerca era ormai maturo. L’anno trascorso a Clermont mi consentì di realizzare importanti pubblicazioni e di assumere la co-direzione del Dictionnaire Chateaubriand, volume attualmente in preparazione per l’editore parigino Honoré Champion.

9. Perché hai scelto di tornare in Italia?
Ho sempre concepito i miei lunghi soggiorni in Francia come un vero e proprio laboratorio, utile a sperimentare gli attrezzi del mestiere. Tornare in Italia, con l’esperienza professionale precedentemente maturata, è stato per me l’esito di un percorso naturale. Ad oggi posso dire di aver realizzato il mio obiettivo più grande: insegnare letteratura francese a giovani studenti italiani, nella cornice del mio amato Sud.

10. Qual è il libro che rileggeresti volentieri?
Si tratta piuttosto di un corpus di testi, i contes philosophiques di Voltaire: Candide, L’Ingénu, Zadig, Micromégas... Inserisco sempre almeno due di questi racconti nei miei programmi universitari.

11. Qual è il tuo rapporto con la didattica a distanza?
Come molti dei miei colleghi, mi adatto alle circostanze. Si tratta di una soluzione temporanea che mai potrà sostituire l’esperienza della trasmissione in presenza. Gli sguardi, le reazioni degli studenti e persino i silenzi che scandiscono la lezione in aula sono importantissimi per la buona riuscita della nostra missione di docenti.

12. Cosa intendi trasmettere ai tuoi studenti?
L’onestà, l’amore per le cose fatte bene, ma anche la consapevolezza che l’impegno e il sacrificio premiano sempre.

13. Qual è il tuo motto?
Rispondo citando una massima di Chateaubriand che sento mia: “Le vrai bonheur coûte peu; s’il est cher, il n’est pas d’une bonne espèce” (Mémoires d’outre-tombe).


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 06-01-2021 alle 17:40 sul giornale del 07 gennaio 2021 - 482 letture

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