Eros Baldissera: arabista per caso

7' di lettura 02/01/2021 - ...poi per passione.

Eros Baldissera (Venezia 1944), già docente di Lingua e Letteratura Araba all'università Ca' Foscati di Venezia, si è occupato di letteratura araba moderna, in particolare siriana. Per quindici anni è stato consulente per l'epigrafia presso il Ministero del Patrimonio Nazionale e della Cultura del Sultanato di Omàn dove ha pubblicato cinque opere in arabo. È autore, per Zanichelli, dei cinque dizionari italiano-arabo più diffusi in Italia. Musicista in gioventù, ha composto testi in italiano e in arabo musicandoli e cantandoli alla chitarra. In questa veste ha partecipato a trasmissioni della televisione siriana. Nel 2020 il Centro internazionale della grafica di Venezia ha pubblicato SIRIA - Immagini d’epoca e memorie (1971-1979), libro con 150 fotografie scelte fra le numerose relative al suo primo decennio di frequentazione del Paese. Nello stesso anno, il Centro pubblica il mio OMAN - 1986-2001, con un repertorio di svariate immagini di quel periodo.

1. Com’è nato il tuo interesse per la lingua araba?
Per caso, come tutto dal Big Bang in poi. E forse anche da prima. A quindici anni mi capitò per caso una riduzione in italiano delle Mille e una notte. La lessi, mi piacque, e basta. Vari anni dopo, suonavo in una band che mi permetteva tempo libero. Un’amica, studente d’arabo a Ca’ Foscari, per caso mi suggerì di impiegare quel tempo provando a studiare quella stramberia ch’era – per noi, allora, nel ’68 – la lingua araba. Provai, mi piacque, lasciai la musica (mai del tutto) e mi buttai nell’arabo. Una serie di casualità mi portarono a insegnare quella lingua, a trafficare in Siria e in Omàn sulle loro letterature moderne e sull’epigrafia araba. Poi a mettere insieme varie edizioni di un dizionario italiano-arabo-italiano. Ed eccomi qua, per caso, a parlarne.

2. Chi sono i pionieri dell’Arabistica in Italia?
Mi limiterò a coloro che – a vari livelli – mi hanno lasciato traccia: Carlo Alfonso Nallino (1872-1938), innanzi tutto, padre nobile. Poi, pionieri a vari livelli, tutti conosciuti personalmente: Laura Veccia Vaglieri (1893-1989), Virginia Vacca (1891-1988), Maria Nallino (1908-1974), Francesco Gabrieli (1904-1996), Alessandro Bausani (1921-1988), Umberto Rizzitano (1913-1980), Roberto Rubinacci (1915-1992), Clelia Sarnelli Cerqua (1924-2009), Giovanni Oman (1922-2007), Paolo Minganti (1925-1978), Renato Traini (1923-2014). Sui pionieri si veda https://core.ac.uk/download/pdf/11687223.pdf e https://core.ac.uk/download/pdf/11687298.pdf.

3. Qual è stato l’argomento oggetto della tua tesi di laurea?
Momenti di storia siriana dopo la Prima Guerra Mondiale.

4. Che cos’è l’epigrafia?
È la disciplina che si occupa della lettura e lo studio di iscrizioni più o meno antiche su diversi materiali di supporto: lapidi, pitture murali, monumenti, edifici, anfore, vasellame, laterizi, armi, vetri, legno, eccetera.

5. L’arabo classico può definirsi una lingua d’apparato?
Credo che sarebbe necessario innanzi tutto definire cosa si intende per arabo classico: Corano, medievale, neoarabo. Mi soffermerei sull’arabo letterario moderno usato, scritto e orale, in tutte le situazioni formali, dalla letteratura, alla pubblicistica, ai documenti, circa uguale in tutti i Paesi arabi.

6. Perché studiare l’arabo oggi?
Perché è una bella lingua, suggestiva, che permette di entrare in un mondo ancora alquanto estraneo, a vari gradi, a quello occidentale. È la sesta lingua ufficiale delle Nazioni Unite. Oltre a ciò, offre maggiori possibilità – rispetto alle altre “solite” lingue straniere – di farne uso a vari livelli professionali e non. Conoscendolo almeno decentemente.

7. Quali sono i pregiudizi più comuni sul Mondo Arabo?
Quelli nati da un millennio e mezzo di storia, sedimentatisi nei secoli. A partire dai “musulmani infedeli” con le crociate, fino ai “circa tutti terroristi” attuali.

8. Qual è il paese in cui torneresti più volentieri?
Nell’Omàn, dove ho operato per quindici anni nel campo dell’epigrafia e mi ha permesso di avere esperienze riportate in Il mio Omàn, un libro fotografico di cui vado orgoglioso. Oltre a cinque libri in arabo pubblicati nel Sultanato.

9. C’è un episodio che vorresti condividere con i lettori?
Lo riprendo dal mio ORIENTaleggiando, Roma, 2007. Provenendo da un corso di arabo seguito a Tunisi, sto viaggiando in autostop per il Marocco con una collega arabista.
Naturalmente era Fès el-Bali, Fès la Vecchia, ma anche Fès la Santa e Fès la Segreta, la tradizionale medìna insomma, il quartiere che più ci interessava e là ci dirigemmo. Come vi entrammo dalla porta chiamata Bab Boujeloud ci si avvicinò un ragazzino di dodici, tredici anni che si premurò di informarci di essere una petite guide e che non avremmo potuto far a meno di lui per districarci nel dedalo di viuzze, nell’intreccio di vicoli che formavano la trama della medìna. E – soprattutto – per poterne poi uscire. Dei turisti che non avevano accettato i suoi servigi erano rimasti anche dei giorni in quella rete inestricabile prima di trovare un’uscita, sparò il furfantello, sempre col sorrisetto furbo stampato in faccia. Noi ribattemmo che avremmo corso il rischio ringraziandolo comunque per la sua premura. Yùsef non si diede per vinto e ci descrisse truci scenari in cui turisti smarritisi nel labirinto venivano assaliti di notte e stuprati, maschi o femmine che fossero. Gli risposi ch’era quanto cercavamo. Si illuminò. Avrebbe potuto procurare una donna a me e un uomo per madame, ci propose. Ma – e la sua espressione si fece ancor più maliziosa – avrebbe potuto dare un maschietto anche a me, che sarebbe stato ancora meglio. Di più, la sua gioia sarebbe stata completa se avessi accettato le sue grazie, e mi prese la mano accentuando il sorrisetto sulla faccia da schiaffi. Il tutto a prezzi modicissimi, sottolineò con piglio professionale. Non sapevamo se ridere o piangere, se dargli un calcio nel sedere o premiare il suo spirito d’iniziativa. Guardandolo in faccia non potemmo che ridere. Gli demmo qualche moneta e delle sigarette promettendogli che quando fossimo tornati avremmo valutato le sue proposte. Incassò sorridendo con un “arrivederci”. Poi si rimise di scolta presso la porta in attesa di altre prede.

10. Che insegnante sei stato per i tuoi allievi?
Abbastanza apprezzato mi pare, almeno dalle testimonianze che continuano ad arrivarmi da molti fra il qualche migliaio di studenti incontrati in quarant’anni di insegnamento.

11. Come pensi sia evoluto l’insegnamento dell’arabo in Italia?
Con la diffusione in questi ultimi decenni del suo insegnamento in centri e università in tutta la Penisola, con docenti complessivamente più preparati, in grado di applicare nuovi metodi d’insegnamento rispetto a quelli dei nostri tempi pionieri. Favorito dai numerosi nuovi strumenti didattici su carta e digitali. Oltre alla sempre maggior possibilità data agli studenti italiani di frequentare corsi in molti Paesi arabi.

12. Quali sono le maggiori difficoltà che incontrano gli studenti italofoni che si approcciano a questa lingua?
Svariate. Fra le altre, a mio avviso, la cavillosa struttura grammaticale non sempre facile da trasferirsi nella pratica della lingua usata, scritta ma specie orale, se non dopo profonda immersione. Poi, la necessità di affrontare lo studio di qualche “dialetto” per affrontare l’arabo per strada. E non solo.

13. Che scrittore sei?
Sono un narratore che racconta certe sue esperienze di vita, di viaggio, proponendole in veste di storie dove la realtà e la fantasia si fondono e si confondono.

14. Qual è il tuo motto?
Non credo di avere un motto. Però mi piace quello dannunziano che riportava mio nonno, maestro vetraio a Murano, su molte sue opere: memento audere semper. Il riferimento al fascismo è puramente casuale. Ah, il caso.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 02-01-2021 alle 15:55 sul giornale del 04 gennaio 2021 - 403 letture

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