Stare in questo tempo: vicini nella distanza

10' di lettura 31/12/2020 - Intervista a Don Giordano Trapasso

Giordano Trapasso è presbitero della diocesi di Fermo. Ha conseguito il baccalaureato in teologia nel 1996 e la laurea in filosofia presso l’Università di Macerata nel 2004. È docente incaricato di Filosofia dal 2004. Attualmente è stato nominato vicario per la pastorale e per il clero.

1. Tre aggettivi che ti descrivono.
È difficile, se non impossibile, autodescriversi. In genere preferisco ascoltare dagli altri come mi vedono. Tuttavia posso provare a dire tre atteggiamenti che mi impegno ogni giorno ad assumere, perché li ritengo importanti per il mio ministero, e sono quelli nei quali a volte mi sento maggiormente messo alla prova: mitezza, pazienza, capacità di ascolto. Per cui possiamo dire che ce la metto tutta, con la grazia di Dio, ovviamente, per essere mite, paziente, capace di ascolto.

2. Chi è Cristo per te?
Anche questa è una domanda da mille punti, ma comprendo che è inevitabile, e non basta una vita per continuare a trovare risposte. Cadendo questa intervista nel tempo di Natale, mi vengono in mente alcune parole della Scrittura e della liturgia, che sento vere per me ora: Egli è la luce che splende nelle tenebre di questo momento storico. Egli per me è luce per come ha amato e ama, visto che è Risorto, perché come lui nessuno ha mai amato me e tutti. Grazie a questa luce cerco di fare ogni giorno dei passi nella precarietà di questo tempo cercando, con il suo Spirito, di amare come Lui le persone che incontro nella vita.

3. Quando hai capito che il sacerdozio sarebbe stata la tua strada?
La storia della mia vocazione non passa per eventi straordinari: ho avuto il dono di una famiglia cristiana che non mi ha mai ostacolato anche nel percorso di fede, di una parrocchia in cui ho fatto l’esperienza dell’Azione Cattolica e nella quale partecipavo alla vita liturgica. Quello che, più passa il tempo, più mi sembra incredibile, è che fin dalla quarta elementare, non so come, è nata in me un’idea chiara su chi volevo essere: un prete. Sicuramente ha contribuito a questo la giovane figura di un vice parroco che mi ha trasmesso l’entusiasmo di essere prete. Da quel tempo ho iniziato a partecipare a degli incontri vocazionali e campiscuola vocazionali, inizialmente con i frati cappuccini, ma già a partire dalla quinta elementare con il Seminario di Fermo. Sono entrato deciso in Seminario dopo la terza media, ho conseguito la maturità classica presso il liceo – ginnasio Paolo VI, ho studiato teologia a Fermo presso l’Istituto Teologico, ho conseguito il Baccalaureato in teologia a Roma presso la Pontificia Università Gregoriana, poi sono venute l’ordinazione diaconale (21 Aprile 1996) e quella presbiterale (01 Febbraio 1997). Nei primi anni del mio ministero ho studiato filosofia all’Università di Macerata dove mi sono laureato il 31 Marzo 2004. Anche se è sempre stato chiaro in me l’orientamento al presbiterato, ho chiaramente avuto momenti di crisi, in cui ho rimesso in discussione questo cammino. E oggi dico: per fortuna che ci sono stati! Anche in una storia vocazionale di consacrazione, soprattutto se iniziata come nel mio caso negli anni della fanciullezza, c’è la fase forte e bella dell’innamoramento. Essa porta con sé anche l’idealizzazione dello stato di vita che si intende abbracciare. Le crisi mi hanno aiutato a scendere con i piedi per terra, a fare i conti con la realtà della mia persona, degli altri, della mia Chiesa locale, con le condizioni concrete della vita presbiterale. Sono stati momenti che mi hanno aiutato a diventare adulto e a dire un sì il più possibile consapevole, che mi hanno fatto capire che senza l’aiuto del Signore non vado lontano. Ho un bellissimo ricordo degli anni del Seminario: in essi ho ricevuto una formazione decisiva alla preghiera e all’ascolto della Parola, ho potuto approfondire la fede anche grazie allo studio, in cui sono stato aiutato a interiorizzare soprattutto l’esperienza di Chiesa emersa dal Concilio Vaticano II, ho maturato il senso della diocesanità e del presbiterio che per me sono stati sempre dei punti fermi. Ho un bellissimo ricordo anche degli anni dell’esperienza universitaria, che mi ha permesso di vivere fin da subito un dialogo tra la mia esperienza di credente e il mondo, la cultura, i giovani. Ripensando al giorno dell’ordinazione presbiterale, riguardando alcune foto, molti ricordi si sono sfocati. Sono rimaste in me due impressioni forti: una grande gioia e un forte calore e affetto intorno a me, segno di grandi attese nei miei confronti. Fui l’ultimo prete ordinato dall’arcivescovo Bellucci, con il quale è nata la storia della mia vocazione.

4. Che cosa vuol dire avere fede?
Facendomi questa domanda, oggi mi do queste risposte: continuare a credere che il Dio di Gesù rimane fedele alla promessa di bene per me e per il suo popolo, l’umanità intera e coloro che abitano nel territorio della nostra arcidiocesi; continuare a credere che Cristo ha vinto il male, il peccato, la morte e non smettere perciò di sperare in una storia nuova; non smettere mai di credere che Dio ha fiducia in me e negli uomini e nelle donne di questo tempo.

5. Che sacerdote sei?
Mi impegno a essere un prete fedele a Dio e agli uomini e alle donne di questo tempo, spero di rimanere un prete – “uomo”, perché oggi avverto intorno a me soprattutto il bisogno di umanità.

6. Qual è il rapporto tra i giovani e la fede nella diocesi di Fermo?
Mi sembra che sia un po’ in linea con quanto accade nel resto d’Italia, soprattutto al centro – nord. Sperimentiamo la fatica, da parte delle nostre comunità cristiane, di tenere viva una relazione soprattutto con i giovani dai 18 ai 30 anni, e anche con la fascia d’età 30 – 40 anni. Il Covid ha sicuramente contribuito a una sorta di diaspora. Sicuramente una “lontananza fisica” dalle Chiese o dai locali o dalle proposte della parrocchia non vuol dire indifferenza o assenza di ricerca di Dio. Penso che sia viva in molti giovani una ricerca di Dio che va di pari passo con una ricerca di sé stessi e ciò che mi dà speranza è che la nostra Chiesa locale, pur con le sue fatiche, non si rassegna a questa assenza dei giovani, e sente la loro mancanza. Non perderà la sua creatività per intercettare questa ricerca e accompagnare le persone.

7. Di cosa ti occupi in quanto vicario episcopale?
Attualmente sono stato nominato vicario per la pastorale e per il clero. Di fatto collaboro strettamente con l’arcivescovo per il rapporto con le parrocchie, per il sostegno al loro prendersi cura delle persone e della loro fede cercando di coordinare in questo il servizio degli Uffici pastorali, per la vicinanza e il sostegno ai preti, nell’offrire loro momenti di formazione permanente e nell’accompagnamento in momenti particolari, come le difficoltà di salute. Non dimentichiamo che la media di età del nostro presbiterio è medio alta, e che la diminuzione del numero dei preti a volte produce un maggiore affanno e un aumento di responsabilità.

8. Perché studiare la filosofia oggi?
Personalmente tutto ciò che mi aiuta a conoscere sempre meglio l’uomo mi apre maggiormente anche al mistero di Dio. In particolare lo studio della filosofia mi aiuta a tenere vivi in me gli interrogativi radicali senza i quali è impossibile ogni forma di sapienza, e mi aiuta a coglierli nell’esperienza degli altri.

9. La diocesi come ha affrontato questo periodo di pandemia?
Sicuramente all’inizio la pandemia ci ha trovato impreparati, come tutti. Progressivamente abbiamo cercato di motivare le persone al rispetto delle restrizioni che venivano chieste per la tutela della salute. Fondamentalmente le nostre parrocchie hanno vissuto l’esperienza dello “stare in questo tempo” con le persone: la Caritas diocesana e le caritas parrocchiali non hanno mai smesso di intercettare povertà, bisogni e di fornire aiuti concreti; abbiamo erogato anche fondi per situazioni di bisogno o per contribuire all’acquisto di attrezzature sanitarie; abbiamo, con l’aiuto dei social e della rete, continuato a essere vicini alle persone e alle famiglie trasmettendo liturgie, riflessioni; dapprima con l’Ufficio della Pastorale per la salute, la vita e la bioetica e il nostro Giornale diocesano la Voce delle Marche, poi con gli altri Uffici Pastorali, abbiamo cercato di metterci in ascolto delle persone e offerto on line momenti di riflessione e approfondimento. Attualmente le nostre parrocchie stanno garantendo le celebrazioni e, dove possibile e nelle modalità in cui è possibile nel rispetto delle norme vigenti, l’accompagnamento educativo e formativo delle persone, in presenza e on line.

10. Se dovessi consigliare la lettura di un passo della Bibbia, quale sceglieresti e perché?
In questo tempo, sovente mi vengono in mente due brani biblici, soprattutto due domande fondamentali. La prima è quella che Dio rivolge ad Adamo nel momento in cui egli si stava nascondendo da Lui: “Dove sei?” (Gen 3,9). La seconda è la domanda che Dio rivolge a Caino dopo l’uccisione di Abele: “Dov’è Abele, tuo fratello?” (Gen 4,9). Penso siano le domande che Dio ponga a ognuno di noi in questo tempo: dove sei? Come stai? Che ne è della tua vita? Dove sono le persone di cui sei chiamato a prenderti cura? Come stanno? Di chi non ti stai interessando in questo momento? Ti ricordo il suo nome … Mi piace pensare che Dio in questo tempo sia continuamente impegnato a preoccuparsi di noi e, con noi, di tutti gli altri e dell’ambiente che ci è affidato. Mi piace pensare che ognuno di noi, in questo tempo, si ponga quotidianamente la prima domanda e si metta ogni giorno alla ricerca degli altri, facendosi vicino nella distanza. Sicuramente è una priorità per le nostre comunità cristiane ridare il primato all’ascolto della Parola di Dio, intercettare la ricerca delle persone in questo tempo, i loro interrogativi, e aprire la mente e il cuore alla comprensione delle Scritture. Senza l’ascolto della Parola di Dio i sacramenti si riducono a riti, precetti, consuetudini; mantenendosi in un impegno di comprensione della Parola i sacramenti ritornano a essere incontri salvifici con Cristo morto e risorto. Tra la Parola e i sacramenti c’è una realtà, sacramento dell’unità degli uomini con Dio e tra loro in Dio: la Chiesa. Un rischio da scongiurare è una sorta di “consumismo del sacro”: chiedere e vivere riti senza riscoprirsi membra di questo corpo che è la Chiesa, senza un cammino di comunione e condivisione con gli altri fratelli e sorelle nella fede.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it





Questo è un articolo pubblicato il 31-12-2020 alle 17:22 sul giornale del 02 gennaio 2021 - 521 letture

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