La strategia dell'abbandono: Leonardo Animali e il suo amore per le Marche

4' di lettura 21/12/2020 - Leonardo Animali, classe 1969, nato a Jesi (An), vive da qualche anno in una piccola frazione di 28 abitanti del Comune di Genga (An). Ha svolto incarichi politici elettivi fino al 2012. Dal 2009 fa parte del Popolo delle Partite IVA. Dopo aver lavorato per Uffici di diretta collaborazione del Parlamento, da libero professionista si occupa di progetti formativi. Da anni si interessa di tematiche del settore agroalimentare e delle Aree Interne. Collabora con il settimanale diocesano L’AZIONE di Fabriano, e con i portali di informazione “Lo Stato delle Cose” e “Terre di Frontiera”. In questa occasione ci illustra il suo ultimo libro rimarcando la sua premura ed attenzione per il territorio marchigiano.

Come nasce la devozione per la scrittura di questo libro?
"Il libro nasce da più stimoli. Quello diretto, personale, di raccogliere delle riflessioni ed esperienze fatte dal momento in cui da Jesi mi sono trasferito a vivere a Genga. Assieme all’esigenza di raccontare questo territorio, e più in generale le Marche, per intero; negli aspetti positivi, e in molte delle contraddizioni che l’hanno interessato dai decenni scorsi fino ad oggi, senza omettere negatività ed errori. Vicende, che fanno di questa zona così piccola dell’entroterra montano, un paradigma di molti aspetti della politica e dell’economia del Paese. Sono convinto, infatti, che un territorio, e le comunità che vi abitano, crescono, fanno uno scatto in avanti, se rispetto a ciò che hanno alle spalle, come si dice, “se la raccontano tutta”, con onestà, e senza la istintiva tentazione di mettere la polvere sotto il tappeto. Raccontare, fissare nella scrittura pensieri e fatti, è stato per me un gesto per certi aspetti di riconciliazione con questa terra; fare un po’ pace anche con alcune situazioni personali spiacevoli che mi sono accadute. Ci sono poi gli stimoli a scrivere il libro venuti da mia moglie Laura e dalla cara amica editrice Catia Ventura; senza quest’ultimi, difficilmente avrei vinto pigrizia e ritrosia nel farlo!.

Qual è il motivo di questo interessante e curioso titolo?
"Il titolo nasce da un concetto che viene sviluppato nel libro, generato qualche anno fa, all’indomani dei terremoti del 2016, con un hashtag sui social che lanciai: #strategiadellabbandono. Era, in quel contesto, riferito ai fatti immediatamente successivi al sisma; ma poi ho ritenuto essere, quella particolare “strategia”, valida per molti fenomeni che da anni interessano le aree interne dell’Italia ed i paesi".

Cosa rappresentano per te le marche? Quali sono le caratteristiche che più ti affascinano della nostra regione?
"Le Marche sono la terra dove sono nato, ed abito. Non ho, per cultura ed esperienza personale, una visione identitaria dei luoghi, non mi piace il concetto di “radici” legato ad un luogo. Credo che le radici, al contrario, siano un valore legato alle relazioni personali, familiari, alla esperenzialità. Come scrivo in un passaggio del libro: “(…) dove si nasce è casuale, non lo si può determinare. Te lo devi prendere così come è capitato, e fare due cose: rimanere o andartene. Dove si vuole vivere, però, si può scegliere. Se non di più, almeno vale quanto”. Delle Marche, mi affascinano alcuni tratti distintivi, geomorfologici, del paesaggio, ad esempio la collina; quella, per fare un esempio legato all’arte, che Tullio Pericoli fa emergere come elemento prevalente e dominante, in molte sue opere".

Perché suggeriresti la lettura del testo?
"Diverse persone che hanno letto il libro, sono state colpite dalla scoperta di luoghi ed avvenimenti che, pur conoscendo queste zone, ed essendovi state più volte, ignoravano. Se il libro sta servendo ad approfondire la conoscenza di questo territorio, non solo paesaggistica ed architettonica, ma soprattutto economica, sociale e civile, che chiaramente io racconto con spirito critico, ma veritiero, spesso tragicomico, penso sia un elemento utile e positivo".

Obiettivi ed ambizioni personali per il futuro?
"Non faccio lo scrittore per professione, mi piace scrivere, mi affascina l’uso e l’intreccio delle parole. C’è un libro nel cassetto, o meglio un progetto di scrittura, che sta lì fermo da un po’ di tempo. Che riguarda la narrazione, senza alcun fine biografico o storico, della vita e della professione di un medico marchigiano, scomparso anni fa. Una persona che ho conosciuto, stimato con grande affetto. Raccontarne le sue esperienze, significa per me restituirne la memoria alla comunità di vita e di lavoro, per cui ritengo abbia fatto molto; ma che, purtroppo, come i tempi della vita e della società di oggi determinano, è scivolata via silenziosamente subito".








Questa è un'intervista pubblicata il 21-12-2020 alle 10:13 sul giornale del 22 dicembre 2020 - 634 letture

In questo articolo si parla di cultura, intervista, edoardo diamantini

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